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KM ZERO – Sì, MA CON ATTENZIONE


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Perché mi inquieto ogni volta che vado a fare la spesa? Non solo perché la mia spesa continua a essere insostenibile per colpa delle mie mancanze e disattenzioni, ma anche perché mi sento presa in giro. Cosa hanno di “verde” le confezioni (di plastica) di pomodori a gennaio?

Eppure noi ai pomodori a gennaio non ci vogliamo proprio rinunciare.

In economia il “chilometro zero” (“chilometro utile”, “km zero” o “km 0”) è un tipo di commercio nel quale i prodotti vengono venduti nella zona di produzione. È quindi una politica economica che predilige l’alimento locale garantito nella sua genuinità, in contrapposizione all’alimento globale spesso di origine non adeguatamente certificata, e che permette di risparmiare nel processo di trasporto del prodotto, anche nei termini dell’inquinamento. Questo tipo di commercio è spesso legato anche all’assenza di OGM (organismi geneticamente modificati).

Ma “km zero” non è solo un concetto di economia sostenibile, è soprattutto un movimento culturale: un pensiero che serve per non dimenticare i prodotti “della nostra terra” e per ricordare che il cibo non è solo quello che troviamo confezionato nei supermercati.

Ovviamente ormai tutto diventa un business, quindi anche qua c’è chi se ne approfitta. Non esistono ancora dei controlli consoni, quindi si può trovare un venditore a km zero con banane e ananas nel suo assortimento.

Invece l’idea base è semplicissima e chiara: devi produrre e commercializzare nella stagione giusta e solo quello che è legato al territorio.

Un pomodoro maturato a gennaio potrà essere geograficamente a chilometro zero, ma resta una scelta assurda: come puoi risparmiare CO2 sui chilometri senza tenere conto del gasolio bruciato nelle serre?

Attenzione però: secondo uno studio fatto dalla Lincoln University, percorrendo 10km di strada in auto per comprare solo un chilogrammo di verdura generi più CO2 che facendola arrivare direttamente dal Kenya. Il dato non sembra preciso, rende comunque idea dell’assurdità della situazione. In ogni caso la conclusione è quella che il “Km zero” non può essere l’unica misura dell’impatto ambientale totale.

Ci sono poi diversi dati sconcertanti: l’Italia dipende dall’estero per il 70% del grano tenero, per il 40% di quello duro, per il 25% del mais, per il 90% della soia e per il 50% della carne.

Cosa possiamo fare dunque in questa situazione che ha dell’assurdo?

Cominciamo dalle nostre abitudini quotidiane. Senza cadere negli eccessi e senza rinunciare per forza al caffè, al cacao, al tè o alle banane. Ma facendo attenzione alla stagionalità dei prodotti, alla zona di produzione e al tipo di agricoltura.

Le regole da seguire per il vero “km 0” sono poche e semplici:

  • Rispettare la stagionalità delle colture;
  • Rispettare la tipicità delle colture (i prodotti non tipici di una zona in genere richiedono più risorse, naturali e chimiche, per la coltivazione);
  • Ridurre al minimio gli spostamenti con mezzi inquinanti verso i produttori;
  • Evitare pesticidi e coltivazioni in serra.

Usando il buon senso civico ed ecologico faremo senz’altro le scelte giuste.

 

 

Ved. Pomodori a gennaio e insalata di serra: anche il Km 0 può far male all’ambiente, Jenner Meletti, La Repubblica, 16 gennaio 2015 (Anno 40, Nr 13)

CARTA – ISTRUZIONI D’USO

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In Italia si consumano circa 12 milioni di tonnellate di carta, “a testa” in media quasi 202 chili all’anno. La gran parte di carta va subito nei rifiuti, in quanto costituita da imballaggi inutili, oppure nelle fogne, nel caso di carta igienica. Carta casa e carta igienica, che ovviamente non possono essere riciclate, sono responsabili di quasi il 10 per cento del consumo complessivo di carta in Europa, e il loro consumo è in aumento.

Per produrre carta c’è bisogno di una quantità enorme di energia sia sotto forma elettrica sia di calore ottenuto da vapore. I dati del 2007 parlano di 8,5kWh, equivalente del fabbisogno energetico medio annuo di un milione di persone.

La carta è un materiale igroscopico, costituito da materie prime fibrose prevalentemente vegetali, unite per feltrazione (fenomeno che consiste nella salda unione reciproca delle fibre cellulosiche da una sospensione) ed essiccate. Inoltre spesso va “arricchita” da collanti, cariche minerali, coloranti e altri additivi.

Cellulosa ed emicellulosa costituiscono le fibre del legno. Penso che ci siamo già capiti. Oltre all’impiego di energia esiste un altro problema importante legato alla carta: la deforestazione.

Secondo un rapporto della FAO, nell’ultimo decennio, il ritmo della deforestazione ha rallentato rispetto agli anni novanta, ma procede ancora ad un ritmo troppo veloce per essere sostenibile. Tra il 2000 ed il 2010 la perdita netta di foreste è stata di 5,2 milioni di ettari all’anno. Le zone più colpite sono il Sud America e l’Africa orientale e meridionale.

Come ben sappiamo, ma purtroppo troppo spesso ignoriamo, le piante aiutano a mantenere stabile la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera (attraverso la fotosintesi clorofilliana). Il diboscamento fa si che il rilascio dell’ossigeno diminuisce e aumenti la CO2 nell’atmosfera. Ciò influisce sui fenomeni come l’effetto serra ed il riscaldamento globale. Inoltre, la deforestazione fa perdere la biodiversità, provoca la desertificazione nei territori secchi, frane e smottamenti in quelli collinari e piovosi. A questo si aggiunge l’inquinamento degli ecosistemi acquatici (a causa del dilavamento delle acque) e anche la sottrazione di risorse alle popolazioni indigene.

Di fronte ai fenomeni elencati sopra, la perdita dei valori estetici sembra marginale, ma in fondo non lo è: le foreste sono oggetto di bellezza estetica, naturalistica e culturale, della quale abbiamo un forte bisogno, quasi come dell’ossigeno.

A questo punto dovrebbe essere chiaro che dobbiamo assolutamente ridurre il consumo di carta. Come possiamo fare?

Il primo passo potrebbe essere costituito dall’utilizzo di carta riciclata, facilmente reperibile nelle cartolerie e nei supermercati. Possiamo anche frequentare più spesso la biblioteca e acquistare libri usati.

Inoltre, possiamo cominciare eliminando la posta indesiderata. Disdiciamo gli abbonamento a riviste che non leggiamo, facciamo un abbonamento on-line ove possibile, diamo indietro carte fedeltà dei negozi che non frequentiamo. È possibile anche eliminare le bollette cartacee facendo i pagamenti on-line e quelli con domiciliazione bancaria e richiedendo le conferme e i riepiloghi on-line.

Sarebbe utile anche ridurre le stampe che facciamo. Chiediamoci sempre se è indispensabile avere la versione stampata di un documento o altro testo.

Un’altra buona pratica è costituita dal riciclo dei sacchetti della spesa: quelli in carta sono di solito robusti e possono essere utilizzati più volte. E soprattutto, evitiamo gli imballaggi inutili: quante volte vi siete chiesti in farmacia se quel farmaco doveva essere avvolto nella carta o messo in un sacchettino?

E infine tocchiamo il tasto più dolente: limitare l’uso di carta casa e carta igienica. È veramente necessario asciugare tutto con carta casa? Vi lascerò riflettere in intimità sulle quantità di carta igienica necessarie e… non finirò mai di elogiare il livello di civiltà dei paesi che utilizzano il bidet!