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AGRICOLTURA BIOLOGICA – Tornare indietro per andare avanti


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In questi giorni il video girato da due olandesi di Houten ha fatto il giro del web. Nel video mostrano come hanno inscenato una contraffazione alimentare alla fiera del cibo: hanno acquistato al McDonald’s i tipici prodotti di questa marca e li hanno presentati come alternativa biologica al fast food. Gli esperti del settore hanno reagito con grande entusiasmo e con piena approvazione.

Stiamo parlando di uno dei tentativi di salvare il salvabile: l’agricoltura biologica. A livello linguistico ci troviamo di fronte ad un termine improprio, in quanto nell’attività agricola abbiamo sempre e comunque a che fare con un processo di natura biologica: l’agricoltura è sempre biologica, quindi sarebbe meglio parlare, come avviene in altre lingue, di “agricoltura organica” oppure “ecologica”.

Siamo andati così avanti nel “progresso” e nella produttività, che per cercare di mangiare un po’ più sano c’è bisogno sia di una “filosofia” che delle normative specifiche. Già, quello che dovrebbe essere più naturale, cioè coltivare la terra e nutrirsi dei suoi frutti, deve essere ripensato e regolamentato.

Pensate in che mondo assurdo viviamo se l’agricoltura biologica viene spesso definita un “diverso modo di coltivare le piante e allevare gli animali”, mentre per agricoltura convenzionale passa quella che nella coltivazione ricorre all’uso dei pesticidi e altri agenti chimici, e nell’allevamento non ha alcun rispetto per gli animali.

L’agricoltura biologica ha come obiettivo non solo offrire prodotti privi di residui di concimi e fitofarmaci, ma anche limitare in genere l’impatto negativo sull’ambiente (a livello di inquinamento del terreno, dell’acqua e dell’aria). In questo approccio viene considerato l’intero ecosistema agricolo e promossa la biodiversità dell’ambiente. Gli interventi sono limitati e si sfrutta la naturale fertilità del suolo, escludendo l’utilizzo di prodotti di sintesi e di organismi geneticamente modificati (OGM).

Nelle coltivazioni vengono dunque eliminate le sostanze chimiche di sintesi quali concimi, diserbanti, anticrittogamici, insetticidi e pesticidi in genere. Si ricorre all’utilizzo dei fertilizzanti naturali e sovesci. Per la difesa delle colture si interviene con sostanze naturali vegetali, animali o minerali (esiste un elenco europeo delle sostanze concesse). Viene comunque privilegiata la prevenzione, selezionando specie resistenti alle malattie e applicando le tecniche di coltivazione come la rotazione delle colture.

Nell’allevamento viene posta tanta l’attenzione al benessere e tipo di nutrizione degli animali. L’allevamento degli animali è strettamente legato alla terra e vengono alimentati con prodotti vegetali (biologici). Devono avere sufficiente spazio e modo di esprimere il loro comportamento naturale e venire trattati senza brutalità. Si allevano preferibilmente razze autoctone, ben adattate alle condizioni ambientali locali e resistenti alle malattie.

È vietato somministrare stimolatori di crescita o dell’appetito sintetici, conservanti e coloranti, urea, sottoprodotti animali ai ruminanti e agli erbivori monogastrici, fatta eccezione per il latte e i prodotti lattiero-caseari, escrementi o altri rifiuti animali, alimenti sottoposti a trattamenti con solventi o addizionati di agenti chimici in genere, organismi geneticamente modificati, vitamine sintetiche.

Queste scelte rendono l’attività agricola biologica meno produttiva, per alcune specie particolarmente difficile. Le difficoltà che si riscontrano eliminando le forme intensive di coltivazione e l’allevamento, giustificano in parte l’elevato prezzo dei prodotti biologici.

Ma non vi sembra che tutto questo dovrebbe essere la normalità, la rutine dell’agricoltura? Invece è scomparso con lo sviluppo della moderna agricoltura industriale. E quindi ci troviamo di fronte a un fenomeno “contro corrente” che necessita di normative specifiche, soprattutto per proteggere i consumatori che decidono di acquistare dei prodotti meno contaminati e ottenuti con più rispetto per l’ambiente. C’è, ovviamente, anche in questo ambito, chi se ne approfitta. Attenzione quindi al greenwashing – come minimo ricordiamoci di controllare se, dietro a un nome che fa pensare al bio e dietro a una confezione verde, ci sono le certificazioni richieste. Come dimostra lo “scherzo” dei due goliardici olandesi, è facile farsi ingannare!

