Blog Archives

RIFLESSOLOGIA: STORIA DI UNA RINASCITA


471085_10150774080354294_100886373_o

Circa due anni fa in seguito ad un malore fui ricoverata al pronto soccorso e lì venni trattenuta per 12 giorni; ne uscii con una diagnosi molto preoccupante.

Iniziai tutte le cure adatte per la mia situazione e nell’agosto del 2015, per circostanze fortuite, ebbi la fortuna di avere l’appoggio importantissimo della carissima operatrice olistica Laura Varrani che, da allora mi trattò settimanalmente con riflessologia plantare ed altre tecniche.

Il supporto di Laura per me è stato determinante poiché non solo mi ha trattata egregiamente, ma mi ha anche fornito un ulteriore aiuto sia come incoraggiamento , sia scuotendomi ed incoraggiandomi fortemente a reagire nei momenti più bui.

Ora sto bene e la Dottoressa dell’Ant, servizio da me attivato nel marzo 2016, che ora viene molto di rado, non manca di stupirsi della reazione e della mia condizione di buona salute.

Io so che non si deve mai disperare e quando mi angosciavo, sapevo istintivamente che l’aiuto di Laura e dei suoi trattamenti era quanto mi impediva di lasciarmi andare e pensare che non ce l’avrei fatta.

Ora, ad alcuni anni di distanza, se non sapessi che questa esperienza l’ho vissuta io e che di tanto in tanto devo fare i miei controlli, penserei che questo sia stato solamente un brutto sogno e che non sia mai accaduto nulla di tutto ciò.

Parrà assurdo, ma ho iniziato a sentire in modo più vivido e profondo la vita, ad avvertire una grande gioia in tanti momenti ed a non dare nulla per scontato, ma proprio nulla.

Sono grata alla vita per ogni respiro, sono grata perché vedo il cielo e le nuvole, sono grata perché sto riprogettando e riprogrammando la mia vita, sono persino grata delle fluttuazione di umore che talvolta vi sono essenzialmente per problemi di tipo logistico, non necessariamente riconducibili alla mia patologia.

Nessuno mai, nessuno mai deve disperare che le cose non vadano verso una soluzione positiva e vorrei aggiungere, per esperienza diretta e personale, che il connubio ideale è abbinare i trattamenti di medicina integrativa ed olistica offerti da Laura, con le più avanzate cure che la medicina oggi offre sempre a più alti livelli e sane abitudini alimentari e di vita.

Valeria

Con questo racconto Valeria porta la sua esperienza di rinascita avvenuta in seguito ad una malattia tumorale metastatica di 4° stadio. Ho chiesto a Laura di parlarmi del percorso con Valeria e di portare la sua esperienza di operatore.

Ho conosciuto Valeria – racconta Laura – attraverso la figlia, in quanto maestra del mio bimbo, e venendo a conoscenza della sua malattia, chiesi di poterla vedere ed aiutare con riflessologia plantare e reiki, in quanto sono tipi di trattamenti olistici che vengono utilizzati in molti ospedali proprio sui malati oncologici, e così è stato.

Incontrai Valeria ad Agosto 2015 e ricordo ancora emozionata il nostro primo incontro, arrivò da me in studio con una shopper piena di medicinali e con un bagaglio di speranza e sogni ed una grandissima paura, direi più che comprensibile e giustificata. I medici non avevano detto troppo sul tempo e l’evolversi della malattia (Valeria arrivava già da un ciclo di radio e di chemioterapia).

Iniziammo a parlare e gli chiesi un po’ della sua vita, sull’alimentazione e tutto quello che poteva servire a me come operatore, ma soprattutto, mi trovai a porgergli una domanda diretta e spiazzante per la sua situazione … PARLAMI DELLA TUA TRISTEZZA ANTICA E DI QUANTA VOGLIA HAI DI VIVERE?

Eh sì, proprio queste domande. Ricordo ancora la sua espressione, un misto di magone, ma nello stesso tempo la vivacità dei suoi occhi e la sua risposta: “IO VOGLIO VIVERE”. Cominciò a parlare della sua infanzia, della sua famiglia dei suoi ricordi con timore, con tristezza, con paura, emozioni che scatenarono il disagio e il disagio la malattia.

Poi affrontammo l’argomento dell’alimentazione (fondamentale per una persona sana, figuriamoci in un malato oncologico) e gli dissi di provare insieme ad una nutrizionista oncologa di cambiare e variare la sua alimentazione eliminando le farine bianche, i latticini, il sale e lo zucchero raffinato nonché la carne e inserendo i cerali integrali, verdura, frutta e legumi in modo da non dar più da mangiare al tumore. Cercai anche una persona che le potesse insegnare ad abbinare e cucinare i vari elementi e infatti poco dopo Valeria assieme al marito iniziò un corso di cucina vegetariana, e noi invece, da quel giorno, iniziammo il nostro lavoro. Dico nostro, perché ogni qualvolta tu ti avvicini ad una persona che ha bisogno, metti a disposizioni il tuo cuore le tue mani ed il tuo sapere e si cammina insieme. Ancora oggi ci vediamo, ed il vedere la nuova Valeria, mi fa star bene. Ci sono stati alti e bassi, ma ad oggi posso dire che la situazione si sia stabilizzata – fondamentale l’aiuto a 360 gradi di medici, infermieri e familiari.

In queste malattie i benefici che si possono riscontrare nelle persone è proprio la riduzione del dolore a livello fisico e un benessere anche nella psiche (si sentono più tranquilli, hanno più energia, sono più rilassati), mentre a livello fisico sono utili al sistema immunitario, sistema linfatico e sistema neuroendocrino.
Credo che qualsiasi essere umano che si trovi a dover affrontare una battaglia per la vita debba avere tutti gli strumenti necessari per potercela fare e credo anche che affidandosi alla Medicina Allopatica unitamente alla Medicina Alternativa possa avere un valido aiuto e supporto.

LEGGI ANCHE RIFLESSOLOGIA: IN VIAGGIO CON LAURA

Category: BENESSERE

TAG

RIFLESSOLOGIA: IN VIAGGIO CON LAURA


387018_10151134655084294_1462534527_n

I vecchi saggi raccontano che il corpo umano si tiene in equilibrio con la felicità e ogni volta che questa viene a mancare insorgono i disturbi, le malattie: la felicità è l’equilibrio dell’universo. (Romano Battaglia)

Avevo pochi anni e un grande sogno. Guardavo incantata le gare di ginnastica artistica e volevo far parte di quel mondo. Mentre i miei coetanei giocavano spensierati nel cortile, io mi allenavo per ore con un’amica di famiglia, ex ginnasta, per realizzare il mio sogno. E quando finalmente ci ero dentro, ho scoperto che era un mondo crudele, e che presto sarebbe arrivata la prima delusione. Sentirsi dire che non sei “abbastanza” per poter continuare, quando hai la fragilità di un bambino, a volte ti segna profondamente.

