Blog Archives

VENA RICICLARTISTICA


vena-bottiglie
Anche i rifiuti hanno un’anima che talvolta può rinascere!
Diego Scarpellini

Quando il pattume diventa il simbolo del degrado dell’umanità;
quando la società si basa sui cassonetti chiusi con tanto di tessera magnetica;
quando l’acqua non è un bene comune ma una bibita confezionata;
quando l’educazione civica perde di credibilità davanti alle bottiglie di plastica gettate in mezzo ai rifiuti organici;
quando vivi di nostalgia del vuoto a rendere
recuperare,
riciclare,
trasformare,
risvegliare l’anima dei “rifiuti”
e riconoscerne la bellezza
resta il tuo ultimo, disperato ATTO RIBELLE.

vena-tappi

Quando recupero i primi contenitori e li trasformo in portapenne decorandoli con i nastri colorati conservati negli anni, non immagino ancora che sta per nascere in me la vena (ricicl)artistica. Sto “solo” provando a spezzare la catena “compro, consumo, getto”.

Leggo con ammirazione e invidia le storie di vita a “zero rifiuti”. Per me la strada, per ora, è troppo in salita. Cerco di limitare gli imballaggi, comprando gli alimenti sfusi o impacchettati il meno possibile e prediligendo le preparazioni casalinghe a prodotti confezionati.

Ma uscire da questo circolo vizioso non è affatto facile. Basta concedersi un barattolo di olive, una bottiglia di vino, una vaschetta di gelato, e la casa si riempie di contenitori. Viene l’impulso di gettarli nei cassonetti, senza pensare all’impatto di tale gesto. Invece non possiamo più ignorare che significa prosciugare le risorse della Terra, consumare l’energia, inquinare. L’impatto dei rifiuti sull’ambiente e sulla nostra salute è devastante.

Così inizio a guardare ogni cosa con occhi diversi, e invece di buttarla decido di trasformarla, regalarle un’altra vita. Non solo provo a percepire “l’anima dei rifiuti”, inizio a esprimere la mia. L’ispirazione si trova ovunque, in un libro, in una canzone, nelle situazioni della vita che hanno bisogno di essere “addomesticate”, elaborate, trasformate a loro volta.

vena-cestino

In questo processo non sempre è possibile usare esclusivamente materiali di recupero, a volte si inquina non poco con le colle e le vernici spray, ma prevale l’aspetto dell’espressione artistica e una forte simbologia della voglia di salvare il salvabile e di trovare la bellezza nonostante tutto.

Bellezza che condivido con amici, parenti, conoscenti e anche qui.

LEGGI ANCHE: RIDUCI, RIUSA, RICICLA

RIDUCI, RIUSA, RICICLA, REGALA


15171219_10154627880423950_7967583487956294998_n

Per spingerci ad acquistare sempre di più, i negozi si riempiono di prodotti natalizi già a settembre. Tentati da svariate confezioni colorate, credenti e non, rischiamo di perdere il senso – religioso o culturale che sia – di questa festività. Ad un mese da Natale vi propongo anche io delle idee regalo, ma giusto per darvi tempo di farli. Perché quest’anno i regali di Natale minimalogici sono rigorosamente fai da te.

Perché anche rifiutandoci di cadere nella trappola consumistica della caccia al regalo, non dobbiamo mica rinunciare a questo modo di dire “ti penso”, “ti voglio bene”: però facciamolo a basso impatto ambientale: riducendo i consumi, riducendo i rifiuti, riusando in modo alternativo e creativo vari oggetti, facendo in casa ciò che altrimenti andrebbe acquistato.

Regaliamo quindi, condividiamo il gusto delle cose fatte in casa, la bellezza ritrovata degli oggetti, diversamente destinati alle discariche. Non perdendo, ovviamente, di vista la persona stessa e considerando ciò che le potrebbe far piacere.

Possiamo preparare dei cosmetici con dei semplici ingredienti che troviamo in casa e metterli nei contenitori recuperati e decorati da noi. Io, per esempio, faccio spesso uno scrub per il corpo unendo (in proporzione un cucchiaio di ogni ingrediente) il sale fino al bicarbonato e al cacao amaro e aggiungendo l’olio d’oliva fino ad ottenere la consistenza desiderata. Lascia la pelle liscia, vellutata e profumata, quindi è una coccola che le vostre amiche appezzeranno sicuramente!

15109528_10154627875043950_6526896756855786514_n15135733_10154627881043950_6119143629980565940_n

Un’altra coccola è rappresentata dal cibo. Possiamo preparare i classici biscotti pan di zenzero, oppure alternativi biscotti vegani, confetture o creme spalmabili. Tutto ciò confezionato nei contenitori recuperati e adattati per l’occasione.

15178992_10154627872848950_6251556034112690131_n

Con i barattoli poi ci possiamo sbizzarrire, creando dei contenitori per alimenti, portapenne, ecc.

15134574_10154627872643950_5934812674349886875_n15095614_10154627873573950_8547338623361350222_n15094858_10154627874133950_4829626786755225530_n

Nello stesso modo possiamo decorare bottiglie vuote trasformandole in oggetti di arredo.

15037230_10154612541213950_5548138179747029397_n

In alternativa, possiamo creare cornici, porta braccialetti o decorazioni natalizie. Non ci vuole molto per dare al Natale un volto più sostenibile e un significato unico. Basta solo salvare qualcosa destinato a finire nel cassonetto e aggiungere un pizzico di fantasia!

15179011_10154627875243950_2357065321028373409_n15134532_10154627872973950_5561626285069666086_n

RIDUCI, RIUSA, RICICLA


15037230_10154612541213950_5548138179747029397_n

Il tema dell’ottava edizione della Settimana per la Riduzione dei Rifiuti (SERR), in programma dal 19 al 27 novembre 2016, è la riduzione dell’impatto ambientale degli imballaggi. Anche quest’anno, l’iniziativa è volta a promuovere la messa in atto di azioni di sensibilizzazione sulla riduzione dei rifiuti.

