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VENA RICICLARTISTICA


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Anche i rifiuti hanno un’anima che talvolta può rinascere!
Diego Scarpellini

Quando il pattume diventa il simbolo del degrado dell’umanità;
quando la società si basa sui cassonetti chiusi con tanto di tessera magnetica;
quando l’acqua non è un bene comune ma una bibita confezionata;
quando l’educazione civica perde di credibilità davanti alle bottiglie di plastica gettate in mezzo ai rifiuti organici;
quando vivi di nostalgia del vuoto a rendere
recuperare,
riciclare,
trasformare,
risvegliare l’anima dei “rifiuti”
e riconoscerne la bellezza
resta il tuo ultimo, disperato ATTO RIBELLE.

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Quando recupero i primi contenitori e li trasformo in portapenne decorandoli con i nastri colorati conservati negli anni, non immagino ancora che sta per nascere in me la vena (ricicl)artistica. Sto “solo” provando a spezzare la catena “compro, consumo, getto”.

Leggo con ammirazione e invidia le storie di vita a “zero rifiuti”. Per me la strada, per ora, è troppo in salita. Cerco di limitare gli imballaggi, comprando gli alimenti sfusi o impacchettati il meno possibile e prediligendo le preparazioni casalinghe a prodotti confezionati.

Ma uscire da questo circolo vizioso non è affatto facile. Basta concedersi un barattolo di olive, una bottiglia di vino, una vaschetta di gelato, e la casa si riempie di contenitori. Viene l’impulso di gettarli nei cassonetti, senza pensare all’impatto di tale gesto. Invece non possiamo più ignorare che significa prosciugare le risorse della Terra, consumare l’energia, inquinare. L’impatto dei rifiuti sull’ambiente e sulla nostra salute è devastante.

Così inizio a guardare ogni cosa con occhi diversi, e invece di buttarla decido di trasformarla, regalarle un’altra vita. Non solo provo a percepire “l’anima dei rifiuti”, inizio a esprimere la mia. L’ispirazione si trova ovunque, in un libro, in una canzone, nelle situazioni della vita che hanno bisogno di essere “addomesticate”, elaborate, trasformate a loro volta.

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In questo processo non sempre è possibile usare esclusivamente materiali di recupero, a volte si inquina non poco con le colle e le vernici spray, ma prevale l’aspetto dell’espressione artistica e una forte simbologia della voglia di salvare il salvabile e di trovare la bellezza nonostante tutto.

Bellezza che condivido con amici, parenti, conoscenti e anche qui.

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RIDUCI, RIUSA, RICICLA, REGALA


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Per spingerci ad acquistare sempre di più, i negozi si riempiono di prodotti natalizi già a settembre. Tentati da svariate confezioni colorate, credenti e non, rischiamo di perdere il senso – religioso o culturale che sia – di questa festività. Ad un mese da Natale vi propongo anche io delle idee regalo, ma giusto per darvi tempo di farli. Perché quest’anno i regali di Natale minimalogici sono rigorosamente fai da te.

Perché anche rifiutandoci di cadere nella trappola consumistica della caccia al regalo, non dobbiamo mica rinunciare a questo modo di dire “ti penso”, “ti voglio bene”: però facciamolo a basso impatto ambientale: riducendo i consumi, riducendo i rifiuti, riusando in modo alternativo e creativo vari oggetti, facendo in casa ciò che altrimenti andrebbe acquistato.

Regaliamo quindi, condividiamo il gusto delle cose fatte in casa, la bellezza ritrovata degli oggetti, diversamente destinati alle discariche. Non perdendo, ovviamente, di vista la persona stessa e considerando ciò che le potrebbe far piacere.

Possiamo preparare dei cosmetici con dei semplici ingredienti che troviamo in casa e metterli nei contenitori recuperati e decorati da noi. Io, per esempio, faccio spesso uno scrub per il corpo unendo (in proporzione un cucchiaio di ogni ingrediente) il sale fino al bicarbonato e al cacao amaro e aggiungendo l’olio d’oliva fino ad ottenere la consistenza desiderata. Lascia la pelle liscia, vellutata e profumata, quindi è una coccola che le vostre amiche appezzeranno sicuramente!

