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BISCOTTI GUSTOSI E… VEGANI


Per la maggior parte dei vegani, la loro, è una scelta molto più che “dietetica”. Si tratta di una scelta etica e morale, di un “credo” che va ben oltre la dieta. C’è anche chi si avvicina al mondo vegano seguendo un trend del momento, e chi, pur non essendo vegano, vede nella riduzione del consumo dei derivati animali, la chance per limitare i danni al pianeta, oltre che alla salute.

C’è poi chi associa il vegano a cose poco gustose e un po’ “tristi” e storce a priori il naso. Invece, il cibo senza i derivati animali può essere buonissimo!

Vi propongo due ricette di biscotti vegan, semplici, gustosi e sani. Provare per credere.

BISCOTTI AL FARRO

biscotti

Ingredienti (ovviamente, suggerisco quelli biologici):
250 g di farina di farro bianca
130 g di farina di farro integrale
150 g di zucchero di canna
150 ml di olio di arachidi
150 ml di vino bianco (o birra)
1/2 bustina di lievito

Unite gli ingredienti secchi, aggiungete l’olio, a alla fine il vino. Impastate tutto, quindi formate una palla di pasta morbida e un po’ appiccicosa, ma abbastanza compatta ed elastica, per essere stesa bene. Su un piano infarinato stendete la pasta in modo sottile (crescono abbastanza in altezza) e ritagliate i biscotti con la forma che preferite. Infornate in un forno preriscaldato a 180° per circa 20 minuti.

BISCOTTI DI FIOCCHI DI AVENA E PUREA DI FRUTTA:

banane

Two ingredients oatmeal cookies spopolano nei siti di cucina americani. Si tratta di biscotti con soli due ingredienti – semplicissimi da preparare e senza aggiunta di zuccheri. Utilizzando l’avena accontentiamo pure i celiaci, visto che questo cereale è privo di glutine.

Ingredienti:
2 grandi banane ridotte in purea (oppure la stessa quantità di polpa di pera matura)
2 tazze di fiocchi d’avena

Potete anche aggiungere, volendo “esagerare” e andare oltre ai due ingredienti, ad esempio, un po’ di vaniglia o di frutta secca.
Procedete frullando la frutta e aggiungendo i fiocchi d’avena (potete frullare un po’ anche essi).
Usate circa un cucchiaio di impasto a biscotto. Appiattite i biscotti sulla carta da forno e infornate a 180° per circa 15 minuti.
Se volete dei biscotti più morbidi e dolci, usate una maggior quantità di purea di frutta.

AUTOPRODUZIONE – CHI FA DA SE’


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Dal cibo (yogurt, conserve, creme spalmabili, dolci, pane, pizza e altro) a cosmetici, detersivi, vestiti, coltivazione dell’orto (anche sul terrazzo), fino alla costruzioni dei mobili e oggetti di arredo – lo spettro dell’autoproduzione in cui ci possiamo cimentare è davvero vasto.

Ma perché fare con le proprie mani ciò che possiamo acquistare già fatto?

Si dice che chi fa da sé, fa per tre. Scopriamo dunque i vantaggi dell’autoproduzione.

Innanzitutto, l’accurata scelta degli ingredienti ci dà la garanzia della qualità del prodotto – importante soprattutto per quanto riguarda il cibo e i cosmetici. Possiamo evitare tutti gli additivi chimici presenti nei prodotti industriali.

Inoltre, l’autoproduzione consente la riduzione dei costi. Per esempio, scegliendo gli ingredienti economici e poco inquinanti per autoprodurre i detersivi abbassiamo sia il costo che l’impatto ambientale, visto il prezzo elevato dei detersivi, specie se eco-certificati). I costi di trasporto del prodotto finito si riducono a zero.

Evitando di acquistare i prodotti confezionati (ed eccessivamente imballati) riduciamo notevolmente la produzione dei rifiuti.

In più, creando per esempio l’arredamento, possiamo ricorrere ai materiali di recupero. Nel caso di upcycling, ovvero il riuso creativo, il processo di riciclo fa acquisire ai nuovi prodotti un valore economico maggiore rispetto ai componenti originali.

L’autoproduzione permette di tornare a dare il valore alle cose – acquisiamo coscienza di quello che c’è dietro ad un prodotto, quanto impegno, quanta fatica, quanta passione, quanto tempo ci vuole.