Per l’occasione in tutta Italia sono state sviluppate una serie di iniziative. Ad esempio, in Piemonte l’Associazione Culturale Peppino Impastato per tutta la settimana metterà in mostra a Palazzo Lomellini a Carmagnola, la mostra “Araba fenice: riuso funzionale e riciclo artistico” che fa parte di un progetto più ampio che punta alla sensibilizzazione in tema di riduzione, riuso e riciclo.

A Milano sarà allestita la mostra Growings Materials, crescere materiali sostenibili, dove verrà presentata una collezione di materiali emersi da una ricerca e una selezione di progetti su materiali di derivazione vegetale, quelli ottenuti dai fondi di caffè e quelli autogenerativi, creati a partire da organismi come funghi, alghe e batteri nutriti con gli scarti della agroindustria e in grado di dar vita a materiali biocompatibili.

Nelle Marche sarà lanciata la campagna “Meglio sfuso!” con l’obiettivo di avviare un processo di sensibilizzazione nelle attività commerciali presenti sul territorio comunale di Pedaso per favorire all’interno dei locali l’installazione e l’utilizzo dei distributori automatici di prodotti alla spina: detersivi, cereali, farine e pasta.

In Emilia Romagna, a Cattolica, in occasione della SERR, il Car Boot Sale torna nell’edizione ecologica. Si tratta di un mercatino del riuso che si ispira alla tradizione inglese dei Car Boot Sale, in cui i cittadini (non commercianti) riempiono la propria auto degli oggetti conservati in cantina o in soffitta per rivenderli, trasformando il baule in una bancherella. L’idea è di dare una nuova vita ai propri oggetti usati riducendo quindi gli sprechi e l’immondizia.

Alcuni dati riportano che ciascuno di noi produce in media 156,92 kg di rifiuti da imballaggio all’anno. Un caso di studio presentato in una delle precedenti edizioni della SERR ha dimostrato che una famiglia media di 3 persone con la sua azione può arrivare a risparmiare fino a 6.000€ all’anno complessivi ed evitare circa 1,5 tonnellate di rifiuti. La vita a “rifiuti zero” è un ideale dal quale la maggior parte di noi è ben lontana. I rifiuti da imballaggio sono strettamente legati al nostro modello di consumo e rappresentano un problema sempre più rilevante, specialmente se non differenziati.

Ridurre, riutilizzare e riciclare sono non solo delle parole entrate nel nostro vocabolario, ma delle azioni che devono far parte della nostra quotidianità. Non solo per ridurre gli sprechi, ma anche per preservare le risorse della Terra che non sono inesauribili.

Ridurre i consumi e gli sprechi, ridurre i costi e i rifiuti. Riutilizzare gli imballaggi e gli oggetti che abitualmente acquistiamo. Riciclare i materiali per non prosciugare le fonti delle risorse naturali e per diminuire il costo e l’impatto dello smaltimento dei rifiuti. Tutto questo significa ridurre l’impatto ambientale della nostra quotidianità.

Dovrebbe essere ormai chiaro che il contributo di ognuno di noi è assolutamente necessario, e in fondo non richiede uno sforzo sovraumano. Possiamo evitare di acquistare i prodotti eccessivamente imballati, prediligendo quelli sfusi, possiamo autoprodurre il cibo, i prodotti per igiene e pulizia, i cosmetici, possiamo dare una nuova vita alle cose, quindi riciclare e riusare.

Bisogna ricordarsi che dietro ad ogni cosa c’è una risorsa naturale e l’energia che è stata utilizzata per produrla, c’è inoltre il lavoro e la fatica delle persone. Solo ritornando a riconoscere e a rispettare il valore di ciò che ci circonda, possiamo tentare di salvare quello che ancora rimane. E lo possiamo fare condividendo la bellezza. Gli oggetti possono essere recuperati, trasformati e riutilizzati. Possono trovare una nuova collocazione e un uso alternativo.

Con un po’ di fantasia e con l’uso di alcuni materiali di recupero (come carta delle uova di Pasqua, nastri dei pacchetti regalo, vecchi calzini, pezzetti di stoffa, bottoni, frammenti di braccialetti rotti) i barratoli, i vasetti, i contenitori di plastica o di allumino, le bottiglie invece di finire nelle discariche, si trasformano in oggetti di arredo e di uso quotidiano: portapenne, vasi per piante, contenitori per alimenti ecc.

15094446_10154599423213950_6993177896302166931_n15036269_10154591112168950_6093814881191926287_n
15078537_10154611943828950_7773179180406637392_n15056223_10154611943998950_5014233886913134359_n

NOSTALGIA DEL VUOTO A RENDERE


12644863_10153791625173950_3804919797576240190_n - Copia

In greco, «ritorno» si dice nóstos. Álgos significa «sofferenza». La nostalgia è dunque la sofferenza provocata dal desiderio inappagato di ritornare.

Milan Kundera, L’ignoranza

Anche oggi ho buttato una busta piena di vetro e plastica. E poi ci sto attenta, io. Non abbastanza, evidentemente. Ma mi impegno a non produrre troppi rifiuti, riciclabili e non.

Penso sempre più spesso con nostalgia ai tempi passati e ai luoghi lontani. Dove e quando non si conosceva l’abbondanza. Non si impazziva davanti a centinaia di shampoo prima di sceglierne uno. Lo shampoo era uno solo. Se c’era. Altrimenti si lavava i capelli con la saponetta e si risciacquava con l’aceto.

Si conosceva la preziosa arte dell’arrangiarsi, madre della creatività.