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Un’altra coccola è rappresentata dal cibo. Possiamo preparare i classici biscotti pan di zenzero, oppure alternativi biscotti vegani, confetture o creme spalmabili. Tutto ciò confezionato nei contenitori recuperati e adattati per l’occasione.

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Con i barattoli poi ci possiamo sbizzarrire, creando dei contenitori per alimenti, portapenne, ecc.

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Nello stesso modo possiamo decorare bottiglie vuote trasformandole in oggetti di arredo.

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In alternativa, possiamo creare cornici, porta braccialetti o decorazioni natalizie. Non ci vuole molto per dare al Natale un volto più sostenibile e un significato unico. Basta solo salvare qualcosa destinato a finire nel cassonetto e aggiungere un pizzico di fantasia!

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RIDUCI, RIUSA, RICICLA


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Il tema dell’ottava edizione della Settimana per la Riduzione dei Rifiuti (SERR), in programma dal 19 al 27 novembre 2016, è la riduzione dell’impatto ambientale degli imballaggi. Anche quest’anno, l’iniziativa è volta a promuovere la messa in atto di azioni di sensibilizzazione sulla riduzione dei rifiuti.

Per l’occasione in tutta Italia sono state sviluppate una serie di iniziative. Ad esempio, in Piemonte l’Associazione Culturale Peppino Impastato per tutta la settimana metterà in mostra a Palazzo Lomellini a Carmagnola, la mostra “Araba fenice: riuso funzionale e riciclo artistico” che fa parte di un progetto più ampio che punta alla sensibilizzazione in tema di riduzione, riuso e riciclo.

A Milano sarà allestita la mostra Growings Materials, crescere materiali sostenibili, dove verrà presentata una collezione di materiali emersi da una ricerca e una selezione di progetti su materiali di derivazione vegetale, quelli ottenuti dai fondi di caffè e quelli autogenerativi, creati a partire da organismi come funghi, alghe e batteri nutriti con gli scarti della agroindustria e in grado di dar vita a materiali biocompatibili.

Nelle Marche sarà lanciata la campagna “Meglio sfuso!” con l’obiettivo di avviare un processo di sensibilizzazione nelle attività commerciali presenti sul territorio comunale di Pedaso per favorire all’interno dei locali l’installazione e l’utilizzo dei distributori automatici di prodotti alla spina: detersivi, cereali, farine e pasta.

In Emilia Romagna, a Cattolica, in occasione della SERR, il Car Boot Sale torna nell’edizione ecologica. Si tratta di un mercatino del riuso che si ispira alla tradizione inglese dei Car Boot Sale, in cui i cittadini (non commercianti) riempiono la propria auto degli oggetti conservati in cantina o in soffitta per rivenderli, trasformando il baule in una bancherella. L’idea è di dare una nuova vita ai propri oggetti usati riducendo quindi gli sprechi e l’immondizia.

Alcuni dati riportano che ciascuno di noi produce in media 156,92 kg di rifiuti da imballaggio all’anno. Un caso di studio presentato in una delle precedenti edizioni della SERR ha dimostrato che una famiglia media di 3 persone con la sua azione può arrivare a risparmiare fino a 6.000€ all’anno complessivi ed evitare circa 1,5 tonnellate di rifiuti. La vita a “rifiuti zero” è un ideale dal quale la maggior parte di noi è ben lontana. I rifiuti da imballaggio sono strettamente legati al nostro modello di consumo e rappresentano un problema sempre più rilevante, specialmente se non differenziati.

Ridurre, riutilizzare e riciclare sono non solo delle parole entrate nel nostro vocabolario, ma delle azioni che devono far parte della nostra quotidianità. Non solo per ridurre gli sprechi, ma anche per preservare le risorse della Terra che non sono inesauribili.