Mi ero allontanata dallo sport per anni. Mi rifugiavo in quello che i medici erroneamente definivano attacchi di asma. In realtà a togliermi il respiro era l’ansia e la paura di non sentirmi all’altezza un’altra volta.

Il “riscatto” arrivò tanti anni dopo grazie alla corsa. Solo io, con il corpo, la mente e il cuore. Con la forza di volontà in grado di superare i limiti del fisico. Finalmente la sensazione “io posso e ce la farò”. La strada della libertà, l’entusiasmo ad ogni chilometro aggiunto, ad ogni velocità raggiunta. Felicità.

Ma, come in tutte le cose, c’è un prezzo da pagare. Sono arrivati i primi infortuni. Mesi di stop, di visite mediche, esami diagnostici, mesi di fisioterapia. E tanta frustrazione, tanta rabbia. Le parole sentite con le orecchie di bambina risuonavano ancora.

E qui la mia storia si intreccia con quella di Laura. A volte le persone speciali le incontri per caso. Poi scopri che ne avevi bisogno. E che non era un caso.

Laura mi ascolta, sorride con gli occhi che le brillano con un pizzico di ironia. Le chiedo un trattamento Reiki, ma lei sa che ho bisogno di un “reset”. Visto che ho l’olfatto eccessivamente sviluppato, l’odore dell’incenso mi rintontisce subito. Ascolto la musica rilassante e mi abbandono alle mani calde di Laura. Parte dai piedi. La sua energia si incontra con la mia. Passa alle spalle e alla testa con il suo tocco leggero. Ho la mente offuscata, non riesco a mettere a fuoco i pensieri… ma sento scendere le lacrime. Laura ha individuato il mio nucleo di tristezza e io le ho permesso di toccarlo. Poi parliamo di lutti e separazioni e io mi abbandono al pianto, questa volta più consapevolmente.

Laura sente la mia energia potente, ma imprigionata, e mi parla della tecnica metamorfica, un eccezionale strumento per la trasformazione personale, il passaggio “da bruco a farfalla”. Il massaggio metamorfico scioglie eventuali nodi o traumi del passato, anche quelli subiti dal feto sin dal pre-concepimento, gestazione fino ad arrivare ai giorni nostri. Quando un’esperienza ci coinvolge fortemente, i pensieri, le emozioni e le credenze collegate alla memoria di essa, possono generare dei blocchi energetici in cui restiamo fermi, bloccati costantemente nel passato. L’operatore, sfiorando con tocco leggero i punti definiti riflessi della colonna vertebrale su piedi, mani e testa consentono alla tua energia di lasciarsi guidare dall’intelligenza innata e di trasformare i tuoi blocchi in modo giusto per te. Gli effetti sono di rilassamento totale, rielaborazione di vissuti, riequilibrio energetico, unitamente a pensiero – azione – movimento, un vero benessere.

Così Laura mi fa scoprire il mondo della riflessologia, un approccio alternativo a quello occidentale, in quanto basato su principi sostanzialmente differenti, ma anche complementare perché in molti casi in grado di completare le cure della medicina occidentale. Fa parte della medicina olistica, che considera l’organismo umano come un’unità, un tutt’uno, con tutte le sue parti in continua comunicazione tra loro.

La riflessologia si avvale dello studio approfondito delle mappe riflesse, della fisiologia umana, dei meridiani energetici (e dei chakra) e di tecniche riflesse e massoterapiche specifiche. È in grado di stimolare organi, meridiani e parti precise del corpo semplicemente massaggiando e trattando parti del nostro corpo come i piedi, le mani, le orecchie. L’obiettivo principe di qualsiasi trattamento di riflessologia è l’equilibrio, sia a livello energetico che fisiologico, strutturale ed emozionale. I dolori, principalmente muscolari e alle articolazioni, come ogni altro sintomo fisico, sono connessi ad una situazione dolorosa mentale ed emotiva. Le emozioni stagnanti protratte nel tempo creano dei blocchi energetici che si somatizzano trasformandosi in disagi e quindi in malattie.

Venivo da tantissimi anni di lavoro d’ufficio – racconta Laura – e negli ultimi anni le aziende per cui lavoravo chiusero per difficoltà economiche e fu proprio in quell’occasione che decisi di ascoltarmi; pensavo al perché il mio cuore e le mie mani volevano tanto aiutare gli altri e notavo che ogni volta che toccavo una persona subito dopo stava meglio… allora perché non cominciare a far del bene?

Convinta che un emozione può far scatenare un disagio e un disagio una malattia, scelse una scuola con l’approccio psicosomatico e iniziò il suo percorso con un Master di Riflessologia della Scuola di Naturopatia Riza a Bologna con il Prof. Luigi Dragonetti.

Con l’inizio dello studio nel master di Riflessologia – ricorda Laura – quando entrai per la prima volta in quello stanzone pieno di lettini e vidi una diapositiva al muro con un bellissimo bambino che si guardava i piedini e quel profumo di incenso che mi avvolse il cuore … fu proprio quello il momento che capii che questa sarebbe stata la mia strada.

Assetata di conoscenza e di magia, iniziò a studiare riflessologia e poi cranio sacrale, metamorfica, e poi altre tecniche, divenne Master Reiki e poi Digitopressione. Notò fin dall’inizio che le persone potevano avere un sollievo grazie all’utilizzo di queste tecniche e che questi trattamenti potevano essere d’aiuto e di affiancamento alla medicina tradizionale, avendo un beneficio sul corpo sulla mente e sullo spirito. Ogni trattamento su ogni singola persona è qualcosa di magico e di cui essere grato,- sottolinea.

La cosa che mi fa più felice – aggiunge Laura – è il fatto di poter fare riflessologia e reiki anche sui malati oncologici avendo dei bei risultati. Spero vada in porto un progetto con un ospedale della zona; queste due tecniche sono già utilizzate in diversi ospedali su territorio nazionale in affiancamento, come dicevo prima, alla medicina tradizionale.

Finché non ti trasformi, non potrai volare. Quindi lascio fare a Laura e con il tempo scopro che mi sto liberando dalla tristezza antica. Avverto una grande carica energetica e sento che mi sto riprendendo ciò che mi appartiene: l’allegria, l’entusiasmo e la passione per la vita. Non mi dimentico però che l’equilibrio è sempre precario e che c’è ancora tanto lavoro da fare. Mi farò senz’altro accompagnare da Laura, una presenza preziosa, che ogni tanto mi ricorda: Fermati, wonderwoman, fermati e ascoltati! Mi spiega come i miei dolori muscolari sono connessi al fegato e il fegato alla rabbia e mi invita ad affrontarla.

SIGNORA RABBIA: “LASCIA CHE SI ARRABBI” DI FRANCESCA BROCCOLI


rabbia

Quante volte, come genitori e educatori, ci sentiamo impotenti di fronte alla rabbia dei bambini e dei ragazzi? Quante volte, esasperati, ci arrabbiamo a nostra volta entrando nella spirale della rabbia con urla, punizioni e umiliazioni? Oppure cerchiamo di minimizzare o addirittura di ignorare il problema? Quante volte non lo riconosciamo proprio? E quanti sono i messaggi contrastanti che mandiamo, aumentando la confusione e l’angoscia di tutti i coinvolti?