Non si sentiva il bisogno di certi “beni”, semplicemente perché non si era a conoscenza della loro esistenza. Altri li desideravamo tanto, ma sapevamo aspettare. Che gioia quando finalmente arrivavano! I giocattoli ci tenevano compagnia per anni, non finivano in discarica nel giro di pochi mesi. I bisogni erano reali e non indotti.

Non si diceva “Le banane mi fanno schifo”. O non conoscevi proprio il loro sapore, oppure ti arrivavano ogni tanto da luoghi lontani, insieme alle arance, alle noccioline e al cioccolato Kinder – che all’epoca era davvero “Kinder”, non Ferrero. Sapeva di raro, speciale. Sapeva di buono.

Il vuoto era vuoto a rendere, non vuoto a perdere. E non parlo del vuoto esistenziale. La sera lasciavi le bottiglie vuote davanti alla porta e alla mattina, come per magia, trovavi le bottiglie piene di latte.

Le bottiglie erano in vetro. Per acquistare le bevande si portavano indietro le bottiglie vuote. Oppure si andava nei punti di raccolta per portare le bottiglie vuote e recuperare qualche centesimo. Già, perché anche i centesimi avevano un valore. Si stava più attenti.

Ora produciamo, usiamo e gettiamo tonnellate di imballaggi. Non tutto viene riciclato. Non tutto si può riciclare. L’impatto dei rifiuti sull’ambiente è devastante, e i costi della raccolta e del riciclaggio sono eccesivi.

La mia nostalgia dunque non è solo il segno dell’età che avanza. Non sarebbe male tornare alle vecchie, buone abitudini.

AUTOPRODUZIONE – CHI FA DA SE’


20120925-Joanna_untitled11-2

Dal cibo (yogurt, conserve, creme spalmabili, dolci, pane, pizza e altro) a cosmetici, detersivi, vestiti, coltivazione dell’orto (anche sul terrazzo), fino alla costruzioni dei mobili e oggetti di arredo – lo spettro dell’autoproduzione in cui ci possiamo cimentare è davvero vasto.

Ma perché fare con le proprie mani ciò che possiamo acquistare già fatto?

Si dice che chi fa da sé, fa per tre. Scopriamo dunque i vantaggi dell’autoproduzione.

Innanzitutto, l’accurata scelta degli ingredienti ci dà la garanzia della qualità del prodotto – importante soprattutto per quanto riguarda il cibo e i cosmetici. Possiamo evitare tutti gli additivi chimici presenti nei prodotti industriali.

Inoltre, l’autoproduzione consente la riduzione dei costi. Per esempio, scegliendo gli ingredienti economici e poco inquinanti per autoprodurre i detersivi abbassiamo sia il costo che l’impatto ambientale, visto il prezzo elevato dei detersivi, specie se eco-certificati). I costi di trasporto del prodotto finito si riducono a zero.

Evitando di acquistare i prodotti confezionati (ed eccessivamente imballati) riduciamo notevolmente la produzione dei rifiuti.

In più, creando per esempio l’arredamento, possiamo ricorrere ai materiali di recupero. Nel caso di upcycling, ovvero il riuso creativo, il processo di riciclo fa acquisire ai nuovi prodotti un valore economico maggiore rispetto ai componenti originali.

L’autoproduzione permette di tornare a dare il valore alle cose – acquisiamo coscienza di quello che c’è dietro ad un prodotto, quanto impegno, quanta fatica, quanta passione, quanto tempo ci vuole.

Fare da sé è un modo per esprimere la propria creatività che da una grande soddisfazione e un senso di libertà. È anche un ottimo passatempo, da praticare in solitudine oppure condividendo con altri. Coinvolgendo i bambini trasmettiamo loro le nostre convinzioni i nostri valori in modo efficace e credibile.

C’è chi partendo da una autoproduzione occasionale, riesce a trasformarla in uno stile di vita, che comprende anche la diffusione della cultura del fatto in casa. In questo contesto è da segnalare il sito http://autoproduco.it/ – molto interessante e completo, in quanto si occupa di vari tipi di autoproduzione.

A tutti quelli che autoproducono Minimalogico offre la possibilità di condividere le idee, le ricette e i tutorial. Scrivete all’indirizzo blogminimalogico@gmail.com e raccontate cosa e come fate in casa!

TRA LUCI E OMBRE DELL’ESSERE


1186320_10151811880484294_2142807315_n

I mostri che abbiamo dentro
che vagano in ogni mente
sono i nostri oscuri istinti
e inevitabilmente
dobbiamo farci i conti.

Giorgio Gaber

Abbiamo provato orrore, rabbia, dolore, indignazione, tristezza… Per un attimo abbiamo pensato: poteva essere mio figlio. Ecco, per un attimo.

Vi ricordate l’immagine del bambino morto sulla spiaggia? E come dimenticarla, mi chiederete. Eppure, non se ne parla più. Sono state spese tante parole su quella foto. Erano poi convincenti sia gli argomenti “pro” che quelli “contro” la pubblicazione. Appunto, si parlava della pubblicazione.

Ci preoccupiamo per la foto, mentre il vero problema sta in quello che c’è dietro quella immagine. Chiediamo il rispetto per la morte, mentre è il rispetto per la vita che manca.

Ci esponiamo, diciamo la nostra, spesso e volentieri, per sentirci almeno un pochino “migliori” degli altri. Eccoli gli uomini: vanno avanti e indietro per la strada: ognuno è un mascalzone e un delinquente per natura, un idiota. Ma se sapessero che io sono un omicida e ora cercassi di evitare la prigione, si infiammerebbero tutti di nobile sdegno (Fëdor Dostoevskij, Delitto e Castigo).