Fare da sé è un modo per esprimere la propria creatività che da una grande soddisfazione e un senso di libertà. È anche un ottimo passatempo, da praticare in solitudine oppure condividendo con altri. Coinvolgendo i bambini trasmettiamo loro le nostre convinzioni i nostri valori in modo efficace e credibile.

C’è chi partendo da una autoproduzione occasionale, riesce a trasformarla in uno stile di vita, che comprende anche la diffusione della cultura del fatto in casa. In questo contesto è da segnalare il sito http://autoproduco.it/ – molto interessante e completo, in quanto si occupa di vari tipi di autoproduzione.

A tutti quelli che autoproducono Minimalogico offre la possibilità di condividere le idee, le ricette e i tutorial. Scrivete all’indirizzo blogminimalogico@gmail.com e raccontate cosa e come fate in casa!

VOGLIA DI CIOCCOLATO


Ho sperimentato queste ricette per utilizzare il cioccolato avanzato delle uova di Pasqua, ma vanno ovviamente benissimo tutte le volte che… si presenta la voglia di cioccolato!

I muffin al cioccolato

MUFFIN

Ingredienti per 16 muffin:
400 gr di farina
190 gr di burro
200 ml di latte fresco intero
200 gr di zucchero (consiglio ovviamente quello grezzo di canna)
1/2 cucchiaino di bicarbonato
1 pizzico di sale
1 pizzico di vaniglia
100-150 gr di cioccolato
3 uova
15 g di lievito biologico per dolci

Fate ammorbidire il burro a temperatura ambiente, aggiungetelo allo zucchero e poi sbattete gli ingredienti con l’aiuto di uno sbattitore fino a che il composto risulti cremoso . Unite le uova uno alla volta sempre sbattendo. Aggiungete il latte tiepido a filo e continuate a sbattere fino a quando la consistenza risulterà liscia e omogenea. Mischiate in una ciotola la farina, il lievito, il bicarbonato, la vaniglia e il sale. Uniteli poco alla volta al composto, fino a che il tutto risulterà cremoso e senza grumi. Per ultimo aggiungete pezzetti di cioccolato. Riempite gli stampini per muffin fino al bordo e infornate in ventilato preriscaldato a 180°per circa 20 minuti.

Un altro dolce particolarmente goloso, preparato con cioccolato fondente e nocciole, sono i brownies.

BROWNIES

Ingredienti:
175 g di burro
100 gr di farina 0
200 g di cioccolato fondente
200 g di zucchero di canna
20 gr di cacao amaro in polvere
2 uova medie
60 g di nocciole
1 pizzico di sale
5 gr di lievito in polvere biologico

Mettete a sciogliere il burro a bagnomaria e quando sarà quasi sciolto unite il cioccolato tagliato a pezzetti. Aggiungete il cacao in polvere e mescolate con una spatola per amalgamare bene tutti gli ingredienti . Spegnete il fuoco e lasciate intiepidire. Intanto montate le uova con lo zucchero per ottenere una massa chiara e spumosa. Versate a filo il composto di cioccolato e burro e mescolate ancora. Unite al composto la farina, il lievito e il sale, e mescolate con un cucchiaio per incorporarle bene. Tritate grossolanamente le nocciole e unitele, mescolando con la spatola. Versate il composto in uno stampo rettangolare da 20cmx28cm (oppure uno tondo da 24cm) rivestito di carta forno e distribuitelo in modo uniforme . Infornate in forno caldo a 180º per 35 minuti: una volta cotto, lasciate riposare l’impasto per 10 minuti prima di tirarlo fuori dallo stampo. Quando si sarà intiepidito dividetelo in quadrati.

ACQUA – IN BOTTIGLIA O DAL RUBINETTO?


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L’Italia continua a essere in cima alla classifica mondiale tra i consumatori di acqua in bottiglia: centonovanta litri a testa l’anno, mentre solo il 30 per cento degli Italiani beve acqua dal rubinetto. Al mese vengono imbottigliati più di un miliardo di litri in oltre centoquaranta stabilimenti. Per intenderci, è l’equivalente di quattrocento piscine olimpioniche. Stiamo parlando di un giro d’affari annuale che si aggira intorno ai due miliardi e mezzo di euro.