Nella contraddizione contemporanea tra il “credo” che bisogna dare libero sfogo alle emozioni e l’effettiva tendenza a reprimere e negare quelle ritenute scomode, ingombranti, ci confondiamo e confondiamo i nostri figli.

Invece il tema delle emozioni che ci mettono in difficoltà, come la rabbia, va affrontato. Con calma, seriamente, ma anche con serenità e una vena giocosa. Come fa Francesca Broccoli, psicologa e psicoterapeuta, nel libro Lascia che si arrabbi. Partendo dalle storie delle famiglie incontrate nella sua pratica, con chiarezza e semplicità, l’autrice ci guida attraverso il mondo della rabbia. Anzi, della Rabbia. Perché la Rabbia è una Signora che viene da lontano, e come tale va conosciuta e rispettata. Possiamo cercare di darle un volto, attribuire un timbro della voce, immaginare i gesti che compie e le parole che pronuncia.

In primis, è necessaria la distinzione tra la rabbia, l’aggressività e la violenza. La rabbia è un emozione primaria, che non andrebbe né censurata, né usata in modo distruttivo, ma capita, regolata e contenuta. La rabbia è non solo inevitabile, è necessaria. La sua assenza indica indifferenza, la più disastrosa delle mancanze umane. (Arthur Ponsonby).

Nella vita è inevitabile e necessario il confronto con il mondo esterno, con i limiti, le regole, la frustrazione, il rischio e l’errore. Che va visto anche nell’ottica del cammino verso l’integrazione. E in questa ottica è fondamentale aiutare il bambino a rilassarsi, promuovere i momenti di ozio, trascorrere più tempo possibile nella natura. Andare oltre la rabbia e dare la possibilità di arricchirsi di esperienze positive e edificanti.

Stare nella natura – ci ricorda la Broccoli – promuove anche il rispetto per ciò che ci circonda e questo fa sì che si consolidi la capacità di decentrarsi e tenere in maggiore considerazione gli altri. La natura propone spettacoli di intensità e impatto eterogenei, alcuni delicati e romantici, altri forti, altri spaventosi, altri ancora sorprendenti. La grande varietà di questi scenari consente di ritrovare nella natura immagini corrispondenti agli stati d’animo provati e di rincorrere a tali immagini per comunicarli e farsi comprendere meglio.

Interessante, utile e minimalogico, invito quindi a leggere il libro di Francesca Broccoli Lascia che si arrabbi. Capire e affrontare la rabbia di tuo figlio dai 2 ai 13 anni, Sperling & Kupfer, 2016.

Leggi anche i post di Francesca su Minimalogico:
CRISI – RIPENSIAMOCI!
ONORE ALLE SOFFERENZE E AI LIMITI!
PER UN PARTO DOLCE: LA NASCITA COME INCONTRO D’AMORE
“LA CADUTA. I RICORDI DI UN PADRE IN 424 PASSI.” Un libro che mi ha stregata!
BAI JIA BEI: QUANDO LE STORIE BELLE FANNO BENE AL CUORE.

Category: BENESSERE

TAG , ,

CIBO – ESPRESSIONE DI AMORE


IMG_4201

Si potrebbe pensare che Minimalogico sia un blog di cucina. Non lo è. Ma l’attenzione al cibo e quindi lo spazio dedicato, non sono casuali.

Non si può negare l’importanza del cibo. Il cibo è nutrimento. Quindi sopravivenza. Non a caso le mamme si preoccupano per l’alimentazione dei loro figli. Nutriamo i bambini per mantenerli in vita, per farli crescere, per farli star bene. Già, il cibo è strettamente legato al benessere.

La questione dell’alimentazione va quindi ben oltre il “salutismo” o “l’ambientalismo”. Il cibo è nutrimento per il corpo e per l’anima.

Tra le righe delle domande “Hai mangiato?”, “Hai fame?”, si legge “Ti voglio bene”. Preparare da mangiare, scegliere con cura gli ingredienti, tenere in considerazione i gusti dei commensali, i loro bisogni – tutto questo è l’espressione d’amore. La vita sociale si concentra spesso intorno al tavolo. La condivisione del cibo intensifica e fa crescere le relazioni.

Il cibo è fonte di piacere: l’odore, il sapore, la consistenza ci regalano sensazioni gradevoli. Alcuni sapori ci riportano certi momenti, belli, intensi, ci fanno pensare con nostalgia all’infanzia, a casa, a luoghi lontani nel tempo e nello spazio. Altri ci portano alla scoperta del nuovo, dello sconosciuto, all’avventura.

Il rapporto con il cibo racconta molto di noi, scopre le nostre fragilità, le nostre insicurezze e preoccupazioni. Il cibo può essere fonte sia di gratificazione che di disagio. Dietro i disturbi alimentari si cela un mondo di inadeguatezza, di angoscia, di sofferenza.

C’è qualcuno che ancora mi vuole convincere che certe creme spalmabili sono la cosa più buona del mondo. Per carità, non discuto sui gusti personali! A me piace il cacao e le nocciole, ma per qualcuno grandi quantità di zucchero semolato e di grassi di scarsa qualità possono essere più buoni. Non posso comunque ignorare il fatto che le scelte alimentari altrui influenzano anche la mia vita, quella dei miei figli, e delle generazioni a venire. E io per i miei figli voglio il meglio.

Le nostre scelte alimentari non riguardano solo noi e i nostri cari. Nel mondo del profitto dietro la nostra pancia piena c’è spesso la pancia vuota di qualcun altro. Questo non significa che dobbiamo sentirci in colpa per ogni boccone ingerito. Anzi, facendo attenzione alle scelte che facciamo ci potremmo godere più in pace i nostri pasti.

Non va ignorato che l’etica della maggior parte dei produttori, delle multinazionali in particolare, perde di vista il rispetto per l’ambiente e per la salute, quindi per la vita. L’etica del profitto non si preoccupa della nostra sopravvivenza. Dove regna lo sfruttamento, lo spreco e l’inganno, non c’è benessere, non ci può essere felicità.

DENTRO E FUORI LE EMOZIONI


img130

Avete visto Inside Out? Io mi sono commossa seguendo la storia della undicenne Riley alle prese con i cambiamenti, e… con le emozioni. Perché il film di animazione della Pixar, in un modo semplice e immediato, ci porta a riflettere sull’importanza delle emozioni e sul loro ruolo nella nostra quotidianità.

Non siamo fatti solo del corpo. La qualità della vita, la sopravvivenza, non si possono basare solo sull’attenzione al cibo biologico e a km zero, al risparmio energetico, energie rinnovabili o alla raccolta differenziata. Prima di tutto, abbiamo bisogno di recuperare la centralità degli affetti e migliorare le nostre relazioni.

L’infelicità e la malattia dilaganti sono il segno della negazione dei bisogni affettivi compiuta dalla società occidentale (Giuliana Mieli, psicologa).