In realtà, la non-accoglienza che osserviamo nel caso degli “immigrati”, è la stessa non-accoglienza che mostriamo tutti i giorni verso l’altro. E non si tratta soltanto della paura della diversità. Spesso è solo un pretesto. Sembra che l’altro ci debba sottrarre, togliere qualcosa, che ogni volta che migliora la situazione dell’altro, peggiori la nostra. Ma davvero se sta bene l’altro, non possiamo star bene anche noi? Cosa abbiamo di così prezioso da dover proteggere, difendere dall’altro?

Un essere umano è per la sua natura “imperfetto”, cioè è fatto di luci e ombre. Sarebbe inutile e controproducente negare le ombre. Come è inutile contestare la rabbia, l’invidia, la gelosia o la paura. Non ci resta che accettarle e conviverci. Non ci può essere il bene senza il male, non può esistere la luce senza l’ombra.

Ma si può riscoprire e far splendere la luce. Nell’altro sta l’occasione per noi di essere umani. Tornare a rivolgere l’attenzione all’altro, con un atteggiamento di apertura, di disponibilità e di accoglienza, costituisce un’opportunità di arricchimento. Ci è indispensabile la condivisione, e per questo serve anche lo sforzo a comprendere. Si cresce nell’incontro con l’altro. Ma anche nello scontro, a condizione di riuscire a mettersi in discussione. Un abbraccio che diamo è anche un abbraccio che riceviamo.

E non si tratta del “buonismo”, vero o finto che sia. È questione della qualità di vita. Se non addirittura di sopravivenza. Già, perché quel bambino sulla spiaggia poteva essere mio figlio.

Category: LIFESTYLE

STAISINERGICO – COWORKING INTORNO ALLA MOKA


moka 001

Da tempo chiedo a Gianluca di parlami di Staisinergico. Cos’è? Come è nato? Perché si chiama così? Cosa rappresenta per te? – lo assillo di domande. Alla fine mi ha risposto attraverso un’intervista rilasciata a Prisca Manco.

Possiamo immaginare un modo di fare impresa che sia collaborativo prima che competitivo? Lavorare insieme, condividendo spazio, relazioni, competenze, strumenti può rappresentare un modo per incentivare un’economia sostenibile e innovativa? – si domandano i fondatori di Staisinergico.

E dalla loro immaginazione, dai loro sogni nasce questa esperienza di Coworking a Sud. Un’associazione, un incubatore di sogni e competenze, che valorizza pratiche di economia collaborativa

In questa bellissima intervista, Simona, Iolanda e Gianluca raccontano come partire dalle proprie storie personali e creare gli spazi di confronto in cui le idee circolano liberamente, le competenze, le suggestioni, gli strumenti sono messi in circolo, generino in maniera molto virtuosa la crescita esponenziale delle opportunità. Tutto questo nel rispetto dell’ambiente, risparmiando e valorizzando il territorio.

Attraverso le loro parole entriamo non solo nel mondo della libera professione e della microimpresa, ma soprattutto in un luogo aperto, in cui ci si può confrontare sul piano umano e professionale, e dove il sogno è una risorsa. Ci troviamo in uno spazio di creatività, di ridefinizioni, dove, grazie a più sguardi, si notano le opportunità. È molto più che l’economia collaborativa: è condivisione degli spazi del lavoro e della vita.

Non rimane che guardare il video e farsi suggestionare dall’immagine della condivisione intorno alla moka.

VALORE DEL CIBO. Paradossi e contradizioni dello spreco alimentare


IMG_2131

Ogni anno nel mondo vengono sprecate circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, cioè un terzo del cibo prodotto. Questo accade mentre un miliardo di persone soffre e muore di fame.

Secondo la FAO (L’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) lo spreco alimentare annuo in Europa e in America settentrionale ammonta a circa 300 kg pro capite. Ogni anno circa 100 kg di cibo pro capite, compreso quello perfettamente commestibile, finiscono nelle pattumiere domestiche. E questa è solo l’ultima tappa di una catena di sprechi che inizia nei campi e negli allevamenti e continua lungo la fasi della trasformazione e del commercio.

Per perdite alimentari (food looses) si intende le perdite di massa o qualità nutrizionale del cibo originariamente destinato al consumo umano, solitamente causate da inefficienze nella filiera.
Gli sprechi (food waste) comprendono invece il cibo scartato, più frequentemente presso il punto di vendita e di consumo finale.

In entrambi i casi tutto questo cibo ha richiesto tante risorse naturali e umane, tempo, energia e denaro. Ha avuto pure un grosso impatto ambientale in tutte le fasi della produzione, del trasporto, del confezionamento, della commercializzazione e della conservazione. Infine si è trasformato in rifiuti, la cui gestione implica ulteriore utilizzo di risorse.

La contraddizione dello spreco è evidente. E la sovrapproduzione è un problema, non una soluzione. Un sistema alimentare che genera così elevate quantità di sprechi e, allo stesso tempo, non è in grado di nutrire tutti gli abitanti del pianeta, è insostenibile. La quantità di sprechi alimentari ha un costo altissimo, in termini ecologici, economici, etici e culturali. Le risorse naturali vengono sistematicamente sciupate, gli animali vivono in condizioni inaccettabili e la qualità della carne ottenuta attraverso la sofferenza e con l’uso dei mangimi e farmaci è, come minimo, discutibile.

Basta pensare che produrre 1 kg di carne ha lo stesso impatto ambientale di un’auto media europea che percorre 250 chilometri per interrogarci se si può continuare su questa strada ancora a lungo.

Ma la crescita non sente ragioni. Per accrescere i rendimenti agricoli si ricorre alle biotecnologie e agli OGM (organismi geneticamente modificati). I problemi ecologici causati dall’agricoltura chimica e dagli allevamenti intensivi erano noti in partenza, ma sono prevalsi i vantaggi economici.