Ecco, in fondo si tratta di questo: gli affari. Pare che ci facciamo convincere di più dal messaggio della pubblicità che dai dati presentati dagli esperti. O dal semplice buon senso. Non apprezziamo l’acqua del rubinetto perché è a buon mercato ed è abbondante. E continuiamo a far guadagnare i produttori d’acqua. Già, i produttori! Ma l’acqua non è un bene comune al quale tutti dovrebbero avere un accesso indiscriminato?

Ma analizziamo il problema in dettaglio. Non tutte le acque hanno le stesse caratteristiche: è consigliabile leggere sempre l’etichetta confrontando le caratteristiche della fonte scelta con quelle dell’acqua erogata dal proprio acquedotto. Per scoprire la composizione dell’acqua del rubinetto si possono richiedere informazioni all’ASL di riferimento.

Per quanto riguarda le caratteristiche e la qualità in linea di massima, l’acqua in bottiglia e quella dell’acquedotto possono avere la composizione che dipende dalla provenienza dell’acqua.Per esempio in caso di fonti di provenienza montana: per una persona che abita in quelle zone l’acqua del rubinetto avrà analoghe caratteristiche di leggerezza dell’acqua imbottigliata dalla fonte locale. È chiaro invece che la stessa acqua in bottiglia potrà essere più leggera rispetto all’acquedotto di un’altra regione.

In entrambi i casi si tratta di acqua “energeticamente morta”, perché l’acqua della fonte, una volta imbottigliata, perde la maggior parte del suo contenuto energetico originario. La maggior differenza sta nella purezza: l’acqua in bottiglia è pura all’origine e non viene mai trattata, non contiene residui di disinfezione come il cloro. L’acqua dell’acquedotto viene solitamente trattata e disinfettata, può quindi contenere residui di questi trattamenti. Ma bisogna dire che proprio la presenza di queste sostanze rende l’acqua del rubinetto più sicura – esse impediscono la diffusione di batteri. L’acqua del rubinetto è controllata quotidianamente con controlli rigorosi e test più severi. L’acqua in bottiglia è monitorata con test meno severi: i produttori sono tenuti a effettuare test mensili direttamente alla fonte.

Al contrario di quanto si pensi comunemente, l’acqua in bottiglia quindi è meno sicura. Può essere più facilmente contaminata e conserva un più alto rischio di diventare una fonte di infezione. Può contenere residui provenienti dai contenitori (in particolare quelli in plastica specie se esposti a luce e calore possono dare origine a cessioni di sostanze). Va conservata in modo adeguato per non pregiudicarne la qualità sia da un punto di vista chimico che microbiologico. In particolare bisogna fare attenzione alla temperatura di conservazione per evitare cessioni di sostanze dai contenitori. E non possiamo avere la certezza che durante il trasporto e lo stoccaggio queste misure vengano rispettate.

Oltre ad avere un costo più elevato, l’acqua in bottiglia ha un forte impatto ambientale: viene trasportata da mezzi a motore e contribuisce alla produzione dei rifiuti. Le bottiglie in PET (polietilene tereftalato) sono riciclabili ma anche altamente inquinanti nei processi di produzione e di smaltimento.

L’acqua del rubinetto quindi rappresenta la soluzione migliore non solo per il consumatore, ma anche per l’ambiente – allora, in fin dei conti, per il consumatore stesso. Giova all’economia familiare e alla salute del consumatore.

Per approfondire ved. lo studio condotto dal professor Paolo Giovane dell’Università di Glasgow, Gran Bretagna, intitolato Water: All That Matters

REDUCETARIANI – MENO, MA MEGLIO


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Se mangi carne a pranzo non farlo anche a cena – si legge sul sito www.reducetarian.comEvita di mangiare carne il lunedì, o scegli la giornata che ti è più comoda per farlo. Decidi di acquistare prodotti di origine animale dove il bestiame è nutrito al pascolo, invece che fare riferimento agli allevamenti intensivi.

Nel medesimo blog si consiglia inoltre di ridurre le porzioni di carne e di scegliere almeno un giorno alla settimana destinato all’alimentazione vegetariana.

Secondo Brian Kateman, giovane ricercatore nel dipartimento di Ecologia e biologia ambientale della Columbia University, riduzione del consumo di carne (ma anche pesce e latticini) con l’incremento della qualità dei prodotti di origine animale consumati aiuterebbe ad arginare l’impatto dell’alimentazione sul riscaldamento globale (la produzione di CO2 derivata dal consumo di carne ammonterebbe a circa il 20%).

