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“LA CADUTA. I RICORDI DI UN PADRE IN 424 PASSI.” Un libro che mi ha stregata!

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La caduta

 

“Tito ha una paralisi cerebrale.”

Comincia così il racconto di Diogo Mainardi sulla sua esperienza di padre di Tito, affetto da paralisi cerebrale a causa di un errore medico durante il parto.

Diretto, trasparente, puntuale.

Poi, dalla frase successiva, si sviluppa una narrazione assolutamente originale, inedita, circolare, la cui struttura si costruisce su una serie di aneddoti ed episodi legati a personaggi della storia, dell’arte, della letteratura, della medicina che Mainardi intreccia alla vicenda di suo figlio Tito.
Queste associazioni, le analogie e i nessi causali che l’autore traccia tra la storia particolare della sua famiglia e la Storia del mondo rendono unico e appassionante questo libro.

Me ne sono innamorata: lo dichiaro!

Il grande valore della scelta di Mainardi risiede in una delle caratteristiche di suo figlio Tito: come comunica Tito, che linguaggio utilizza?

Tito non ha uno sviluppo del linguaggio corrispondente a quello dei suoi coetanei “normali”: Tito si serve (almeno all’inizio) di un comunicatore per inviare messaggi. Si tratta di uno strumento dotato di bottoni. Ciascun bottone corrisponde ad un simbolo che a sua volta corrisponde ad una frase o ad una parola.

Diogo Mainardi adotta il linguaggio di Tito e lo fa proprio per raccontare la loro storia, lo eleva a forma narrativa dell’intero libro.

Un libro che si compone di 424 punti.

Anzi passi. Fondamentale: passi.

E così passiamo dal linguaggio alla motricità, dalle parole alle gambe. Ma anche le gambe, così come il linguaggio, non hanno un funzionamento “normale” e Tito cade. Suo padre conta i passi di Tito.

“La caduta”. Quando la forma è anche totalmente sostanza.
La forma narrativa del libro è anche la forma comunicativa di Tito.
Il titolo del libro è anche l’inevitabile evidente destino di Tito: cadere. Il suo modo di procedere, crescere e stare nel mondo.

La caduta. Diventa il perno della vita di Tito, di Diogo, della mamma di Tito e di tutta la loro famiglia.

Diventa il perno di una riflessione preziosa sulla vita, sulle sue cadute, difficoltà, bruttezze, imperfezioni, sugli incidenti che incontriamo nella vita, gli spigoli duri che ci riserva.

Mainardi raccontando di Tito, racconta la normalità dell’imperfezione, l’intimità di ciò che abbiamo “di più ordinario, di più domestico, di più familiare”.

Mainardi con estrema originalità e scchiettezza ci propone una riflessione sulla felicità che anche un “bambino deforme” (così definisce suo figlio Tito) con i suoi passi barcollanti, incerti eppure così valorosi e carichi di festa, regala al suo papà e alla sua mamma.

La caduta come metafora della vita di ogni individuo che è fragile e precaria al di là del funzionamento delle gambe, del suo modo di comunicare, dei ritmi di sviluppo. Anche quando ogni aspetto del nostro organismo funziona perfettamente e non presenta imperfezioni, invalidità, ritardi.

La caduta come simbolo di un modo rovesciato di guardare il mondo: dal basso. Con tutti i significati che implica.

La caduta come insegnamento che Tito consegna a suo padre. La caduta come insegnamento che Diogo trae dalla sua esperienza al fianco di Tito, passo dopo passo e caduta dopo caduta. La caduta come insegnamento che questo racconto straordinario mi lascia in eredità e che, oltre a trovare un posto speciale in me, mette a posto tante cose dentro di me.

Così:

“Come i genitori di Christy Brown, Anna e io imparammo a ignorare tutte le prognosi da bestioli dei medici, ottimistiche o pessimistiche. Come i genitori di Christy Brown, Anna e io imparammo a festeggiare ogni passo in avanti di Tito, per quanto barcollante.

A partire da un determinato momento, imparammo a festeggiare perfino i suoi capitomboli. Nei primi anni, Tito si sfracellava cadendo. Con il tempo andò sviluppando sempre nuove tecniche per attutire le cadute.

Saper cadere ha molto più valore che saper camminare.”

Da: “La caduta. I ricordi di un padre in 424 passi.” Diogo Mainradi, Einaudi, 2013.