Monthly Archives: February 2015

FOUND IN TRANSLATION: MARCELLA E IL SUO GIOCO DA BIMBI

2

Fot. Dominika Nowak

Fot. Dominika Nowak

Mia figlia esce sudata, sorridente, emozionata. No, non ha fatto un allenamento in palestra, bensì una lezione di inglese!

Imparare le lingue significa aprirsi alla diversità, aprire le possibilità di comunicazione, comprensione e conoscenza. E questa apertura non deve, non può essere noiosa.

I bambini imparano grazie alle loro naturali caratteristiche: un atteggiamento spontaneamente ludico, caratterizzato da libertà, gratuità, piacere, creatività, manipolazione e sperimentazione. La lingua si può imparare meglio se le frasi o le parole sono associate a immagini, odori e sapori , a esperienze sensoriali, a musiche belle e orecchiabili e in generale ad un’esperienza coinvolgente e divertente! Da questo deriva l’efficacia dell’approccio ludico con utilizzo di tante strategie didattico – creative: il gioco qualunque esso sia-libero o guidato o simbolico, la musica, il teatro, il movimento fisico, i laboratori di cucina e artistico – manuali ed infine lo story-telling. (http://www.ingleseungiocodabimbi.it/approccio-ludico/)

L’approccio ludico è sempre più diffuso, ma dietro la bella esperienza di mia figlia c’è una persona e un progetto in particolare. Marcella, un vulcano di entusiasmo e di energia, e L’inglese un gioco da.. bimbi, ormai un marchio consolidato e registrato.

La prima “illuminazione” – svela Marcella – nasce dall’osservazione della realtà: non può esserci acquisizione se non c’è passione. Per colmare certe lacune linguistiche è necessario fare come un passo indietro nella storia dell’’apprendimento dell’individuo, chiudendo i libri e “giocando con l’inglese” rinnovando quindi la motivazione verso quella che più che una materia è uno strumento per comunicare e fare.

Ma dietro il progetto di Marcella c’è molto di più: c’è un RITORNO, un “ribaltamento” della vita consolidata, un cambiamento che ha permesso un nuovo INIZIO:
Tra il 2004 e il 2005 vivo insieme a mio marito l’esperienza del RITORNO, a casa, dagli amici, dalla famiglia, dopo un breve ma intenso periodo lontano da tutto e da tutti.
Quest’esperienza mette in discussione tutto ciò che era ben assestato sul piano personale, oltre che professionale e viene portata all’ennesima potenza dall’arrivo del primo figlio.
Sono anni in cui appunto decido di interrompere la precedente esperienza lavorativa in aziende multinazionali, provando qualcosa che avevo sempre escluso dalla mia vita: l’insegnamento.

Nel 2008 su insistenza di un’amica di Marcella, che aveva intuito la direzione giusta da seguire, nasce il primo laboratorio di inglese per bambini. Secondo Marcella c’è un “filo rosso” che collega il suo RITORNO con questo INIZIO: non sarebbe nato nulla se non avessi messo in discussione tutto, anche con crisi in certi momenti, però mai guardando solo il mio ombelico, ma lasciandomi guidare da chi mi voleva e mi vuole bene. Oggi, a due anni dalla nascita del secondo figlio, non posso fare a meno di ricordare la stessa sensazione di ribaltamento, che non fa altro che mettere in crisi certe cose per metterne in luce altre.

Dal 2010 – continua Marcella – dopo alcune giornate gratuite in libreria a Imola, vengo a contatto con la FISM di Bologna a cui, ancora oggi, sono molto legata e che continua a darmi tanti stimoli personali che si ripercuotono positivamente sul mio stare con i bambini.
Ed ecco le prime scuole dell’infanzia, fuori città, quasi di campagna, dove tutto viene vissuto con un’energia da parte delle maestre, e di conseguenza dei bambini, che contagia anche me.
La voce gira e arriva anche a qualche scuola statale dell’infanzia e primaria, e anche qui mi viene data la possibilità di non dare nulla per scontato, evitando di cadere nei soliti giudizi dati a priori; infatti vengo a contatto con insegnanti, anche un po’ avanti negli anni, con una chiarezza educativa ammirevole, oltre che una capacità autentica di giocare con i bambini.