Non si tratta solo di un percorso dietetico con ottimi risultati per la salute delle persone (mangiando meno carne e più frutta e verdura, i reducetariani vivono più a lungo, in salute e felici), ma di un movimento alimentare ed etico che dà importanza al benessere degli animali e alla tutela dell’ambiente.

Gli accorgimenti sono dunque pochi e semplici: limitare la quantità e fare attenzione alla qualità della carne consumata, eliminando consumo della carne di allevamenti intensivi, devastanti per gli animali, per l’ambiente e per l’uomo.

Questa corrente costituisce una scelta meno “estrema” rispetto alla dieta vegetariana o vegana, quindi è più facile da introdurre e mantenere come abitudine quotidiana: i reducetariani fissano obiettivi facilmente raggiungibili per imparare a mangiare in maniera graduale meno carne. In questo senso è a portata di tutti.

Può anche essere il primo passo verso la dieta vegetariana o vegana, ma di solito è una scelta di chi non vuole rinunciare del tutto al consumo di carne. Anche perché i prodotti di origine animale fanno parte della tradizione, o meglio, delle tradizioni culinarie, quindi della cultura gastronomica. Diventare reducetariani potrebbe dunque costituire una sorta di “compromesso”: vivere in modo responsabile, rispettoso e più sostenibile, senza rinunciare al consumo di carne.

PANE IN COMPAGNIA


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Vi ho già parlato di questa “passione pericolosa”, che richiede dedizione, tempo e spazio. Oggi invece vi propongo di fare il pane arabo in versione semplice e veloce. Tra l’altro è un ottimo modo per passare il tempo insieme ai vostri figli: i bambini si divertono tanto mettendo le mani in pasta!

Per fare dieci panini vi servono:

500 gr di farina
35 gr di lievito madre non rinfrescato (oppure 12 gr di lievito di birra o 200 gr di pasta madre)
300 gr di acqua
10 gr di sale

Impastate farina con il lievito e acqua (se usate il lievito di birra, va prima sciolto in acqua). Unite il sale e lavorate l’impasto per una decina di minuti finché non sarà elastico. Formate una palla e mettetela a lievitare in una ciotola unta d’olio e coperta da un panno, per circa un paio ore.

Una volta lievitato dividete l’impasto in 10 parti uguali, formate delle palline e appiattitele dando loro una forma tonda con un diametro di circa 12 centimetri.

Coprite l’impasto con un canovaccio e lasciatelo riposare per 30 minuti.Trascorso questo tempo, infornate i panini a 250 gradi per circa 10 minuti (lasciandoli piuttosto bianchi).

Ovviamente il pane ha bisogno di compagnia. E cosa c’è di meglio della crema di nocciole fatta in casa?

Per fare un barratolino da 200 gr vi serviranno:

6 cucchiai colmi di nocciole intere
un cucchiaio e mezzo di cacao amaro
un cucchiaio di zucchero di canna
1 cucchiaio di olio extra vergine di oliva
un pizzico di vaniglia
4-6 cucchiai di latte (vaccino, oppure in versione vegan di soia o di riso)

Tostate le nocciole intere per 2-3 minuti in padella a fuoco medio, poi trasferitele nel mixer e frullatele fino a polverizzarle, aggiungete l’olio e continuate a frullare fino ad ottenere un composto quasi cremoso.

Unite lo zucchero di canna, il cacao amaro e la vaniglia. Frullate ancora per un minuto, poi unite il latte e continuate a mixare fino a quando non avrete ottenuto una crema omogenea. Se il composto risulta troppo duro, aggiungete ancora un filo di latte, se invece risulta troppo liquido, mettete ancora un po’ di nocciole tritate.

La crema va conservata in frigo e consumata entro una settimana.

KAMUT – QUESTIONE DI MARKETING

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Kamut non è il nome di un tipo di cereale, ma è un marchio registrato di qualità, di proprietà dell’azienda americana fondata nel Montana da Bob Quinn, dottore in patologia vegetale e agricoltore biologico. Il nome generico di grano in questione, appartenente allo stesso gruppo genetico del frumento duro, è invece “Khorasan”, dal nome della regione iraniana dove fu descritto per la prima volta nel 1921, e dove viene coltivato tutt’ora.