Secondo Slow Food la reale e principale causa dello spreco alimentare è il fatto che il cibo sia considerato alla stregua di una merce come un’altra, una commodity:
Nel mondo contemporaneo, dominato dal mercato, il cibo – con i valori e i diritti a esso collegati – è diventato merce. Il cibo si vende, si compra, si spreca.

Va tuttavia evidenziato che il sistema in cui ci troviamo a operare con il ruolo di consumatori, di produttori o di intermediari si fonda sul meccanismo dello spreco e della produzione eccessiva, dello smaltimento veloce delle scorte per poter immettere sul mercato nuovi prodotti. In altre parole, lo spreco è organico al sistema, non è un incidente di percorso. L’agroindustria sostiene costi di produzione moderati a fronte di margini elevati: questo consente di produrre in eccedenza senza perdere profitti. È questo il fattore chiave che rende lo spreco alimentare funzionale al sistema.

Il 20 per cento della popolazione mondiale consuma l’80 per cento delle risorse, mentre per l’80 per cento rimane da spartire il restante 20 per cento. Come dire che se in un ristorante ci sono cento persone, 20 mangiano fino a scoppiare e buttando un terzo di quello che hanno ordinato, mentre 80 persone hanno si e no un tozzo di pane.

Questa sarebbe la nuova era dell’abbondanza. L’abbondanza per pochi e fame per tutti gli altri. Ecco un altro paradosso: l’Africa è il continente più ricco di risorse e pure sottopopolato. Ciononostante è al contempo il continente più colpito dalla povertà.

È risaputo che le sue ricchezze sono state sottoposte al saccheggio. Ma non solo. La povertà deriva in gran parte dall’imposizione di modi di produzione inadatti ai territori, alla cultura, al saper fare e alla organizzazione sociale delle popolazioni. Si tratta di popolazioni che costituiscono un potenziale produttivo, e come tale sono state inserite nel sistema mercantile come coltivatori di prodotti esportabili secondo il procedimento abituale dell’agroindustria. Tutto questo senza la possibilità di uscire dal sistema, visto che le coltivazioni dei prodotti alimentari sono state sradicate per fare spazio a monoculture finalizzate esclusivamente all’esportazione.

Il nocciolo del problema è quindi la mercificazione del cibo e la perdita del suo valore per l’umanità.

Considerare lo spreco come effetto di una mancanza di valore attribuita al cibo può guidare nell’elaborazione delle politiche agroalimentari. L’obiettivo non è quello di aggiustare un sistema che non funziona, ma di proporre una visione nuova del sistema agroalimentare: produrre meno e con più attenzione per combattere gli sprechi.

Secondo Slow Food, per sperare di modificare in modo strutturale e radicale la situazione attuale bisogna partire dall’idea che gli sprechi si possono combattere prima ancora che il cibo venga prodotto, acquistato e consumato.

Produrre meno e meglio è la strada giusta per nutrire una popolazione mondiale in crescita. Il livello di spreco attuale e le sue dinamiche indicano che la capacità di nutrire il mondo non dipende soltanto dalla quantità di cibo prodotto, quanto piuttosto da come è prodotto, distribuito e consumato e da come le risorse (ambientali, economiche, umane) sono usate, o sprecate, in questo processo.

Si può combattere alla radice lo spreco alimentare solo restituendo il valore al cibo.

Per aproffondire:

Slow Food, Documento di posizione sulle perdite e gli sprechi alimentari;

Maurizio Pallante, La decrescita felice. La qualità della vita non dipende dal PIL, Editori Riuniti 2005.

INTINERARI MINIMALOGICI: IN VIAGGIO CON SAM


Come può essere un itinerario di viaggio minimalogico? Nell’epoca precedente l’avvento di Internet, il mio primo vero viaggio minimalogico ha avuto come meta Auschwitz. Abitavo di fronte la stazione degli autobus di Bologna. Era il 1998. Alle 18:00 di ogni mercoledì partiva un pulmann per Krakow (Cracovia) per la via della neo Repubblica di Slovacchia. Carico di corpulente donne polacche, per lo più assistenti agli anziani di Bologna e dintorni, il 13 agosto del 1998 mi imbarcai su quel vecchio pulmann, stipato di persone e bagagli. Direzione Krakow, località dove sarei giunto alle ore 13:00 del giorno successivo. Scomodamente seduto su uno degli ultimi posti in coda, una bella ragazza polacca serviva di tanto in tanto Acqua Minerale, mentre la TV trasmetteva Il Nome della Rosa con sottotitoli polacchi. Le frontiere nel 1998 erano ancora tali, erano trapassi da un mondo all’altro, in specie quella tra Austria e Slovacchia e quella tra Slovacchia e Polonia. In un incomprensibile polacco l’autista avvertiva di non cedere alle illusioni di vincita di strani tipi che nelle soste proponevano alle corpulenti assistenti agli anziani di giocarsi i risparmi del lavoro italiano alle “tre carte”. Mi pareva che quello fosse un modo di viaggiare immerso nel senso. Da quella volta ho sempre viaggiato in modo inconsapevolmente minimalogico.

P1070772

Ci chiedevamo se fosse possibile progettare un itinerario minimalogico con il piccolo Samuele, all’epoca di appena 5 mesi, senza sacrificare in modo drastico l’interesse dell’itinerario stesso e senza banalizzare il viaggio.
La scelta dell’itinerario è così caduta su una combinazione di interessi storici e di ispirazioni naturalistiche.
Il nostro itinerario ha avuto come località di partenza Bologna, città di residenza, alla volta della provincia di Udine, con la scelta di dimorare a Tricesimo, a nord del capoluogo friulano, per poter visitare Udine, prima, e Cividale del Friuli successivamente.