Probabilmente tutti sappiamo quanto si sta male dopo aver litigato con una persona cara, quanto si soffre non comprendendo e non sentendosi “compresi”, quanto male fa la mancata condivisione, poca trasparenza e chiarezza.

Quello che manca, è forse la profonda consapevolezza, quindi una consapevolezza compresa di accettazione, che la vita è un susseguirsi di emozioni che non sono mai costanti, c’è sempre una certa ambivalenza e gli eventi della vita non sempre rispondono alle nostre aspettative. Non basta “saperlo” ad un livello superficiale per evitare le delusioni, quindi il malessere. Io, la regina delle esplosioni emotive, ne so qualcosa!

Manca la conoscenza della fisiologia degli affetti, di come gli affetti hanno bisogno di un ambiente adeguato per crescere: non basta crescere fisicamente; serve un ambiente adeguato che faccia maturare lentamente e gradualmente.

Inside Out ci mostra come le emozioni di gioia, tristezza, paura, rabbia e disgusto guidano Riley attraverso i numerosi cambiamenti che si trova ad affrontare. Sono le cinque emozioni primarie evidenziate dalle teorie di Paul Ekman, psicologo che ha approfondito il tema delle emozioni e ha studiato il loro collegamento con le espressioni facciali. Le cinque emozioni di per sé non sono né positive né negative. Ad esempio, a prima vista la tristezza sembra negativa ma in realtà è un’emozione utile perché senza di essa non potremmo sfogarci a causa di un avvenimento spiacevole e non potremmo nemmeno conoscere la gioia. Così come la luce non può esistere senza il buio, la gioia non può manifestarsi fino in fondo se non ha mai avuto come controparte un momento di tristezza (Marta Albè). Nel corso della vita dalle emozioni primarie nascono numerose emozioni secondarie e la emotività diventa sempre più complessa.

Un bambino, per crescere, ha bisogno di sentirsi amato e poter esplorare il mondo, quindi di essere ascoltato e di ricevere una risposta coerente alle sue manifestazioni emotive: l’adulto risponde con le sue emozioni alle emozioni del bambino. Nelle modalità di questa risposta il bambino impara come l’altro risponde alle emozioni che lui ha provato e questo è fondamentale per la sua crescita. In questo senso, siamo tutti un po’ bambini che si scontrano con diverse risposte emotive degli altri.

Ma con chi ce la possiamo prendere? In fondo, chi ci insegna cosa vuol dire diventare adulti in termini emotivi? Cosa possiamo fare per migliorare la nostra vita a partire dalle emozioni? Come imparare quindi a riconoscere, accettare, ed esprimere le emozioni per stare meglio con noi stessi e con gli altri?

C’è chi, come Barry Brazeton, un pediatra americano, propone di inserire l’educazione all’affettività nei programmi scolastici. L’approccio cognitivo- comportamentale propone i corsi di educazione cognitivo-affettiva (per esempio con l’utilizzo del CAT Kit).

A me, personalmente, mi è più vicina la visione della mindfulness.

Di cosa si tratta?

Il concetto della mindfulness è stato utilizzato per la prima volta da Buddha ed ora è entrato, nell’ambito della psicologia e della psicoterapia. Significa, in linea di massima, essere consapevoli dei propri pensieri, azioni e motivazioni, “ricordarsi di essere consapevoli”. Attualmente, il termine si riferisce ad un’attenzione consapevole, intenzionale e non giudicante alla propria esperienza nel momento in cui essa viene vissuta.

Spesso, il tentativo di sbarazzarsi di idee, pensieri ed emozioni che sono ritenuti inappropriati in quanto non in linea con l’idea che abbiamo di noi stessi, genera malessere. Così l’evitamento esperienziale, ovvero la tendenza a lottare contro alcuni aspetti della nostra esperienza interiore poiché sono ritenuti sbagliati, incongruenti, incoerenti, inopportuni, inadeguati o “cattivi”, rientra tra le principali cause della sofferenza emotiva.

La pratica della mindfulness insegna a riconoscere le proprie emozioni e i propri pensieri accogliendoli così come sono, quindi ad accoglierci al di là di stereotipi rigidi che abbiamo costruito su noi stessi per proteggerci. Questo non significa lasciarsi trasportare incondizionatamente dalle emozioni.

Quello che ci propone invece la mindfulness è l’allenamento ad accogliere e a non re-agire subito le emozioni esperite. Questo allenamento consente una maggiore flessibilità cognitiva, portando ad una maggiore libertà di azione, non di vittimizzazione dell’automatismo, ed una maggiore capacità di adattamento.

Partendo dalla consapevolezza di ciò che è in quel momento l’emozione e il sentire, ci predisponiamo e ci muoviamo in conformità dei propri valori più profondi ed autentici, così da riuscire a sostituire alcuni comportamenti reattivi, automatici e distruttivi con scelte/azioni consapevoli ed adattive in funzione del contesto.

La vera forza terapeutica della mindfulness sta quindi soprattutto nella crescita della consapevolezza della persona che le consente di superare automatismi, sostituendoli con scelte più sane, costruttive e, soprattutto, libere.

Le ali degli uccelli hanno penne e piume. Quelle delle persone hanno parole. Però non tutte le parole ti aiutano a spiccare in volo. Solo le parole che esprimono con chiarezza ciò che provi ti danno più possibilità di volare – è quello che dice l’Emozionario, il libro che spiega le emozioni ai bambini. Per riconoscere, starci dentro ed esprimere le emozioni abbiamo bisogno di chiamarle per nome. E’ il libro che quest’anno regalerò ai miei figli a Natale e che leggerò insieme a loro. Non è mai troppo tardi per imparare a volare.

Fonti citate:

Ecologia degli affetti – Intervista di Marianna Gualanzi a Giuliana Mieli, psicologa in Vivi consapevole nr 24 Gennaio/Marzo 2011

Marta Albè http://www.greenme.it/vivere/costume-e-societa/17995-inside-out-emozioni-primarie

VALORE DEL CIBO. Paradossi e contradizioni dello spreco alimentare


IMG_2131

Ogni anno nel mondo vengono sprecate circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, cioè un terzo del cibo prodotto. Questo accade mentre un miliardo di persone soffre e muore di fame.

Secondo la FAO (L’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) lo spreco alimentare annuo in Europa e in America settentrionale ammonta a circa 300 kg pro capite. Ogni anno circa 100 kg di cibo pro capite, compreso quello perfettamente commestibile, finiscono nelle pattumiere domestiche. E questa è solo l’ultima tappa di una catena di sprechi che inizia nei campi e negli allevamenti e continua lungo la fasi della trasformazione e del commercio.

Per perdite alimentari (food looses) si intende le perdite di massa o qualità nutrizionale del cibo originariamente destinato al consumo umano, solitamente causate da inefficienze nella filiera.
Gli sprechi (food waste) comprendono invece il cibo scartato, più frequentemente presso il punto di vendita e di consumo finale.