Infatti, incontrare le persone giuste, con le quali condividere l’impegno e passione, fa parte del successo. Le collaboratrici di Marcella, Charlotte e Giusy, delle presenze luminose, che condividono e sostengono il suo approccio di insegnamento dell’inglese, arricchendolo con ciò che sono come persone oltre che come esperte di lingua inglese. Insieme – conclude Marcella – possiamo dire di avere il privilegio di vivere il nostro lavoro, insegnare l’inglese, divertendoci.

OLIO DI PALMA – NEMICO DELL’AMBIENTE


15-19.06.2006 054

Abbiamo toccato il problema della deforestazione parlando della carta. Oltre al ponderato utilizzo della carta esiste un’altra attenzione che dovremmo avere e riguarda l’uso dell’olio di palma. Scopriamo insieme perché è così importante.

Sia l’olio di palma (ottenuto dai frutti), che quello di palmisto (prodotto dai semi) contiene una grande quantità di grassi saturi. Probabilmente non è più dannoso del burro o dei grassi idrogenati, comunque l’elevato contenuto di grassi saturi in questo tipo d’olio non è controbilanciato da un’adeguata presenza di acidi grassi polinsaturi benefici (ritenuti in grado di tenere sotto controllo i livelli del colesterolo). Quindi non è di certo salutare per il sistema cardiovascolare.

L’olio di palma è particolarmente versatile ed economico. Per questi motivi è molto diffuso sia nell’industria alimentare sia in cosmesi. Purtroppo non ne sono privi nemmeno alcuni cibi biologici.

È presente in gran parte dei prodotti confezionati, sia dolci che salati (crackers e grissini, merendine e biscotti), nelle creme spalmabili ed alcuni tipi di margarina, oltre che alcune basi pronte, fresche o surgelate, per la preparazione di torte salate, pizze, focacce e differenti tipologie di pietanze precotte o prefritte. Lo troviamo anche nei rossetti, nelle creme, nei saponi e altri detergenti.
Al di fuori dell’industria cosmetica ed alimentare, l’olio di palma trova impiego ad esempio nella produzione di biodiesel. Il biocarburante ottenuto dall’olio di palma è stato però bollato dalla U.S.Environmental Protection Agency come non ecologico in quanto la sua produzione è causa di emissioni di anidride carbonica superiori a quanto consentito perché un biocarburante venga considerato realmente “pulito”, oltre al fatto che i costi ambientali legati alla sua produzione sono altissimi.

Le esigenze dell’industria hanno portato ad una produzione massiccia e scarsamente controllata che implica diversi problemi ambientali e sociali. La produzione dell’olio di palma ha creato infatti ampie zone di deforestazione, quindi ha danneggiato, e continua a danneggiare, tantissimi ecosistemi.

Vaste aree forestali, soprattutto in Indonesia, Costa D’Avorio e Uganda, sono state sostituite dalle piantagioni delle palme da olio. Diverse specie vegetali ed animali si sono trovate improvvisamente private del loro habitat naturale.

Le antiche foreste pluviali sono caratterizzate dalla presenza di ecosistemi unici e irripetibili, distruggerle significa perdere irrimediabilmente dei veri e propri paradisi di biodiversità. Con la scomparsa delle foreste diminuisce anche l’ossigeno. E l’ossigeno, come pure la biodiversità, è necessario per la sopravvivenza. Già, anche la nostra. È una regola elementare, ma sembra che c’è ne siamo proprio dimenticati.

La devastazione delle foreste pluviali provoca inoltre un grave danno alle popolazioni indigene che tuttora le abitano. I terreni che occupano (e proteggono), vengono sottratti senza scrupoli.

Tutto questo accade per produrre un olio di cui il mondo potrebbe benissimo fare a meno, a favore di prodotti decisamente più salutari e sostenibili, come, nel caso del nostro paese in particolare, l’olio d’oliva – prodotto locale e di qualità.

Alla diffusione delle piantagioni di palme da olio si oppongono da tempo associazioni ambientaliste come Greenpeace e Friends of the Earth. Diverse grosse catene di supermercati hanno già dichiarato che questo grasso tropicale sparirà dai loro prodotti e hanno aderito alla petizione promossa da “Il fatto alimentare” che chiede l’abolizione dell’olio di palma.

Oltre a firmare la petizione, cosa possiamo fare?