Il marchio registrato significa che solo l’azienda proprietaria del marchio può usare la denominazione Kamut, mentre il Khorasan può essere coltivato liberamente da chiunque e dovunque. Il frumento prodotto e venduto con il marchio Kamut è coltivato negli Stati Uniti (Montana) e nel Canada (Alberta e Saskatchewan), in Italia è importato solo da aziende autorizzate e può essere macinato solo da mulini autorizzati. Tutti i prodotti che portano il marchio sono preparati e venduti sotto licenza della K.Int e sotto il controllo della Kamut Enterprises of Europe.

Alla base del successo del Kamut c’è sicuramente un marketing molto efficace. Innanzitutto la leggenda sul suo ritrovamento nella tomba egizia è molto suggestiva, ma, appunto, è solo una leggenda. Al Kamut sono state attribuite inoltre delle qualità nutrizionali eccezionali ed una presunta compatibilità per gli intolleranti al glutine.

La coltivazione biologica permette sicuramente di classificare il Kamut come salutare e le sue proprietà nutrizionali sono buone, in più è ottimo per la pastificazione. Come ogni frumento che non è stato sottoposto a procedimenti di miglioramento genetico o ad una pressione selettiva troppo spinta, è più facilmente digeribile dalle persone che soffrono di lievi allergie e intolleranze, comunque non riconducibili alla celiachia – non è adatto ai celiaci in quanto contenente il glutine.

Tutto questo non giustifica però la scelta di Kamut a discapito di altri tipi di grano. Non possiamo ignorare il fatto che Kamut viene coltivato e venduto in regime di monopolio, ha un costo eccessivo e una pesante impronta ecologica. Ed è, tra l’altro, un tipo di frumento che abbiamo anche in Italia.

Prima di tutto, è discutibile il monopolio commerciale imposto dalla K.Int. su un frumento tradizionale che, come tale, dovrebbe invece essere patrimonio di tutti, e più di chiunque altro delle comunità che nel tempo lo hanno conservato e tramandato;

Il prodotto finito, inoltre, ha un costo eccessivo: dall’80 al 200% in più di una pasta di comune grano duro biologico. Costo poco giustificabile a parità di valori qualitativi e nutrizionali; dovuto al regime di monopolio, ai costi di trasporto, ai diritti di uso ed ai costi di marketing, ma dovuto anche agli effetti di un mercato dell’eccellenza che trasforma il cibo in oggetto di lusso, di gratificazione e di distinzione, e che specula sul desiderio di rassicurazione e sul bisogno di salute; (www.disinformazione.it)

Viene anche a mancare la compatibilità la filosofia della decrescita e attenzione al consumo locale, a “chilometro 0”: l’impronta ecologica, legata allo spostamento di un prodotto coltivato dall’altra parte del mondo, che arriva sulle nostre tavole attraverso una filiera molto lunga, è molto pesante.

Invece di cadere nella trappola di un marketing sofisticato e della moda salutista ingannevole, sarebbe opportuno cercare di valorizzare la produzione di cereali antichi sul territorio italiano, varietà siciliana di grano duro, il grano duro Senatore Cappelli, ritenuto simile al Khorasan e coltivato nell’entroterra di Puglia e Basilicata, e il grano Verna, una varietà di grano adatta ad essere coltivata ad altitudini superiori alla norma, tipica del casentino.

Inoltre i consumatori italiani dovrebbero essere a conoscenza del fatto che una varietà di grano Khorasan, non registrata con il marchio Kamut, ovvero il grano Saragolla, viene coltivata anche in alcune regioni italiane come Abruzzo, Basilicata e Campania. Si tratta di una tipologia di grano coltivata su territorio italiano, che non richiede dunque di essere trasportata per migliaia di chilometri per arrivare sulle nostre tavole.

Per non parlare del nostro buon vecchio farro, con ottime proprietà nutrizionali e adatto per molteplici preparazioni.

KM ZERO – Sì, MA CON ATTENZIONE


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Perché mi inquieto ogni volta che vado a fare la spesa? Non solo perché la mia spesa continua a essere insostenibile per colpa delle mie mancanze e disattenzioni, ma anche perché mi sento presa in giro. Cosa hanno di “verde” le confezioni (di plastica) di pomodori a gennaio?

Eppure noi ai pomodori a gennaio non ci vogliamo proprio rinunciare.

In economia il “chilometro zero” (“chilometro utile”, “km zero” o “km 0”) è un tipo di commercio nel quale i prodotti vengono venduti nella zona di produzione. È quindi una politica economica che predilige l’alimento locale garantito nella sua genuinità, in contrapposizione all’alimento globale spesso di origine non adeguatamente certificata, e che permette di risparmiare nel processo di trasporto del prodotto, anche nei termini dell’inquinamento. Questo tipo di commercio è spesso legato anche all’assenza di OGM (organismi geneticamente modificati).