Dall’Italia si può raggiungere la Slovenia attraverso numerosi confini, ma di certo il meno battuto rimane sicuramente quello di Polava//Pöhlbach risalendo la Valle del Natisone. Adesso il confine di stato è rappresentato da una vecchia sbarra che non si alza e non si abbassa più, ma che solo venti anni fa rappresentava un muro quasi insormontabile tra due mondi distinti l’Italia e la Jugoslavia di Tito. La strada è lenta ed impervia ma permette di entrare in Slovenia dalla porta di servizio sul territorio di Livek, alle pendici del Matajur, costituito da numerosi piccoli villaggi sparsi tra pascoli che alla fine di ottobre si presentavano ancora verdissimi.
Qui si può dimorare (e mangiare) persino in una fattoria e così noi abbiamo fatto, nel villaggio di Avsa, nella Jelenov breg pod Matajurem.
Queste montagne sono ancora più suggestive se le si associa al ricordo della Prima Guerra Mondiale, e di fatto nelle vicinanze di Livek è possibile visitare il Museo all’aperto del Kolovrat, dove sono ben conservate le trincee del fronte italo-sloveno dove combatterono le truppe italiane.

P1070865

Ad una quindicina di chilometri da Livek, nell’incantevole Kobarid (Caporetto), non si può trascurare di visitare il Museo di Caporetto che conserva fervide testimonianze della Prima Guerra Mondiale.

Da Kobarid era nostra intenzione raggiungere il lago di Bled per la via di Tolmin e Bohiniska Bistrica, ma questo non è stato possibile per via di una frana. L’itinerario alternativo non è meno suggestivo, passando per la via del Passo del Predil che collega la Slovenia all’Italia e permettendo una sosta nell’originalissima località di Cave del Predil, sede della dismessa Mineria di Rabil. Qui se si è fortunati si può visitare il Museo delle Cave del Predil.

P1070819

Di qui si rientra in poco tempo in Slovenia per la via Tarvisio e si giunge fino al Lago di Bled attraverso la verde, ma un po’ monotona, valle della Sava Dolinska. La cittadina di Bled e l’omonimo lago rappresentato meta turistica suggestiva, già sede di una delle residenze di Tito. Dal castello, raggiungibile con una lunga scarpinata (ancora più lunga con un bimbo di cinque mesi nel marsupio) si può godere di un panorama ricco di colori.

Percorrendo la strada della valle a ritroso, a soli cinque chilometri a Nord Ovest di Bled, è possibile visitare le Gole del Vintgar e camminare lungo un sentiero ben attrezzato assolutamente immersi nella natura. Pernottando a Kranjska Gora il giorno successivo è possibile proseguire il viaggio alla volta dell’Austria, che abbiamo raggiunto attraverso il WurzenPass. Lungo questa strada dopo circa due chilometri dal confine austriaco, si trova l’originale Museo de Bunker, che conserva la più grande rete di bunker dell’Austria, erreta nel periodo della Guerra Fredda. Il Museo (ovviamente all’aperto) è visitabile solo fino all’inizio dell’autunno per comprensibili ragioni climatiche

P1070801

Giunti in Carinzia, la meta ideale per completare il viaggio è l’elegante città di Villach, con la possibilità di soggiornare in un Ostello nella prima periferia della città, anche con la propria famiglia.

Visto che il nostro viaggio è iniziato in Friuli Venezia Giulia, era giusto che si concludesse nella stessa regione e che potesse rendere merito all’encomiabile ricostruzione della città di Venzone (Udine), distrutta dal terremoto del 1976 e ricostruita nel rispetto dell’originaria urbanistica, famosa oggi anche per la coltivazione della lavanda.

Category: LIFESTYLE

TAG ,

REDUCETARIANI – MENO, MA MEGLIO


20100131-P1310007

Se mangi carne a pranzo non farlo anche a cena – si legge sul sito www.reducetarian.comEvita di mangiare carne il lunedì, o scegli la giornata che ti è più comoda per farlo. Decidi di acquistare prodotti di origine animale dove il bestiame è nutrito al pascolo, invece che fare riferimento agli allevamenti intensivi.

Nel medesimo blog si consiglia inoltre di ridurre le porzioni di carne e di scegliere almeno un giorno alla settimana destinato all’alimentazione vegetariana.

Secondo Brian Kateman, giovane ricercatore nel dipartimento di Ecologia e biologia ambientale della Columbia University, riduzione del consumo di carne (ma anche pesce e latticini) con l’incremento della qualità dei prodotti di origine animale consumati aiuterebbe ad arginare l’impatto dell’alimentazione sul riscaldamento globale (la produzione di CO2 derivata dal consumo di carne ammonterebbe a circa il 20%).

Non si tratta solo di un percorso dietetico con ottimi risultati per la salute delle persone (mangiando meno carne e più frutta e verdura, i reducetariani vivono più a lungo, in salute e felici), ma di un movimento alimentare ed etico che dà importanza al benessere degli animali e alla tutela dell’ambiente.

Gli accorgimenti sono dunque pochi e semplici: limitare la quantità e fare attenzione alla qualità della carne consumata, eliminando consumo della carne di allevamenti intensivi, devastanti per gli animali, per l’ambiente e per l’uomo.

Questa corrente costituisce una scelta meno “estrema” rispetto alla dieta vegetariana o vegana, quindi è più facile da introdurre e mantenere come abitudine quotidiana: i reducetariani fissano obiettivi facilmente raggiungibili per imparare a mangiare in maniera graduale meno carne. In questo senso è a portata di tutti.

Può anche essere il primo passo verso la dieta vegetariana o vegana, ma di solito è una scelta di chi non vuole rinunciare del tutto al consumo di carne. Anche perché i prodotti di origine animale fanno parte della tradizione, o meglio, delle tradizioni culinarie, quindi della cultura gastronomica. Diventare reducetariani potrebbe dunque costituire una sorta di “compromesso”: vivere in modo responsabile, rispettoso e più sostenibile, senza rinunciare al consumo di carne.