In entrambi i casi tutto questo cibo ha richiesto tante risorse naturali e umane, tempo, energia e denaro. Ha avuto pure un grosso impatto ambientale in tutte le fasi della produzione, del trasporto, del confezionamento, della commercializzazione e della conservazione. Infine si è trasformato in rifiuti, la cui gestione implica ulteriore utilizzo di risorse.

La contraddizione dello spreco è evidente. E la sovrapproduzione è un problema, non una soluzione. Un sistema alimentare che genera così elevate quantità di sprechi e, allo stesso tempo, non è in grado di nutrire tutti gli abitanti del pianeta, è insostenibile. La quantità di sprechi alimentari ha un costo altissimo, in termini ecologici, economici, etici e culturali. Le risorse naturali vengono sistematicamente sciupate, gli animali vivono in condizioni inaccettabili e la qualità della carne ottenuta attraverso la sofferenza e con l’uso dei mangimi e farmaci è, come minimo, discutibile.

Basta pensare che produrre 1 kg di carne ha lo stesso impatto ambientale di un’auto media europea che percorre 250 chilometri per interrogarci se si può continuare su questa strada ancora a lungo.

Ma la crescita non sente ragioni. Per accrescere i rendimenti agricoli si ricorre alle biotecnologie e agli OGM (organismi geneticamente modificati). I problemi ecologici causati dall’agricoltura chimica e dagli allevamenti intensivi erano noti in partenza, ma sono prevalsi i vantaggi economici.

Secondo Slow Food la reale e principale causa dello spreco alimentare è il fatto che il cibo sia considerato alla stregua di una merce come un’altra, una commodity:
Nel mondo contemporaneo, dominato dal mercato, il cibo – con i valori e i diritti a esso collegati – è diventato merce. Il cibo si vende, si compra, si spreca.

Va tuttavia evidenziato che il sistema in cui ci troviamo a operare con il ruolo di consumatori, di produttori o di intermediari si fonda sul meccanismo dello spreco e della produzione eccessiva, dello smaltimento veloce delle scorte per poter immettere sul mercato nuovi prodotti. In altre parole, lo spreco è organico al sistema, non è un incidente di percorso. L’agroindustria sostiene costi di produzione moderati a fronte di margini elevati: questo consente di produrre in eccedenza senza perdere profitti. È questo il fattore chiave che rende lo spreco alimentare funzionale al sistema.

Il 20 per cento della popolazione mondiale consuma l’80 per cento delle risorse, mentre per l’80 per cento rimane da spartire il restante 20 per cento. Come dire che se in un ristorante ci sono cento persone, 20 mangiano fino a scoppiare e buttando un terzo di quello che hanno ordinato, mentre 80 persone hanno si e no un tozzo di pane.

Questa sarebbe la nuova era dell’abbondanza. L’abbondanza per pochi e fame per tutti gli altri. Ecco un altro paradosso: l’Africa è il continente più ricco di risorse e pure sottopopolato. Ciononostante è al contempo il continente più colpito dalla povertà.

È risaputo che le sue ricchezze sono state sottoposte al saccheggio. Ma non solo. La povertà deriva in gran parte dall’imposizione di modi di produzione inadatti ai territori, alla cultura, al saper fare e alla organizzazione sociale delle popolazioni. Si tratta di popolazioni che costituiscono un potenziale produttivo, e come tale sono state inserite nel sistema mercantile come coltivatori di prodotti esportabili secondo il procedimento abituale dell’agroindustria. Tutto questo senza la possibilità di uscire dal sistema, visto che le coltivazioni dei prodotti alimentari sono state sradicate per fare spazio a monoculture finalizzate esclusivamente all’esportazione.

Il nocciolo del problema è quindi la mercificazione del cibo e la perdita del suo valore per l’umanità.

Considerare lo spreco come effetto di una mancanza di valore attribuita al cibo può guidare nell’elaborazione delle politiche agroalimentari. L’obiettivo non è quello di aggiustare un sistema che non funziona, ma di proporre una visione nuova del sistema agroalimentare: produrre meno e con più attenzione per combattere gli sprechi.

Secondo Slow Food, per sperare di modificare in modo strutturale e radicale la situazione attuale bisogna partire dall’idea che gli sprechi si possono combattere prima ancora che il cibo venga prodotto, acquistato e consumato.

Produrre meno e meglio è la strada giusta per nutrire una popolazione mondiale in crescita. Il livello di spreco attuale e le sue dinamiche indicano che la capacità di nutrire il mondo non dipende soltanto dalla quantità di cibo prodotto, quanto piuttosto da come è prodotto, distribuito e consumato e da come le risorse (ambientali, economiche, umane) sono usate, o sprecate, in questo processo.

Si può combattere alla radice lo spreco alimentare solo restituendo il valore al cibo.

Per aproffondire:

Slow Food, Documento di posizione sulle perdite e gli sprechi alimentari;

Maurizio Pallante, La decrescita felice. La qualità della vita non dipende dal PIL, Editori Riuniti 2005.

REDUCETARIANI – MENO, MA MEGLIO


20100131-P1310007

Se mangi carne a pranzo non farlo anche a cena – si legge sul sito www.reducetarian.comEvita di mangiare carne il lunedì, o scegli la giornata che ti è più comoda per farlo. Decidi di acquistare prodotti di origine animale dove il bestiame è nutrito al pascolo, invece che fare riferimento agli allevamenti intensivi.

Nel medesimo blog si consiglia inoltre di ridurre le porzioni di carne e di scegliere almeno un giorno alla settimana destinato all’alimentazione vegetariana.

Secondo Brian Kateman, giovane ricercatore nel dipartimento di Ecologia e biologia ambientale della Columbia University, riduzione del consumo di carne (ma anche pesce e latticini) con l’incremento della qualità dei prodotti di origine animale consumati aiuterebbe ad arginare l’impatto dell’alimentazione sul riscaldamento globale (la produzione di CO2 derivata dal consumo di carne ammonterebbe a circa il 20%).

Non si tratta solo di un percorso dietetico con ottimi risultati per la salute delle persone (mangiando meno carne e più frutta e verdura, i reducetariani vivono più a lungo, in salute e felici), ma di un movimento alimentare ed etico che dà importanza al benessere degli animali e alla tutela dell’ambiente.

Gli accorgimenti sono dunque pochi e semplici: limitare la quantità e fare attenzione alla qualità della carne consumata, eliminando consumo della carne di allevamenti intensivi, devastanti per gli animali, per l’ambiente e per l’uomo.

Questa corrente costituisce una scelta meno “estrema” rispetto alla dieta vegetariana o vegana, quindi è più facile da introdurre e mantenere come abitudine quotidiana: i reducetariani fissano obiettivi facilmente raggiungibili per imparare a mangiare in maniera graduale meno carne. In questo senso è a portata di tutti.

Può anche essere il primo passo verso la dieta vegetariana o vegana, ma di solito è una scelta di chi non vuole rinunciare del tutto al consumo di carne. Anche perché i prodotti di origine animale fanno parte della tradizione, o meglio, delle tradizioni culinarie, quindi della cultura gastronomica. Diventare reducetariani potrebbe dunque costituire una sorta di “compromesso”: vivere in modo responsabile, rispettoso e più sostenibile, senza rinunciare al consumo di carne.