Ma “km zero” non è solo un concetto di economia sostenibile, è soprattutto un movimento culturale: un pensiero che serve per non dimenticare i prodotti “della nostra terra” e per ricordare che il cibo non è solo quello che troviamo confezionato nei supermercati.

Ovviamente ormai tutto diventa un business, quindi anche qua c’è chi se ne approfitta. Non esistono ancora dei controlli consoni, quindi si può trovare un venditore a km zero con banane e ananas nel suo assortimento.

Invece l’idea base è semplicissima e chiara: devi produrre e commercializzare nella stagione giusta e solo quello che è legato al territorio.

Un pomodoro maturato a gennaio potrà essere geograficamente a chilometro zero, ma resta una scelta assurda: come puoi risparmiare CO2 sui chilometri senza tenere conto del gasolio bruciato nelle serre?

Attenzione però: secondo uno studio fatto dalla Lincoln University, percorrendo 10km di strada in auto per comprare solo un chilogrammo di verdura generi più CO2 che facendola arrivare direttamente dal Kenya. Il dato non sembra preciso, rende comunque idea dell’assurdità della situazione. In ogni caso la conclusione è quella che il “Km zero” non può essere l’unica misura dell’impatto ambientale totale.

Ci sono poi diversi dati sconcertanti: l’Italia dipende dall’estero per il 70% del grano tenero, per il 40% di quello duro, per il 25% del mais, per il 90% della soia e per il 50% della carne.

Cosa possiamo fare dunque in questa situazione che ha dell’assurdo?

Cominciamo dalle nostre abitudini quotidiane. Senza cadere negli eccessi e senza rinunciare per forza al caffè, al cacao, al tè o alle banane. Ma facendo attenzione alla stagionalità dei prodotti, alla zona di produzione e al tipo di agricoltura.

Le regole da seguire per il vero “km 0” sono poche e semplici:

  • Rispettare la stagionalità delle colture;
  • Rispettare la tipicità delle colture (i prodotti non tipici di una zona in genere richiedono più risorse, naturali e chimiche, per la coltivazione);
  • Ridurre al minimio gli spostamenti con mezzi inquinanti verso i produttori;
  • Evitare pesticidi e coltivazioni in serra.

Usando il buon senso civico ed ecologico faremo senz’altro le scelte giuste.

 

 

Ved. Pomodori a gennaio e insalata di serra: anche il Km 0 può far male all’ambiente, Jenner Meletti, La Repubblica, 16 gennaio 2015 (Anno 40, Nr 13)

AGRICOLTURA BIOLOGICA – Tornare indietro per andare avanti


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In questi giorni il video girato da due olandesi di Houten ha fatto il giro del web. Nel video mostrano come hanno inscenato una contraffazione alimentare alla fiera del cibo: hanno acquistato al McDonald’s i tipici prodotti di questa marca e li hanno presentati come alternativa biologica al fast food. Gli esperti del settore hanno reagito con grande entusiasmo e con piena approvazione.

Stiamo parlando di uno dei tentativi di salvare il salvabile: l’agricoltura biologica. A livello linguistico ci troviamo di fronte ad un termine improprio, in quanto nell’attività agricola abbiamo sempre e comunque a che fare con un processo di natura biologica: l’agricoltura è sempre biologica, quindi sarebbe meglio parlare, come avviene in altre lingue, di “agricoltura organica” oppure “ecologica”.

Siamo andati così avanti nel “progresso” e nella produttività, che per cercare di mangiare un po’ più sano c’è bisogno sia di una “filosofia” che delle normative specifiche. Già, quello che dovrebbe essere più naturale, cioè coltivare la terra e nutrirsi dei suoi frutti, deve essere ripensato e regolamentato.

Pensate in che mondo assurdo viviamo se l’agricoltura biologica viene spesso definita un “diverso modo di coltivare le piante e allevare gli animali”, mentre per agricoltura convenzionale passa quella che nella coltivazione ricorre all’uso dei pesticidi e altri agenti chimici, e nell’allevamento non ha alcun rispetto per gli animali.