EXPO 2015 – UN’OCCASIONE SPRECATA


expo

La mia proposta è semplice: affrontiamo a un tavolo il modello di produzione alimentare da mettere in agenda. Facciamo entrare le idee dentro Expo e teniamo fuori la cultura del profitto che danneggia le persone e il pianeta. Affrontiamo la questione chiave: il modello di produzione del cibo che viene proposto per il futuro è quello industriale basato su OGM e brevetti che finiscono per controllare la filiera alimentare da parte delle multinazionali oppure è quello che promuove la sovranità alimentare basata sulla biodiversità e sui sistemi ecologici, locali e territoriali? Lo dice Vandana Shiva, ambientalista indiana che da tempo lotta per cambiare le politiche agricole e alimentari. È stata scelta come uno dei volti di Ambassador per Expo Milano 2015. I personaggi come lei sono stati invitati per dare parvenza di etico a qualcosa di indecente. Ovviamente pura questione di immagine, di marketing.

Secondo alcuni l’Expo 2015 era un’ottima occasione per proporre un modello alimentare diverso, sostenibile e sano per i consumatori. Ancora prima dell’inizio è abbastanza chiaro che questo non avverrà. Non con gli sponsor come McDonalds’, Coca Cola e Ferrero. Pare che invece di “nutrire il pianeta” stiamo per nutrire gli interessi delle multinazionali e contribuire al consolidamento del modello agricolo dominante e del sistema economico corrente.

Sul sito ufficiale dell’Expo di Milano si legge che il brand Coca Cola è stato scelto in virtù del suo impegno sul fronte dell’innovazione e della crescita sostenibile, capace di generare ricchezza per le comunità, tutelando le risorse utilizzate e incoraggiando consumi e stili di vita equilibrati.

McDonald’s, invece, grazie all’accordo di sponsorship annunciato insieme al progetto “Fattore Futuro”, farà parte dell’evento, lanciando contemporaneamente un’iniziativa rivolta a imprenditori agricoli italiani under 40 che hanno un progetto di innovazione e sostenibilità per la propria azienda. Venti di questi imprenditori si guadagneranno un posto in prima fila come fornitori per la maggiore catena mondiale di fast food. Nessuna contraddizione. Complimenti.

A me risulta invece che sia Coca Cola che gli altri soggetti hanno parecchio a che fare con la produzione del cibo non sano e con la devastazione dell’ambiente. La loro presenza non sembra esattamente far parte della lotta contro l’obesità, l’esaltare il biologico o mettere in risalto cibo genuino e il made in Italy.

E credo che non serva nemmeno che il professor Berrino, epidemiologo dell’Istituto Tumori di Milano, ci dica che il cibo dell’Expo non fa bene alla salute. Expo sarà una grande fiera di promozione di cibi che non fanno bene alla salute – dice Berrino- Vorrei ricordare che il Codice Europeo per la Prevenzione dei Tumori dice di evitare il consumo di bevande zuccherate, di evitare il consumo di carni conservate, di limitare il consumo di cibi ad alta densità calorica, cioè molto ricchi di grassi e di zuccheri, di limitare il consumo di carne rossa. E allora io mi chiedo: “ma nella ristorazione che ci sarà all’Expo ci saranno le bevande zuccherate? ci saranno le carni conservate?” Se ci saranno chiediamoci che senso ha, che senso ha questa Expo.

Dure anche le parole di Carlo Petrini, fondatore dello Slow Food. Petrini ha criticato duramente l’economia che l’Expo vorrebbe esaltare: è una economia che uccide le comunità se non affrontiamo questo tema. Se affrontiamo questo Expo con la sua kermesse di padiglioni e fuochi di artificio senza entrare dentro queste tematiche ci troveremo davanti a un evento schizofrenico. Petrini però è andato ancora oltre facendo il proprio personale appello nel corso di un convegno organizzato dalla Compagnia di San Paolo a Torino: Il mio auspicio e’ che la prossima Expo non si riduca solo ad un appuntamento turistico, ad esposizione dell’industria alimentare o della potenza degli Stati. Stato, industria e Paesi sono forti se rispettano gli umili, ossia chi e’ vicino alla terra. Bisogna mettere insieme capitalismo ed economia di sussistenza, fare in modo che dialoghino, che creino un nuovo umanesimo. Questa e’ la grande sfida per uscire da questa crisi entropica con nuove idee. Insomma di fronte a una macina che sta distruggendo culture e popoli non ha senso rispondere con una fiera che invece esalti tutto questo, ancor più che il concetto stesso di libero mercato applicato al cibo e alle materie prima rappresenta un “non senso” che sta provocando danni disastrosi ai popoli del mondo.

Però Petrini, invece di boicottare l’Expo, ha accolto l’opportunità che dà per diffondere il messaggio che – come si legge nel sito della fiera – gli alimenti con un legame profondo con i loro territori di appartenenza vadano tutelati per preservare il grande valore culturale e spirituale che detengono e che rappresentano per le singole comunità. “Assicurare un cibo buono, pulito e giusto agli esseri umani e alla Terra” coincide con uno degli obiettivi di Slow Food. Scelta, se non altro, discutibile.

Anche perché lo stesso Petrini alcuni anni fa diceva che non un ettaro di terreno agricolo sia cementificato per l’Expo, che non un kilowatt di energia per l’Expo derivi da altro che energia rinnovabile. Viene da chiedersi: Ma questa “energia per la vita” da dove viene? Da quale energia viene l’energia dell’Expo?