Ridurre i consumi e gli sprechi, ridurre i costi e i rifiuti. Riutilizzare gli imballaggi e gli oggetti che abitualmente acquistiamo. Riciclare i materiali per non prosciugare le fonti delle risorse naturali e per diminuire il costo e l’impatto dello smaltimento dei rifiuti. Tutto questo significa ridurre l’impatto ambientale della nostra quotidianità.

Dovrebbe essere ormai chiaro che il contributo di ognuno di noi è assolutamente necessario, e in fondo non richiede uno sforzo sovraumano. Possiamo evitare di acquistare i prodotti eccessivamente imballati, prediligendo quelli sfusi, possiamo autoprodurre il cibo, i prodotti per igiene e pulizia, i cosmetici, possiamo dare una nuova vita alle cose, quindi riciclare e riusare.

Bisogna ricordarsi che dietro ad ogni cosa c’è una risorsa naturale e l’energia che è stata utilizzata per produrla, c’è inoltre il lavoro e la fatica delle persone. Solo ritornando a riconoscere e a rispettare il valore di ciò che ci circonda, possiamo tentare di salvare quello che ancora rimane. E lo possiamo fare condividendo la bellezza. Gli oggetti possono essere recuperati, trasformati e riutilizzati. Possono trovare una nuova collocazione e un uso alternativo.

Con un po’ di fantasia e con l’uso di alcuni materiali di recupero (come carta delle uova di Pasqua, nastri dei pacchetti regalo, vecchi calzini, pezzetti di stoffa, bottoni, frammenti di braccialetti rotti) i barratoli, i vasetti, i contenitori di plastica o di allumino, le bottiglie invece di finire nelle discariche, si trasformano in oggetti di arredo e di uso quotidiano: portapenne, vasi per piante, contenitori per alimenti ecc.

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CREARE RICICLANDO: SUGHERO


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Creare è vivere due volte (Albert Camus)

Il sughero è un tessuto vegetale che riveste il fusto e le radici delle piante legnose nelle quali sostituisce l’epidermide. Particolarmente pregiato è quello della sughera. Viene utilizzato nell’edilizia e nell’industria calzaturiera

Gli amanti del vino di solito ci fanno caso al materiale di cui è fatto il tappo: il sughero, viste le sue caratteristiche isolanti, viene utilizzato per produrre i tappi per vini di qualità. Per sostenere la produzione del tappo di sughero e per salvaguardare le sugherete mediterranee, importanti habitat ecologici per la biodiversità, sono nate in tutta Europa iniziative di raccolta e di riciclo dei tappi di sughero.

Ma cosa fare con i tappi, una volta raccolti? Possiamo avvicinarci al mondo dell’upcycling, dove tramite il riciclo i nuovi prodotti acquisiscono un valore economico maggiore rispetto ai componenti originali, e creare dei veri e propri oggetti di design. Idee creative ce ne sono davvero tante! Si possono fare, per esempio, dei sottopentola, delle cornici, delle ciotole. Ai più pazienti, sia nella raccolta che nell’assemblaggio, propongo di fare un tappeto.

Può essere un’occasione per passare il tempo in famiglia, assegnando ad ogni membro un compito al lui più consono e divertendosi insieme. Oppure un modo per rilassarsi in solitudine.

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Vi servirà una base, ovvero un tessuto (non troppo liscio, altrimenti i tappi si staccano) della grandezza che preferite. Se volete fare un tappetino per il bagno oppure per l’esterno, scegliete una base impermeabile. Con un taglierino o con un coltello ben affilato, tagliate i tappi a metà. C’è chi consiglia l’uso della carta vetrata per ottenere una superficie omogenea dei tappi, ma io non lo trovo necessario. Incollate i tappi sulla base usando la colla a caldo disponendoli come più vi piace.

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Buon divertimento!