CORRENDO CON MURAKAMI


MURAKAMI
È il mio corpo che mi chiede in modo naturale di uscire per la strada e mettermi a correre. Così come sento il bisogno di frutta fresca e succosa quando ho sete. H.M.

 

 

Il testo non scorre come nei romanzi di Murakami; si percepisce chiaramente la sua fatica di parlare di sé. Ma il bisogno di comunicare, di condividere, anche in questo caso è più forte della timidezza, del pudore, della difficoltà nello scoprirsi. Quindi prosegue il racconto di come dal gestore di un bar si trasformò in scrittore, smettendo di fumare e iniziando a correre.

È un tipo serio, Murakami. Dovendo fare un servizio per una rivista non si è limitato a far finta di correre per scattare due foto, ma ha percorso davvero la distanza tra Atene e Maratona. Era la sua prima maratona. In solitaria e in piena estate greca. Gli sembrava inconcepibile far finta di correre, fermarsi all’apparenza e creare l’immagine.

Non importa se otteniamo dei risultati o meno, se facciamo bella figura o no, in fin dei conti l’essenziale, per la maggior parte di noi, è qualcosa che non si vede, ma si percepisce nel cuore. È questa l’arte di correre secondo Haruki Murakami. L’arte di correre, di scrivere, di vivere. Questo è amore, come suggerisce il titolo giapponese (Di cosa parlo quando parlo di amore).

Murakami scopre la sua natura individualista, cocciuta, poco cooperativa, a volte arbitraria e capricciosa. E a primo impatto può risultare antipatico. Estremamente metodico e ordinato, poco socievole. Si spinge fino al limite e oltre, esigendo da sé e dal proprio corpo sempre di più, sottoponendosi ai faticosi allenamenti quotidiani. Stimolarsi e perseverare. È ovvio che occorre molta pazienza. Questo suo atteggiamento lo porta a dei risultati indiscutibili, sia nella letteratura che nello sport. Diversi romanzi di fama internazionale, una maratona all’anno in inverno e una gara di triathlon in estate, persino l’ultramaratona.

Gli scrittori, o comunque chi scrive, conoscono bene il veleno che si nasconde nella scrittura. E cercano il rimedio. Spesso in altri veleni. Come Bukowski, per esempio. Murakami ha trovato la soluzione nello sport. Se il corpo viene meno, anche lo spirito, probabilmente, no sa più dove andare. Quindi non si fermano i suoi allenamenti e le sue gare che gli permettono di regolare e potenziare le (…) capacità fisiche in modo da poter dare il meglio nella scrittura. Ed è proprio lì, nella scrittura, che quest’uomo così apparentemente razionale, mostra un altro lato di sé, creando con grande maestria storie strane, bizzarre, piene di magia.

Quello che mi rimane particolarmente impresso, oltre ai libri di Murakami, che adoro, è la sua immagine davanti allo specchio: Haruki sedicenne che si guarda allo specchio e fa una lista delle cose che “non vanno bene”. Non sono gli altri, ma è lui a posare su di sé uno sguardo impietoso. E mi viene da pensare che ha ordinato la propria vita in una struttura precisa e rigorosa per proteggere la propria fragilità. Percepisco il suo disagio, sento la sua insicurezza e mi viene voglia di abbracciarlo. Sempre pronto a dubitare di sé e, – anche se con scarsa autoironia – a trovare un elemento comico anche nella propria sofferenza.

Haruki Murakami, L’arte di correre (Einaudi, Torino, 2009) e la corsa come metafora della vita e della scrittura – perché nella scrittura vive la parte più preziosa di Murakami e per trovare l’essenza di Murakami bisogna leggere i suoi romanzi.

LEGGI ANCHE:
MINIMALOGICO IN MOVIMENTO
MINIMALOGICO IN MOVIMENTO – PROSPETTIVA PERSONALE

OLIO DI PALMA – NEMICO DELL’AMBIENTE


15-19.06.2006 054

Abbiamo toccato il problema della deforestazione parlando della carta. Oltre al ponderato utilizzo della carta esiste un’altra attenzione che dovremmo avere e riguarda l’uso dell’olio di palma. Scopriamo insieme perché è così importante.

Sia l’olio di palma (ottenuto dai frutti), che quello di palmisto (prodotto dai semi) contiene una grande quantità di grassi saturi. Probabilmente non è più dannoso del burro o dei grassi idrogenati, comunque l’elevato contenuto di grassi saturi in questo tipo d’olio non è controbilanciato da un’adeguata presenza di acidi grassi polinsaturi benefici (ritenuti in grado di tenere sotto controllo i livelli del colesterolo). Quindi non è di certo salutare per il sistema cardiovascolare.

L’olio di palma è particolarmente versatile ed economico. Per questi motivi è molto diffuso sia nell’industria alimentare sia in cosmesi. Purtroppo non ne sono privi nemmeno alcuni cibi biologici.

È presente in gran parte dei prodotti confezionati, sia dolci che salati (crackers e grissini, merendine e biscotti), nelle creme spalmabili ed alcuni tipi di margarina, oltre che alcune basi pronte, fresche o surgelate, per la preparazione di torte salate, pizze, focacce e differenti tipologie di pietanze precotte o prefritte. Lo troviamo anche nei rossetti, nelle creme, nei saponi e altri detergenti.
Al di fuori dell’industria cosmetica ed alimentare, l’olio di palma trova impiego ad esempio nella produzione di biodiesel. Il biocarburante ottenuto dall’olio di palma è stato però bollato dalla U.S.Environmental Protection Agency come non ecologico in quanto la sua produzione è causa di emissioni di anidride carbonica superiori a quanto consentito perché un biocarburante venga considerato realmente “pulito”, oltre al fatto che i costi ambientali legati alla sua produzione sono altissimi.

Le esigenze dell’industria hanno portato ad una produzione massiccia e scarsamente controllata che implica diversi problemi ambientali e sociali. La produzione dell’olio di palma ha creato infatti ampie zone di deforestazione, quindi ha danneggiato, e continua a danneggiare, tantissimi ecosistemi.

Vaste aree forestali, soprattutto in Indonesia, Costa D’Avorio e Uganda, sono state sostituite dalle piantagioni delle palme da olio. Diverse specie vegetali ed animali si sono trovate improvvisamente private del loro habitat naturale.

Le antiche foreste pluviali sono caratterizzate dalla presenza di ecosistemi unici e irripetibili, distruggerle significa perdere irrimediabilmente dei veri e propri paradisi di biodiversità. Con la scomparsa delle foreste diminuisce anche l’ossigeno. E l’ossigeno, come pure la biodiversità, è necessario per la sopravvivenza. Già, anche la nostra. È una regola elementare, ma sembra che c’è ne siamo proprio dimenticati.

La devastazione delle foreste pluviali provoca inoltre un grave danno alle popolazioni indigene che tuttora le abitano. I terreni che occupano (e proteggono), vengono sottratti senza scrupoli.