Cerchiamo di eliminare i prodotti contenenti l’olio di palma. I nostri figli possono fare benissimo a meno delle merendine confezionate, guadagnando anche nei termini di salute. Le più diffuse creme spalmabili possono essere sostituite da quelle fatte in casa. Se non riusciamo a dedicarci all’autoproduzione dei biscotti, possiamo consultare la lista, e acquistare quelli.

Nonostante la legge europea imponga di dichiararlo esplicitamente tra gli ingredienti in etichetta, a volte l’olio di palma viene ancora camuffato sotto la dicitura “olio vegetale”. Leggiamo dunque le etichette con attenzione.

Qui potete vedere il documentario Green the Film che racconta, con delle immagini silenziose e di forte impatto, la distruzione delle foreste indonesiane.

KAMUT – QUESTIONE DI MARKETING

2

kamut

Kamut non è il nome di un tipo di cereale, ma è un marchio registrato di qualità, di proprietà dell’azienda americana fondata nel Montana da Bob Quinn, dottore in patologia vegetale e agricoltore biologico. Il nome generico di grano in questione, appartenente allo stesso gruppo genetico del frumento duro, è invece “Khorasan”, dal nome della regione iraniana dove fu descritto per la prima volta nel 1921, e dove viene coltivato tutt’ora.

Il marchio registrato significa che solo l’azienda proprietaria del marchio può usare la denominazione Kamut, mentre il Khorasan può essere coltivato liberamente da chiunque e dovunque. Il frumento prodotto e venduto con il marchio Kamut è coltivato negli Stati Uniti (Montana) e nel Canada (Alberta e Saskatchewan), in Italia è importato solo da aziende autorizzate e può essere macinato solo da mulini autorizzati. Tutti i prodotti che portano il marchio sono preparati e venduti sotto licenza della K.Int e sotto il controllo della Kamut Enterprises of Europe.

Alla base del successo del Kamut c’è sicuramente un marketing molto efficace. Innanzitutto la leggenda sul suo ritrovamento nella tomba egizia è molto suggestiva, ma, appunto, è solo una leggenda. Al Kamut sono state attribuite inoltre delle qualità nutrizionali eccezionali ed una presunta compatibilità per gli intolleranti al glutine.

La coltivazione biologica permette sicuramente di classificare il Kamut come salutare e le sue proprietà nutrizionali sono buone, in più è ottimo per la pastificazione. Come ogni frumento che non è stato sottoposto a procedimenti di miglioramento genetico o ad una pressione selettiva troppo spinta, è più facilmente digeribile dalle persone che soffrono di lievi allergie e intolleranze, comunque non riconducibili alla celiachia – non è adatto ai celiaci in quanto contenente il glutine.

Tutto questo non giustifica però la scelta di Kamut a discapito di altri tipi di grano. Non possiamo ignorare il fatto che Kamut viene coltivato e venduto in regime di monopolio, ha un costo eccessivo e una pesante impronta ecologica. Ed è, tra l’altro, un tipo di frumento che abbiamo anche in Italia.

Prima di tutto, è discutibile il monopolio commerciale imposto dalla K.Int. su un frumento tradizionale che, come tale, dovrebbe invece essere patrimonio di tutti, e più di chiunque altro delle comunità che nel tempo lo hanno conservato e tramandato;

Il prodotto finito, inoltre, ha un costo eccessivo: dall’80 al 200% in più di una pasta di comune grano duro biologico. Costo poco giustificabile a parità di valori qualitativi e nutrizionali; dovuto al regime di monopolio, ai costi di trasporto, ai diritti di uso ed ai costi di marketing, ma dovuto anche agli effetti di un mercato dell’eccellenza che trasforma il cibo in oggetto di lusso, di gratificazione e di distinzione, e che specula sul desiderio di rassicurazione e sul bisogno di salute; (www.disinformazione.it)

Viene anche a mancare la compatibilità la filosofia della decrescita e attenzione al consumo locale, a “chilometro 0”: l’impronta ecologica, legata allo spostamento di un prodotto coltivato dall’altra parte del mondo, che arriva sulle nostre tavole attraverso una filiera molto lunga, è molto pesante.