L’agricoltura biologica ha come obiettivo non solo offrire prodotti privi di residui di concimi e fitofarmaci, ma anche limitare in genere l’impatto negativo sull’ambiente (a livello di inquinamento del terreno, dell’acqua e dell’aria). In questo approccio viene considerato l’intero ecosistema agricolo e promossa la biodiversità dell’ambiente. Gli interventi sono limitati e si sfrutta la naturale fertilità del suolo, escludendo l’utilizzo di prodotti di sintesi e di organismi geneticamente modificati (OGM).

Nelle coltivazioni vengono dunque eliminate le sostanze chimiche di sintesi quali concimi, diserbanti, anticrittogamici, insetticidi e pesticidi in genere. Si ricorre all’utilizzo dei fertilizzanti naturali e sovesci. Per la difesa delle colture si interviene con sostanze naturali vegetali, animali o minerali (esiste un elenco europeo delle sostanze concesse). Viene comunque privilegiata la prevenzione, selezionando specie resistenti alle malattie e applicando le tecniche di coltivazione come la rotazione delle colture.

Nell’allevamento viene posta tanta l’attenzione al benessere e tipo di nutrizione degli animali. L’allevamento degli animali è strettamente legato alla terra e vengono alimentati con prodotti vegetali (biologici). Devono avere sufficiente spazio e modo di esprimere il loro comportamento naturale e venire trattati senza brutalità. Si allevano preferibilmente razze autoctone, ben adattate alle condizioni ambientali locali e resistenti alle malattie.

È vietato somministrare stimolatori di crescita o dell’appetito sintetici, conservanti e coloranti, urea, sottoprodotti animali ai ruminanti e agli erbivori monogastrici, fatta eccezione per il latte e i prodotti lattiero-caseari, escrementi o altri rifiuti animali, alimenti sottoposti a trattamenti con solventi o addizionati di agenti chimici in genere, organismi geneticamente modificati, vitamine sintetiche.

Queste scelte rendono l’attività agricola biologica meno produttiva, per alcune specie particolarmente difficile. Le difficoltà che si riscontrano eliminando le forme intensive di coltivazione e l’allevamento, giustificano in parte l’elevato prezzo dei prodotti biologici.

Ma non vi sembra che tutto questo dovrebbe essere la normalità, la rutine dell’agricoltura? Invece è scomparso con lo sviluppo della moderna agricoltura industriale. E quindi ci troviamo di fronte a un fenomeno “contro corrente” che necessita di normative specifiche, soprattutto per proteggere i consumatori che decidono di acquistare dei prodotti meno contaminati e ottenuti con più rispetto per l’ambiente. C’è, ovviamente, anche in questo ambito, chi se ne approfitta. Attenzione quindi al greenwashing – come minimo ricordiamoci di controllare se, dietro a un nome che fa pensare al bio e dietro a una confezione verde, ci sono le certificazioni richieste. Come dimostra lo “scherzo” dei due goliardici olandesi, è facile farsi ingannare!

 

 

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MERCOLBIO – biologico, locale, equo e solidale
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Siamo un po’ impacciati, io e i miei cuccioli. La bimba sbriciola i muffin al cioccolato e pere ovunque, il bimbo rovescia una cassa di giuggiole (già, giuggiole!) e tutti intorno a noi si movimentano per raccoglierle, mentre Giorgio, con quell’espressione difficile da decifrare ma che mi fa sorridere, mi conforta dicendo che era già successo altre volte. E cosa dire di me, che invece di passare il numerino, tendo l’altra mano, della serie “sono le 17.30 e non so più distinguere la destra dalla sinistra”. Renato, per tirarmi fuori dall’imbarazzo, tende la mano destra e mi si presenta.

Ho inseguito Patrizia con il suo Salviamocilapelle e ho scoperto un bel posto, pieno di bella gente. È al MercolBio che posso trovare gli ortaggi e la frutta di stagione, freschi e a kilometri zero, molto diversi dai prodotti dei supermercati imballati fino all’inverosimile ed eccessivamente cari.

Il MercolBio è un mercatino dei prodotti biologici. Come indicato dal nome, si svolge tutti i mercoledì pomeriggio (dalle 16.30 alle 19.30) presso il centro sociale “La Stalla” in via Serraglio 20 a Imola. Il MercolBio propone una vasta gamma di prodotti biologici offerti da produttori e artigiani locali: frutta, verdura, formaggi, carne, miele, farina, vino, pane, olio, pasta. C’è anche Salviamocilapelle con i prodotti bio per la pulizia e l’igiene. Qua potete trovare l’elenco dei produttori.