Tutto questo accade per produrre un olio di cui il mondo potrebbe benissimo fare a meno, a favore di prodotti decisamente più salutari e sostenibili, come, nel caso del nostro paese in particolare, l’olio d’oliva – prodotto locale e di qualità.

Alla diffusione delle piantagioni di palme da olio si oppongono da tempo associazioni ambientaliste come Greenpeace e Friends of the Earth. Diverse grosse catene di supermercati hanno già dichiarato che questo grasso tropicale sparirà dai loro prodotti e hanno aderito alla petizione promossa da “Il fatto alimentare” che chiede l’abolizione dell’olio di palma.

Oltre a firmare la petizione, cosa possiamo fare?

Cerchiamo di eliminare i prodotti contenenti l’olio di palma. I nostri figli possono fare benissimo a meno delle merendine confezionate, guadagnando anche nei termini di salute. Le più diffuse creme spalmabili possono essere sostituite da quelle fatte in casa. Se non riusciamo a dedicarci all’autoproduzione dei biscotti, possiamo consultare la lista, e acquistare quelli.

Nonostante la legge europea imponga di dichiararlo esplicitamente tra gli ingredienti in etichetta, a volte l’olio di palma viene ancora camuffato sotto la dicitura “olio vegetale”. Leggiamo dunque le etichette con attenzione.

Qui potete vedere il documentario Green the Film che racconta, con delle immagini silenziose e di forte impatto, la distruzione delle foreste indonesiane.

MINIMALOGICO IN MOVIMENTO – PROSPETTIVA PERSONALE


scarpeC’è una forza motrice più forte del vapore, dell’elettricità e dell’energia atomica: la volontà.
(Albert Einstein)

 

 

È un mondo estremamente competitivo, in cui bisogna “vincere”, arrivare per primi e più in alto per non essere considerati dei “perdenti”. È un mondo di “prime donne”, di “vincitori e vinti”. È un mondo dell’’immagine, delle “belle figure”, ossessionato dai risultati e dal successo misurato in termini di fasullo ed effimero splendore. È un mondo che parla ancora del fair play e dell’importanza di partecipare, però si fa affascinare da personaggi come Mario Balotelli.

Perché ci soffermiamo sulla competizione e non ci ricordiamo più della condivisione? Condivisione dell’impegno, delle gioie e delle fatiche, della vittoria e della sconfitta. Nella condivisione non hai tutto il peso sulle tue spalle, viene appunto CONDVISO, spartito.

Io non ho potuto vivere a fondo l’esperienza della condivisione nello sport. Qualcuno mi ha detto che non ce la potevo fare e io ci ho creduto. Per troppo tempo.

Ma adesso so che il mio corpo non è un’entità separata da me. I suoi limiti devono essere rispettati, ma anche superati. E il mio corpo insieme alla mia volontà ha cominciato a fare “miracoli”.

Già. Perché io corro. Ho iniziato più di un anno fa con la camminata veloce. Ma ad un certo punto non mi bastava più. Incoraggiata delle esperienze altrui ho trasformato il passo in quello della corsa. Non è veloce, ma non importa. Mi permette comunque di sentire i muscoli, prendere coscienza del mio corpo e aprirmi ad una nuova esperienza.

Non è facile ritrovarsi senza difese in un mondo narcisistico. Sentirsi continuamente travolti dalle emozioni, dai tormenti. Miei e altrui. Quasi senza pelle. Ma io non ho paura, perché so che la fragilità è la parte migliore di me.

La vita è piena di fatiche spesso inutili, di aspettative mal riposte e di risposte mai arrivate. Si convive quindi con i dubbi, con le delusioni e le frustrazioni. Spesso salgono il nervosismo e la rabbia, difficili da gestire. E io a volte mi alzo la mattina appesantita dai pensieri, dalle cose da dire, cose da fare. Poi mi infilo le scarpe e parto. Corro seguendo il ritmo del mio corpo, superando la fatica e senza mollare mai. Torno, e dopo un po’ di stretching e la doccia mi sento talmente rilassata che mi addormento sul divano. Mi sveglio leggera: all’improvviso svaniscono i pensieri, le cose da dire, le cose da fare. Come per magia torno a dare il giusto peso alle cose e mi ridimensiono.

Non sono mai stata vanitosa, ma devo ammettere che vedere il proprio corpo, quasi doppiamente maggiorenne e provato da due gravidanze, trasformarsi grazie all’attività fisica, è piuttosto gratificante. Ma l’aspetto più importante è quello che adesso so di potercela fare e recupero quello che fin’ora ho perso.

Ho iniziato da poco, ma so già che non mollerò. Non sono ancora nella dimensione della condivisione, ma in quella della “sfida Kate contro Kate”, ma già inizio a pensare al passo successivo, e…, chissà…, perché no?

CONTINUA…

 

 

LEGGI ANCHE: MINIMALOGICO IN MOVIMENTO

ASCOLTARE IL DOLORE


IMG_2144

Mi sveglio spesso con il mal di testa. Il primo pensiero è quello di farlo sparire, immediatamente. La tentazione è quella di prendere un farmaco per riuscire ad affrontare la giornata e non pensarci più.

Come nel caso degli stati d’animo spiacevoli, abbiamo ormai poca tolleranza anche per il dolore fisico. Ci riempiamo quindi di analgesici, ricorriamo all’epidurale durante il parto, ci anestetizziamo in tutti i modi che abbiamo a nostra disposizione.

Invece il dolore serve, eccome! Porta in sé la saggezza della natura: è quello che durante il parto aiuta a far nascere il bambino; è quello che nello svolgimento dell’attività fisica ci permette di riconoscere il limite che non va superato; spesso funziona come un campanello d’allarme.

Il dolore è un modo per riconoscere situazioni, esterne o interne all’organismo, che sono pericolose per la sua integrità. (O. Corli)

International Association for the Study of Pain, la società scientifica internazionale che si occupa di dolore, lo definisce come un’esperienza sensoriale ed emozionale spiacevole, associata a danno tessutale in atto o potenziale. La percezione del dolore è soggettiva, la soglia del dolore è diversa per ognuno, e così anche le componenti emozionali associate.

La mancanza del segnale d’allarme rappresentato dal dolore (come in caso di congenital insensitivity to pain) costituisce un rischio per l’organismo in quanto non esiste lo stimolo che permette di difendersi ed espone quindi a delle lesioni gravi.

In medicina si distingue il dolore di tipo adattivo, quello che contribuisce alla sopravvivenza, e il dolore di tipo non adattivo. Nel secondo caso si tratta di situazioni di dolore che non si accoppiano a stimoli nocivi o a processi infiammatori e riparativi. Non rappresentano un sistema d’allarme e non sono un sintomo. Sono, invece, espressione di processi patologici che s’instaurano a livello del sistema nervoso, sia periferico sia centrale, e che sono in grado di determinare dolore. Tale dolore è spesso grave, ripetitivo o cronico, privo di finalità, risponde male ai trattamenti e diventa, a sua volta, una forma di malattia. (O. Corli). In questa categoria, rientrerebbe dunque la mia emicrania.