NOSTALGIA DEL VUOTO A RENDERE


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In greco, «ritorno» si dice nóstos. Álgos significa «sofferenza». La nostalgia è dunque la sofferenza provocata dal desiderio inappagato di ritornare.

Milan Kundera, L’ignoranza

Anche oggi ho buttato una busta piena di vetro e plastica. E poi ci sto attenta, io. Non abbastanza, evidentemente. Ma mi impegno a non produrre troppi rifiuti, riciclabili e non.

Penso sempre più spesso con nostalgia ai tempi passati e ai luoghi lontani. Dove e quando non si conosceva l’abbondanza. Non si impazziva davanti a centinaia di shampoo prima di sceglierne uno. Lo shampoo era uno solo. Se c’era. Altrimenti si lavava i capelli con la saponetta e si risciacquava con l’aceto.

Si conosceva la preziosa arte dell’arrangiarsi, madre della creatività.

Non si sentiva il bisogno di certi “beni”, semplicemente perché non si era a conoscenza della loro esistenza. Altri li desideravamo tanto, ma sapevamo aspettare. Che gioia quando finalmente arrivavano! I giocattoli ci tenevano compagnia per anni, non finivano in discarica nel giro di pochi mesi. I bisogni erano reali e non indotti.

Non si diceva “Le banane mi fanno schifo”. O non conoscevi proprio il loro sapore, oppure ti arrivavano ogni tanto da luoghi lontani, insieme alle arance, alle noccioline e al cioccolato Kinder – che all’epoca era davvero “Kinder”, non Ferrero. Sapeva di raro, speciale. Sapeva di buono.

Il vuoto era vuoto a rendere, non vuoto a perdere. E non parlo del vuoto esistenziale. La sera lasciavi le bottiglie vuote davanti alla porta e alla mattina, come per magia, trovavi le bottiglie piene di latte.

Le bottiglie erano in vetro. Per acquistare le bevande si portavano indietro le bottiglie vuote. Oppure si andava nei punti di raccolta per portare le bottiglie vuote e recuperare qualche centesimo. Già, perché anche i centesimi avevano un valore. Si stava più attenti.

Ora produciamo, usiamo e gettiamo tonnellate di imballaggi. Non tutto viene riciclato. Non tutto si può riciclare. L’impatto dei rifiuti sull’ambiente è devastante, e i costi della raccolta e del riciclaggio sono eccesivi.

La mia nostalgia dunque non è solo il segno dell’età che avanza. Non sarebbe male tornare alle vecchie, buone abitudini.

L’ALBERO DI NATALE DAVVERO SPECIALE


Con l’arrivo di Valentino quest’anno il Natale a casa di Claudia è davvero speciale. E lo è pure l’albero!

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Dove c’è un neonato, di solito, non manca il regalo molto apprezzato dai genitori, la torta di pannolini. La creatività di Claudia l’ha trasformata in un albero di Natale particolare e minimalogico.

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La torta di pannolini, dei libri, le luci… ed è fatta! Semplice e sorprendente.

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VEDI ANCHE: L’ALBERO DI NATALE DI CLAUDIA E L’ALBERO DI NATALE DI CLAUDIA-2

L’INSOSTENIBILE RACCOLTA DIFFERENZIATA


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Quasi il 50% della carta, plastica e vetro viene raccolto porta a porta. È un sistema che garantisce le percentuali di raccolta più alte con il conseguente beneficio per l’ambiente. Ma è un sistema di raccolta particolarmente costoso. Richiede tanto personale, mezzi e carburante, e viene a costare più del triplo rispetto ai cassonetti.

Secondo i dati di Nomisma Energia del 2014, i costi della raccolta differenziata e del riciclaggio aumentano con il giro di attività, invece i ricavi (che coprono solo un quarto dei costi), rimangono fissi. Oggi, il tasso di differenziazione ha superato il 42% e il costo del servizio è quasi quadruplicato rispetto al 2001. Se si arrivasse al 70% diventerebbe insostenibile.