MercolBio nasce da una proposta del Gruppo d’acquisto solidale (Gas) di Imola (attivo dal settembre del 2002) e costituisce una realtà locale sempre più importante, vista la crescente affluenza dei clienti.

Non è facile, oggi giorno, acquistare e consumare prodotti sani e a basso impatto ambientale, in più ottenuti senza sfruttamento dei lavoratori. Le iniziative come i GAS lo rendono possibile.

I fornitori dei GAS, e dunque anche quelli presenti al MercolBio devono avere le seguenti caratteristiche:

  • I prodotti devono essere biologici e/o ecocompatibili e/o equo e solidali;
  • I produttori devono essere locali;
  • I produttori devono essere prioritariamente associazioni o cooperative sociali oppure,
    come seconda scelta, cooperative o imprese di singoli che rispettino criteri di partecipazione, democrazia, trasparenza, rispetto dei lavoratori;
  • Il fornitore deve essere produttore / trasformatore e non solo commerciante (tranne per il caso dei prodotti del commercio equo e solidale), e deve essere data priorità a quei produttori che hanno più difficile accesso al mercato;
  • Gli imballaggi dei prodotti devono garantire il minimo impatto ambientale.

L’esperienza dei GAS permette dunque il consumo critico e la costruzione di una rete di solidarietà che coinvolge non solo i membri del gruppo, ma anche i produttori e si estende al rispetto dell’ambiente, dei lavoratori e dei popoli tradizionalmente vittime dello sfruttamento.

Un esempio di economia solidale, in quanto è un sistema di relazioni economiche e sociali che pone l’uomo e l’ambiente al centro, cercando di coniugare sviluppo con equità, occupazione con solidarietà e risparmio con qualità. Un sistema in cui la relazione è al primo posto rispetto al profitto, dove all’individualismo si contrappone un approccio basato sulla gratuità, sulla condivisione, in rete. (definizione del CRESER – Coordinamento Regionale per l’Economia Solidale Emilia-Romagna).

 

 

Leggi anche: AGRICOLTURA BIOLOGICA – Tornare indietro per andare avanti

COLTIVARE POMODORI SUL TERRAZZO – SI PUO’!


Che bello poter mangiare gli ortaggi freschi dal proprio orto! Ma come fare se si abita al quinto piano di un condominio? Quest’anno abbiamo deciso di “esagerare” e di seminare, oltre alle solite piantine aromatiche, anche dei pomodori. L’esperimento riuscito!

Li abbiamo seminati in un vaso di terracotta, divertendoci insieme ai bimbi. In pochissimo tempo sono cresciute le piantine.
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Abbiamo assicurato loro l’appoggio con le canne di bambù.
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Che gioia vederle crescere, fare i fiori e poi… notare i primi pomodorini!
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E poi bastava l’aspettare il tempo della raccolta. Buoni!!!
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IL VEGU’ DI ELISABETTA


Di recente abbiamo pubblicato la testimonianza di una vegana

Questa volta vi proponiamo una ricetta vegan, ottima anche per chi, pur non essendo vegano, volesse ridurre il consumo di carne. Il Vegù è un’ottima e gustosa alternativa al classico ragù. Si utilizza un procedimento molto simile, ma mettendo al posto del macinato la soia gialla tritata.

Ecco la ricetta fotografica di Elisabetta:

Per prima cosa mettiamo in ammollo la soia per una nottata.
Vegù 1

Trascorso il tempo di ammollo la scoliamo e risciacquiamo. Poi la tritiamo grossolanamente nel mixer.
Vegù 2

Facciamo’ il classico misto (sedano, carote e cipolla) e lo mettiamo in una casseruola con qualche cucchiaio di olio di oliva.
Vegù 3

Appena si è rosolato il mix di verdure è ora di aggiungere la soia tritata e farla insaporire qualche minuto, avendo cura di girare il tutto affinché non si attacchi sul fondo.
Vegù 4

A questo punto aggiungiamo la passata di pomodoro, portiamo a bollore e lasciamo cuocere per almeno due ore a fuoco lento.
Vegù 5

Aggiungiamo il sale poco prima che la cottura sia ultimata. Ed ecco il nostro vegù pronto per essere mangiato.
Vegù 6

E’ ottimo come condimento sulle conchiglie, magari integrali!
Vegù 7