L’Expo è per la sua natura un evento insostenibile, un’apoteosi dell’inquinamento e dello spreco. Si calcola che nemmeno se arrivassero 20 milioni di visitatori, che è già un numero miracoloso da raggiungere, si rientrerà delle spese. Per non parlare dell’inquinamento causato dagli spostamenti dei turisti e delle tonnellate dei rifiuti prodotti.

Quindi come vogliamo combattere gli sprechi? Con la corruzione? Con gli scandali degli appalti? Ed ecco che arriva la soluzione – questa sì che è un made in Italy per eccellenza – facendo lavorare la gente praticamente gratis, in accordo con Cgil Cisl e Uil . Una vera e propria sagra degli affari edilizi, della speculazione e del profitto, ma non di certo del lavoro. Facendo poi credere di fare un regalo ai lavoratori – è un’esperienza importante da inserire nel curriculum. Anche questa è un’abile mossa di marketing. Basta pensarci un attimo per scoprire che ci sono tante esperienze più interessanti, nobili e formative da affrontare nella vita. Anche da volontari, volendo.

Anche in questa occasione quello che invece non ha deluso è Papa Francesco. Ha parlato del paradosso dell’abbondanza: si produce una quantità enorme di cibo che potrebbe nutrire dieci miliardi di persone eppure ci sono persone che muoiono di fame. E la causa principale della fame è l’iniquità e l’iniquità dipende dal nostro sistema economico. Papa Francesco invita dunque a rinunciare all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e agire anzitutto sulle cause strutturali della iniquità.

Invece l’Expo contribuirà in modo non indifferente al corrente sistema economico. Expo Milano 2015: un’occasione unica per il tuo business! Lo si legge nel sito dell’Expo. L’unico senso di questo evento è quello di contribuire agli interessi di pochi, già ricchi e potenti.

È un’occasione sprecata non solo perché non si affronteranno i veri problemi, non si discuterà dei modelli alternativi, ma soprattutto perché quei soldi potevano essere spesi molto meglio. Il mondo non ha di certo bisogno delle fiere. Soprattutto delle fiere dell’assurdo e dell’ipocrisia.

CORRENDO CON MURAKAMI


MURAKAMI
È il mio corpo che mi chiede in modo naturale di uscire per la strada e mettermi a correre. Così come sento il bisogno di frutta fresca e succosa quando ho sete. H.M.

 

 

Il testo non scorre come nei romanzi di Murakami; si percepisce chiaramente la sua fatica di parlare di sé. Ma il bisogno di comunicare, di condividere, anche in questo caso è più forte della timidezza, del pudore, della difficoltà nello scoprirsi. Quindi prosegue il racconto di come dal gestore di un bar si trasformò in scrittore, smettendo di fumare e iniziando a correre.

È un tipo serio, Murakami. Dovendo fare un servizio per una rivista non si è limitato a far finta di correre per scattare due foto, ma ha percorso davvero la distanza tra Atene e Maratona. Era la sua prima maratona. In solitaria e in piena estate greca. Gli sembrava inconcepibile far finta di correre, fermarsi all’apparenza e creare l’immagine.

Non importa se otteniamo dei risultati o meno, se facciamo bella figura o no, in fin dei conti l’essenziale, per la maggior parte di noi, è qualcosa che non si vede, ma si percepisce nel cuore. È questa l’arte di correre secondo Haruki Murakami. L’arte di correre, di scrivere, di vivere. Questo è amore, come suggerisce il titolo giapponese (Di cosa parlo quando parlo di amore).

Murakami scopre la sua natura individualista, cocciuta, poco cooperativa, a volte arbitraria e capricciosa. E a primo impatto può risultare antipatico. Estremamente metodico e ordinato, poco socievole. Si spinge fino al limite e oltre, esigendo da sé e dal proprio corpo sempre di più, sottoponendosi ai faticosi allenamenti quotidiani. Stimolarsi e perseverare. È ovvio che occorre molta pazienza. Questo suo atteggiamento lo porta a dei risultati indiscutibili, sia nella letteratura che nello sport. Diversi romanzi di fama internazionale, una maratona all’anno in inverno e una gara di triathlon in estate, persino l’ultramaratona.

Gli scrittori, o comunque chi scrive, conoscono bene il veleno che si nasconde nella scrittura. E cercano il rimedio. Spesso in altri veleni. Come Bukowski, per esempio. Murakami ha trovato la soluzione nello sport. Se il corpo viene meno, anche lo spirito, probabilmente, no sa più dove andare. Quindi non si fermano i suoi allenamenti e le sue gare che gli permettono di regolare e potenziare le (…) capacità fisiche in modo da poter dare il meglio nella scrittura. Ed è proprio lì, nella scrittura, che quest’uomo così apparentemente razionale, mostra un altro lato di sé, creando con grande maestria storie strane, bizzarre, piene di magia.

Quello che mi rimane particolarmente impresso, oltre ai libri di Murakami, che adoro, è la sua immagine davanti allo specchio: Haruki sedicenne che si guarda allo specchio e fa una lista delle cose che “non vanno bene”. Non sono gli altri, ma è lui a posare su di sé uno sguardo impietoso. E mi viene da pensare che ha ordinato la propria vita in una struttura precisa e rigorosa per proteggere la propria fragilità. Percepisco il suo disagio, sento la sua insicurezza e mi viene voglia di abbracciarlo. Sempre pronto a dubitare di sé e, – anche se con scarsa autoironia – a trovare un elemento comico anche nella propria sofferenza.

Haruki Murakami, L’arte di correre (Einaudi, Torino, 2009) e la corsa come metafora della vita e della scrittura – perché nella scrittura vive la parte più preziosa di Murakami e per trovare l’essenza di Murakami bisogna leggere i suoi romanzi.

LEGGI ANCHE:
MINIMALOGICO IN MOVIMENTO
MINIMALOGICO IN MOVIMENTO – PROSPETTIVA PERSONALE