Non soltanto il sistema porta a porta aumenta i costi. Influisce anche sulla qualità dei rifiuti raccolti. Più si raccoglie e più rifiuti scadenti finiscono nella differenziata.

Infine c’è un fenomeno che pare sia entrato ormai nel sangue degli italiani: la corruzione. Secondo lo studio The costs of corruption in the italian solid waste industry Roma e Milano, riducendo il loro livello di corruzione a quello medio del campione, risparmierebbero rispettivamente 10 e 50 milioni di euro all’anno.

Maggiori costi significano l’aumento delle bollette, e questo sicuramente non invoglia a fare la raccolta differenziata.

Ma la raccolta differenziata e il riciclaggio restano comunque un impegno imprescindibile, con grandi benefici ambientali. Quello che possiamo fare è, prima di tutto ridurre i rifiuti che produciamo. Cioè comprare meno, evitare prodotti confezionati ed eccessivamente imballati (predliligendo l’autoproduzione), scegliere prodotti sfusi.

Dati da:
Elena Dusi Riciclare ma non troppo, ecco i paradossi della differenziata, la Repubblica del venerdì 23 ottobre 2015.

L’ALBERO DI NATALE DI CLAUDIA – 2

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A Claudia piace il Natale. Le piace attenderlo e sentirlo. Quest’anno, per lei e Daniele, sarà un Natale davvero speciale: il primo Natale con Valentino!

A Claudia piace sbizzarrirsi con le idee per l’albero di Natale. L’anno scorso ha creato insieme a suo babbo un albero diverso e minimalogico, riciclando le assi di vecchi pallet e riutilizzato vecchi addobbi alcuni dei quali fatti da lei. Fantastico!

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Per vedere le altre idee di Claudia: L’ALBERO DI NATALE DI CLAUDIA

CARTA – ISTRUZIONI D’USO

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In Italia si consumano circa 12 milioni di tonnellate di carta, “a testa” in media quasi 202 chili all’anno. La gran parte di carta va subito nei rifiuti, in quanto costituita da imballaggi inutili, oppure nelle fogne, nel caso di carta igienica. Carta casa e carta igienica, che ovviamente non possono essere riciclate, sono responsabili di quasi il 10 per cento del consumo complessivo di carta in Europa, e il loro consumo è in aumento.

Per produrre carta c’è bisogno di una quantità enorme di energia sia sotto forma elettrica sia di calore ottenuto da vapore. I dati del 2007 parlano di 8,5kWh, equivalente del fabbisogno energetico medio annuo di un milione di persone.

La carta è un materiale igroscopico, costituito da materie prime fibrose prevalentemente vegetali, unite per feltrazione (fenomeno che consiste nella salda unione reciproca delle fibre cellulosiche da una sospensione) ed essiccate. Inoltre spesso va “arricchita” da collanti, cariche minerali, coloranti e altri additivi.

Cellulosa ed emicellulosa costituiscono le fibre del legno. Penso che ci siamo già capiti. Oltre all’impiego di energia esiste un altro problema importante legato alla carta: la deforestazione.

Secondo un rapporto della FAO, nell’ultimo decennio, il ritmo della deforestazione ha rallentato rispetto agli anni novanta, ma procede ancora ad un ritmo troppo veloce per essere sostenibile. Tra il 2000 ed il 2010 la perdita netta di foreste è stata di 5,2 milioni di ettari all’anno. Le zone più colpite sono il Sud America e l’Africa orientale e meridionale.

Come ben sappiamo, ma purtroppo troppo spesso ignoriamo, le piante aiutano a mantenere stabile la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera (attraverso la fotosintesi clorofilliana). Il diboscamento fa si che il rilascio dell’ossigeno diminuisce e aumenti la CO2 nell’atmosfera. Ciò influisce sui fenomeni come l’effetto serra ed il riscaldamento globale. Inoltre, la deforestazione fa perdere la biodiversità, provoca la desertificazione nei territori secchi, frane e smottamenti in quelli collinari e piovosi. A questo si aggiunge l’inquinamento degli ecosistemi acquatici (a causa del dilavamento delle acque) e anche la sottrazione di risorse alle popolazioni indigene.