Invece di cadere nella trappola di un marketing sofisticato e della moda salutista ingannevole, sarebbe opportuno cercare di valorizzare la produzione di cereali antichi sul territorio italiano, varietà siciliana di grano duro, il grano duro Senatore Cappelli, ritenuto simile al Khorasan e coltivato nell’entroterra di Puglia e Basilicata, e il grano Verna, una varietà di grano adatta ad essere coltivata ad altitudini superiori alla norma, tipica del casentino.

Inoltre i consumatori italiani dovrebbero essere a conoscenza del fatto che una varietà di grano Khorasan, non registrata con il marchio Kamut, ovvero il grano Saragolla, viene coltivata anche in alcune regioni italiane come Abruzzo, Basilicata e Campania. Si tratta di una tipologia di grano coltivata su territorio italiano, che non richiede dunque di essere trasportata per migliaia di chilometri per arrivare sulle nostre tavole.

Per non parlare del nostro buon vecchio farro, con ottime proprietà nutrizionali e adatto per molteplici preparazioni.

MINIMALOGICO IN MOVIMENTO – PROSPETTIVA PERSONALE


scarpeC’è una forza motrice più forte del vapore, dell’elettricità e dell’energia atomica: la volontà.
(Albert Einstein)

 

 

È un mondo estremamente competitivo, in cui bisogna “vincere”, arrivare per primi e più in alto per non essere considerati dei “perdenti”. È un mondo di “prime donne”, di “vincitori e vinti”. È un mondo dell’’immagine, delle “belle figure”, ossessionato dai risultati e dal successo misurato in termini di fasullo ed effimero splendore. È un mondo che parla ancora del fair play e dell’importanza di partecipare, però si fa affascinare da personaggi come Mario Balotelli.

Perché ci soffermiamo sulla competizione e non ci ricordiamo più della condivisione? Condivisione dell’impegno, delle gioie e delle fatiche, della vittoria e della sconfitta. Nella condivisione non hai tutto il peso sulle tue spalle, viene appunto CONDVISO, spartito.

Io non ho potuto vivere a fondo l’esperienza della condivisione nello sport. Qualcuno mi ha detto che non ce la potevo fare e io ci ho creduto. Per troppo tempo.

Ma adesso so che il mio corpo non è un’entità separata da me. I suoi limiti devono essere rispettati, ma anche superati. E il mio corpo insieme alla mia volontà ha cominciato a fare “miracoli”.

Già. Perché io corro. Ho iniziato più di un anno fa con la camminata veloce. Ma ad un certo punto non mi bastava più. Incoraggiata delle esperienze altrui ho trasformato il passo in quello della corsa. Non è veloce, ma non importa. Mi permette comunque di sentire i muscoli, prendere coscienza del mio corpo e aprirmi ad una nuova esperienza.

Non è facile ritrovarsi senza difese in un mondo narcisistico. Sentirsi continuamente travolti dalle emozioni, dai tormenti. Miei e altrui. Quasi senza pelle. Ma io non ho paura, perché so che la fragilità è la parte migliore di me.

La vita è piena di fatiche spesso inutili, di aspettative mal riposte e di risposte mai arrivate. Si convive quindi con i dubbi, con le delusioni e le frustrazioni. Spesso salgono il nervosismo e la rabbia, difficili da gestire. E io a volte mi alzo la mattina appesantita dai pensieri, dalle cose da dire, cose da fare. Poi mi infilo le scarpe e parto. Corro seguendo il ritmo del mio corpo, superando la fatica e senza mollare mai. Torno, e dopo un po’ di stretching e la doccia mi sento talmente rilassata che mi addormento sul divano. Mi sveglio leggera: all’improvviso svaniscono i pensieri, le cose da dire, le cose da fare. Come per magia torno a dare il giusto peso alle cose e mi ridimensiono.

Non sono mai stata vanitosa, ma devo ammettere che vedere il proprio corpo, quasi doppiamente maggiorenne e provato da due gravidanze, trasformarsi grazie all’attività fisica, è piuttosto gratificante. Ma l’aspetto più importante è quello che adesso so di potercela fare e recupero quello che fin’ora ho perso.

Ho iniziato da poco, ma so già che non mollerò. Non sono ancora nella dimensione della condivisione, ma in quella della “sfida Kate contro Kate”, ma già inizio a pensare al passo successivo, e…, chissà…, perché no?

CONTINUA…

 

 

LEGGI ANCHE: MINIMALOGICO IN MOVIMENTO