Non è un sintomo? È privo di finalità? Mi riesce difficile condividere queste affermazioni.

Se invece mi fermassi ad ascoltare il dolore, a seguirlo e assecondarlo?

Mi tornano in mente i laboratori fatti all’università, con una docente, psicologa e psicoterapeuta, che lavorava con un approccio molto affascinante, sviluppato da Arnold e Amy Mindell: process oriented psychology.

Processwork è l’arte, la scienza, e la psicologia che segue la natura delle persone, delle comunità e degli ecosistemi. Che cosa è questa natura esattamente? È la “grande medicina” per la maggior parte delle sofferenze, il modo di cambiare e il significato del cambiamento come appare nella realtà di tutti i giorni e nei sogni, nel nostro corpo, nelle relazioni, nelle comunità e nell’ambiente. (Processwork is the art, science, and the psychology of following the nature of individuals, communities, and eco-systems. What is this nature exactly? It is the “great medicine” for most suffering–that is, the way and meaning of change as it appears in everyday reality and in dreaming, in our bodies, relationships, communities and environment.)

Il corpo, la mente, i sogni, sono conduttori di messaggi che emergono dall’inconscio e che possono aiutare a svelare i significati nascosti (conflitti, ansie o altri problemi fin’ora non riconosciuti). Le malattie e i disturbi fisici sono quindi segnali dell’inconscio. Il corpo, con la sua verità e la sua autenticità, anche con il suo dolore, trasmette il messaggio dell’inconscio: una richiesta di attenzione, un’indicazione, uno stimolo alla ricerca e al cambiamento.

Il disturbo è dunque il “sogno del nostro corpo” e come tale va analizzato: ascoltato, seguito, in qualche modo assecondato, e non contrastato e anestetizzato. Solo così ci può portare alla scoperta del lato positivo del male: alla scoperta del suo significato, alla sua integrazione, alla guarigione e alla “crescita” personale. Questo approccio, se non altro, ci aiuta a ricordare che il dolore è la parte integrante della vita, quindi di accettarlo e di farne tesoro.

 

 

A chi volesse approfondire consiglio il sito: http://www.aamindell.net/ e I messaggi del corpo che sogna di Arnold Mindell.

Cito Oscar Corli da Basi biologiche del dolore

AGRICOLTURA BIOLOGICA – Tornare indietro per andare avanti


IMG_1128_SM

In questi giorni il video girato da due olandesi di Houten ha fatto il giro del web. Nel video mostrano come hanno inscenato una contraffazione alimentare alla fiera del cibo: hanno acquistato al McDonald’s i tipici prodotti di questa marca e li hanno presentati come alternativa biologica al fast food. Gli esperti del settore hanno reagito con grande entusiasmo e con piena approvazione.

Stiamo parlando di uno dei tentativi di salvare il salvabile: l’agricoltura biologica. A livello linguistico ci troviamo di fronte ad un termine improprio, in quanto nell’attività agricola abbiamo sempre e comunque a che fare con un processo di natura biologica: l’agricoltura è sempre biologica, quindi sarebbe meglio parlare, come avviene in altre lingue, di “agricoltura organica” oppure “ecologica”.

Siamo andati così avanti nel “progresso” e nella produttività, che per cercare di mangiare un po’ più sano c’è bisogno sia di una “filosofia” che delle normative specifiche. Già, quello che dovrebbe essere più naturale, cioè coltivare la terra e nutrirsi dei suoi frutti, deve essere ripensato e regolamentato.

Pensate in che mondo assurdo viviamo se l’agricoltura biologica viene spesso definita un “diverso modo di coltivare le piante e allevare gli animali”, mentre per agricoltura convenzionale passa quella che nella coltivazione ricorre all’uso dei pesticidi e altri agenti chimici, e nell’allevamento non ha alcun rispetto per gli animali.

L’agricoltura biologica ha come obiettivo non solo offrire prodotti privi di residui di concimi e fitofarmaci, ma anche limitare in genere l’impatto negativo sull’ambiente (a livello di inquinamento del terreno, dell’acqua e dell’aria). In questo approccio viene considerato l’intero ecosistema agricolo e promossa la biodiversità dell’ambiente. Gli interventi sono limitati e si sfrutta la naturale fertilità del suolo, escludendo l’utilizzo di prodotti di sintesi e di organismi geneticamente modificati (OGM).

Nelle coltivazioni vengono dunque eliminate le sostanze chimiche di sintesi quali concimi, diserbanti, anticrittogamici, insetticidi e pesticidi in genere. Si ricorre all’utilizzo dei fertilizzanti naturali e sovesci. Per la difesa delle colture si interviene con sostanze naturali vegetali, animali o minerali (esiste un elenco europeo delle sostanze concesse). Viene comunque privilegiata la prevenzione, selezionando specie resistenti alle malattie e applicando le tecniche di coltivazione come la rotazione delle colture.

Nell’allevamento viene posta tanta l’attenzione al benessere e tipo di nutrizione degli animali. L’allevamento degli animali è strettamente legato alla terra e vengono alimentati con prodotti vegetali (biologici). Devono avere sufficiente spazio e modo di esprimere il loro comportamento naturale e venire trattati senza brutalità. Si allevano preferibilmente razze autoctone, ben adattate alle condizioni ambientali locali e resistenti alle malattie.

È vietato somministrare stimolatori di crescita o dell’appetito sintetici, conservanti e coloranti, urea, sottoprodotti animali ai ruminanti e agli erbivori monogastrici, fatta eccezione per il latte e i prodotti lattiero-caseari, escrementi o altri rifiuti animali, alimenti sottoposti a trattamenti con solventi o addizionati di agenti chimici in genere, organismi geneticamente modificati, vitamine sintetiche.

Queste scelte rendono l’attività agricola biologica meno produttiva, per alcune specie particolarmente difficile. Le difficoltà che si riscontrano eliminando le forme intensive di coltivazione e l’allevamento, giustificano in parte l’elevato prezzo dei prodotti biologici.

Ma non vi sembra che tutto questo dovrebbe essere la normalità, la rutine dell’agricoltura? Invece è scomparso con lo sviluppo della moderna agricoltura industriale. E quindi ci troviamo di fronte a un fenomeno “contro corrente” che necessita di normative specifiche, soprattutto per proteggere i consumatori che decidono di acquistare dei prodotti meno contaminati e ottenuti con più rispetto per l’ambiente. C’è, ovviamente, anche in questo ambito, chi se ne approfitta. Attenzione quindi al greenwashing – come minimo ricordiamoci di controllare se, dietro a un nome che fa pensare al bio e dietro a una confezione verde, ci sono le certificazioni richieste. Come dimostra lo “scherzo” dei due goliardici olandesi, è facile farsi ingannare!

 

 

Post corellati:
MERCOLBIO – biologico, locale, equo e solidale
NUTRIRSI BIODINAMICA-MENTE