Di fronte ai fenomeni elencati sopra, la perdita dei valori estetici sembra marginale, ma in fondo non lo è: le foreste sono oggetto di bellezza estetica, naturalistica e culturale, della quale abbiamo un forte bisogno, quasi come dell’ossigeno.

A questo punto dovrebbe essere chiaro che dobbiamo assolutamente ridurre il consumo di carta. Come possiamo fare?

Il primo passo potrebbe essere costituito dall’utilizzo di carta riciclata, facilmente reperibile nelle cartolerie e nei supermercati. Possiamo anche frequentare più spesso la biblioteca e acquistare libri usati.

Inoltre, possiamo cominciare eliminando la posta indesiderata. Disdiciamo gli abbonamento a riviste che non leggiamo, facciamo un abbonamento on-line ove possibile, diamo indietro carte fedeltà dei negozi che non frequentiamo. È possibile anche eliminare le bollette cartacee facendo i pagamenti on-line e quelli con domiciliazione bancaria e richiedendo le conferme e i riepiloghi on-line.

Sarebbe utile anche ridurre le stampe che facciamo. Chiediamoci sempre se è indispensabile avere la versione stampata di un documento o altro testo.

Un’altra buona pratica è costituita dal riciclo dei sacchetti della spesa: quelli in carta sono di solito robusti e possono essere utilizzati più volte. E soprattutto, evitiamo gli imballaggi inutili: quante volte vi siete chiesti in farmacia se quel farmaco doveva essere avvolto nella carta o messo in un sacchettino?

E infine tocchiamo il tasto più dolente: limitare l’uso di carta casa e carta igienica. È veramente necessario asciugare tutto con carta casa? Vi lascerò riflettere in intimità sulle quantità di carta igienica necessarie e… non finirò mai di elogiare il livello di civiltà dei paesi che utilizzano il bidet!

LIBERI DI LEGGERE (NON SOLO A NATALE)


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Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo. (Gianni Rodari)

 

 

Anche quest’anno dall’inizio di Novembre i negozi si riempono di prodotti natalizi e noi veniamo riempiti di pubblicità. A breve inizieremo “la corsa al regalo”, senza sapere bene cosa e perché comprare.

Cosa regalare a chi ha già tutto?

Le risposte/proposte minimalogiche ci sono, e in parte le abbiamo già date in Natale Minimalogico.

Cercando di decidere cosa regalare, torno con il pensiero nei luoghi e nei tempi remoti, nel mondo di non-abbondanza, dove si desiderava ancora qualcosa e si provava piacere aspettandolo. Si apprezzava ciò che arrivava. E poteva mancare di tutto, ma sotto al nostro albero c’era sempre una busta piena di dolci e… un LIBRO. Il regalo più grande. Sia per un lettore appassionato, sia per chi non legge da tempo, sia per chi non ha mai letto. Il più grande, perché apre tante porte altrimenti chiuse. Regalare un libro significa condividere la bellezza e il sapere.

Mettendo in mano ai nostri figli un libro regaliamo loro altre vite, oltre a quella che abbiamo già dato. Quante vite in una sola! Quante storie, quanta magia. I libri sono un invito alla riflessione e all’emozione, un invito a sognare, un invito alla libertà (non a caso nei vari momenti della storia venivano bruciati…).

Con le nostre parole – sia quelle dette che quelle evitate – spesso ci complichiamo la vita. Non esprimono quasi mai esattamente quello che proviamo, quello che pensiamo. Il nostro ego si contrappone con l’ego altrui, si scontrano le aspettative, i bisogni. Si scontrano parole buttate fuori, gettate addosso a qualcuno. Le parole scritte (da altri), scelte con cura e composte vanno oltre a queste dinamiche quotidiane. Sì, ci toccano, ci commuovono, ci spronano, ci fanno anche arrabbiare. Ma l’ego non c’entra. Quindi mettere in mano a qualcuno un libro è un gesto d’amore puro e disinteressato.

Spero che i libri che regalerò quest’anno verranno apprezzati anche per il fatto di essere usati. Un gesto d’amore per l’ambiente, per le persone e per i libri ai quali viene donata un’altra vita. Si sente già l’atmosfera natalizia estremamente minimalogica!

ELOGIO DELLA DIVERSITA’


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(…) se la biodiversità è necessaria alla vita della terra, la diversità culturale è indispensabile alla salute psichica dell’uomo. (Tiziano Terzani)

 

 

Mi sono chiesta come mai chi ha un particolare interesse per la tutela dell’ambiente rimane spesso affascinato dall’orientale, dall’etnico, nel senso proveniente da un’altra cultura. Ci può essere una componente di protesta verso il conosciuto, il quotidiano occidentale, ma mi piace leggere la questione soprattutto nei termini della diversità.

La diversità culturale è necessaria all’umanità quanto la biodiversità lo è per la natura. Non è solo una grande intuizione di Terzani, è quello che recita l’articolo 1 della Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale (UNESCO, 2001).

La biodiversità, cioè la varietà della vita, con le diverse specie, habitat, ecosistemi e le risorse genetiche è indispensabile per la sopravivenza dell’uomo, che oltre ad essere un fruitore di essa, è una parte integrante dell’ecosistema, ma anche sua parte determinante: è capace di influenzarlo in maniera profonda (nel bene e nel male).

La biodiversità influisce sulla produzione dell’uomo – senza di essa sarebbe impossibile avere delle produzioni con delle caratteristiche specifiche, ad esempio diversi tipi di vino, di formaggio (il sapore particolare di alcuni formaggi si ottiene grazie alla specificità genetica dei microorganismi), l’impasto lievitato (quindi il pane o la pizza) con sapore differente a seconda del luogo. E poi anche i diversi tipi di legno e di fibre tessili. La biodiversità influenza quindi anche la diversità culturale, ovvero la varietà dei valori derivanti dai diversi usi della biodiversità e riferibili alla cultura materiale dei popoli.

Le scelte politiche (“antropocentriche”) dell’Occidente degli ultimi decenni indirizzate verso il miglioramento della qualità di vita hanno portato la progressiva distruzione e il degrado ambientale. La tutela della biodiversità non può più essere vista come un “capriccio” ambientalista, ma è diventata un imperativo. Diventa improbabile ignorare ad esempio i cambiamenti climatici dovuti al fatto che l’equilibrio dinamico della biosfera è stato fortemente compromesso. Il cambiamento climatico a sua volta ha l’effetto negativo sulla biodiversità.

In natura gli organismi riescono a sopravvivere grazie a una rete di complesse relazioni. Mentre la presenza di una ricca varietà di specie in un ambiente aumenta la sua resilienza, ovvero la capacità di tornare “a posto” dopo aver subito uno stress, la presenza di diversi saperi, conoscenze, abitudini culturali aumenta la ricchezza della esistenza dell’uomo.

La diversità culturale (…) è una delle radici dello sviluppo, inteso non semplicemente in termini di crescita economica, ma anche come mezzo per raggiungere un’esistenza più soddisfacente dal punto di vista intellettuale, emotivo, morale e spirituale. (Art. 3 Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale UNESCO).

Nell’Occidente l’esotico si manifesta più che altro nella scelta delle mete per vacanze, quella degli arredamenti, vestiario o accessori, e anche nella, piuttosto superficiale, ricerca spirituale. Corsi di meditazione, yoga, bagni di gong etc. trapiantati nella realtà occidentale e condotti da maestri e “guru” occidentalissimi sono sempre più popolari, ma molto lontani dal loro senso originale.

Mentre nell’Occidente la scelta dell’esotico è più che altro questione di moda, nelle altre parti del mondo si cerca di adottare il modo occidentale di vivere, dimenticandosi che le soluzioni globali non possono risolvere problemi locali e rischiando di far perdere la propria identità a diversi popoli. Ancora diversi nei colori e nei tratti somatici diventiamo spaventosamente standardizzati nelle preferenze e negli scopi, nello stile di vita, e quindi, nel modo di fare e di pensare.

Quanto, in fondo, accettiamo la diversità anche, e soprattutto, nel quotidiano?

Se partiamo dal presupposto che gli altri non sono nati per soddisfare i nostri bisogni e noi, a nostra volta, per rispondere alle aspettative altrui, magari riusciamo a rendere le nostre relazioni più autentiche, ricche e profonde. Definendole e ridefinendo a seconda di quello che decidiamo sia giusto per noi.

E non parlo di “tolleranza”, che per me è un concetto sbagliato. Perché non si tratta di tollerare – atteggiamento che presuppone una certa “superiorità”, non lascia spazio alla curiosità, all’ascolto e mette le distanze – ma di cercare di comprendere e accettare la diversità e di incontrarsi nonostante e grazie ad essa. Cercando di essere, se non altro, consapevoli che reagiamo alla base del vissuto, del conosciuto, dei nostri pregiudizi e cliché.

La nostra vita quotidiana è piena di piccole luci che impediscono di vederne una più grande. Il campo della nostra mente si è ristretto in maniera impressionante. Come si è ristretta la nostra libertà. Quello che facciamo è soprattutto reagire. Reagiamo a quello che ci capita, reagiamo a quello che leggiamo, che vediamo alla TV, a quello che ci viene detto. Reagiamo secondo modelli culturali e sociali prestabiliti. E sempre di più reagiamo automaticamente. Non abbiamo il tempo di fare altro. C’è una strada già tracciata. Procediamo per quella. (Tiziano Terzani)

Cito Tiziano Terzani da Un altro giro di giostra,TEA, 2004.

LA SCOPERTA DELLA COPPETTA MESTRUALE


luglio 2014 025

Mio marito la chiama “il Santo Graal”. Probabilmente ha bisogno di collocare in qualche modo questo oggetto sconosciuto, “esorcizzarlo”, addomesticarlo. Come la maggior parte delle persone che ne sentono parlare per la prima volta: quanta diffidenza, quante smorfie, versi, proteste! Per fortuna però sempre più donne la provano e poi se ne innamorano! Ma di cosa stiamo parlando? In realtà di una cosa “profana”: la coppetta mestruale.

È estremamente minimalogica! Consente di eliminare i prodotti usa e getta inquinanti. Può durare fino a 10 anni. Costa circa 20 euro, quindi già dopo circa 4 mesi si ammortizza la spesa.

Esiste di varie marche, dimensioni e spessore. Io ho scelto quella “made in Italy”. Fatta in morbido silicone medicinale platinico non provoca né allergie né irritazioni. Raccoglie il sangue mestruale all’interno del corpo, quindi è igienica e permette inoltre di eliminare il cattivo odore, la scomodità degli assorbenti esterni e i problemi provocati da quelli interni. Non servono nemmeno i proteggi slip, perché, se inserita bene, non perde nemmeno una goccia.

Alle donne che hanno una certa confidenza con il proprio corpo basta di solito un solo ciclo per imparare ad usarla. Va inserita meno in profondità rispetto all’assorbente interno e aderisce alle pareti della vagina. Va tolta ogni 4-8 ore, alla base dell’intensità del flusso, risciacquata (c’è chi usa del sapone neutro, ma basta l’acqua corrente – abbiamo a che fare con un ambiente non esattamente sterile!) e reinserita. Al primo utilizzo e a fine ciclo basta sterilizzarla facendola bollire in acqua per circa 5-10 minuti. Aspetta il prossimo ciclo riposta nel suo sacchettino in cotone.

Per scoprire qualche curiosità leggete qua e provatela, ne vale veramente la pena! Per l’ambiente, per la vostra comodità e salute, e last but not least, per il vostro portafogli!