 

 

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Siamo un po’ impacciati, io e i miei cuccioli. La bimba sbriciola i muffin al cioccolato e pere ovunque, il bimbo rovescia una cassa di giuggiole (già, giuggiole!) e tutti intorno a noi si movimentano per raccoglierle, mentre Giorgio, con quell’espressione difficile da decifrare ma che mi fa sorridere, mi conforta dicendo che era già successo altre volte. E cosa dire di me, che invece di passare il numerino, tendo l’altra mano, della serie “sono le 17.30 e non so più distinguere la destra dalla sinistra”. Renato, per tirarmi fuori dall’imbarazzo, tende la mano destra e mi si presenta.

Ho inseguito Patrizia con il suo Salviamocilapelle e ho scoperto un bel posto, pieno di bella gente. È al MercolBio che posso trovare gli ortaggi e la frutta di stagione, freschi e a kilometri zero, molto diversi dai prodotti dei supermercati imballati fino all’inverosimile ed eccessivamente cari.

Il MercolBio è un mercatino dei prodotti biologici. Come indicato dal nome, si svolge tutti i mercoledì pomeriggio (dalle 16.30 alle 19.30) presso il centro sociale “La Stalla” in via Serraglio 20 a Imola. Il MercolBio propone una vasta gamma di prodotti biologici offerti da produttori e artigiani locali: frutta, verdura, formaggi, carne, miele, farina, vino, pane, olio, pasta. C’è anche Salviamocilapelle con i prodotti bio per la pulizia e l’igiene. Qua potete trovare l’elenco dei produttori.

MercolBio nasce da una proposta del Gruppo d’acquisto solidale (Gas) di Imola (attivo dal settembre del 2002) e costituisce una realtà locale sempre più importante, vista la crescente affluenza dei clienti.

Non è facile, oggi giorno, acquistare e consumare prodotti sani e a basso impatto ambientale, in più ottenuti senza sfruttamento dei lavoratori. Le iniziative come i GAS lo rendono possibile.

I fornitori dei GAS, e dunque anche quelli presenti al MercolBio devono avere le seguenti caratteristiche:

  • I prodotti devono essere biologici e/o ecocompatibili e/o equo e solidali;
  • I produttori devono essere locali;
  • I produttori devono essere prioritariamente associazioni o cooperative sociali oppure,
    come seconda scelta, cooperative o imprese di singoli che rispettino criteri di partecipazione, democrazia, trasparenza, rispetto dei lavoratori;
  • Il fornitore deve essere produttore / trasformatore e non solo commerciante (tranne per il caso dei prodotti del commercio equo e solidale), e deve essere data priorità a quei produttori che hanno più difficile accesso al mercato;
  • Gli imballaggi dei prodotti devono garantire il minimo impatto ambientale.

L’esperienza dei GAS permette dunque il consumo critico e la costruzione di una rete di solidarietà che coinvolge non solo i membri del gruppo, ma anche i produttori e si estende al rispetto dell’ambiente, dei lavoratori e dei popoli tradizionalmente vittime dello sfruttamento.

Un esempio di economia solidale, in quanto è un sistema di relazioni economiche e sociali che pone l’uomo e l’ambiente al centro, cercando di coniugare sviluppo con equità, occupazione con solidarietà e risparmio con qualità. Un sistema in cui la relazione è al primo posto rispetto al profitto, dove all’individualismo si contrappone un approccio basato sulla gratuità, sulla condivisione, in rete. (definizione del CRESER – Coordinamento Regionale per l’Economia Solidale Emilia-Romagna).

 

 

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DECRESCERE FELICEMENTE? A MELPIGNANO SI PUO’!


Decrescere: è un’opzione possibile? Forse quello di “decrescita” è un termine poco “azzeccato”? Magari di quelli che istintivamente ti portano a dire che “sei contrario” oppure che “no, non è possibile!” Decrescere? Perché? E come? Tutto cresce, si sviluppa, la biologia di cui siamo parte ce lo insegna da quando siamo al mondo. Il nostro organismo “naturalmente” cresce nel tempo se ben nutrito e sostenuto con attività fisica. Tuttavia, questa crescita ha un suo limite, e lo trova nella morte. Ad un certo punto il sistema non cresce più e muore. Perché? Perché non continua a crescere all’infinito? Perché siamo tutti sistemi “finiti”, cioè la biologia disegna sistemi che hanno nel confine temporale il loro limite più importante, dopodiché si smette di crescere e ci si spegne. Il disegno è perfetto. La natura conosce le sue regole e le applica a tutti i suoi “derivati”, noi inclusi.

Se oggi siamo qui, io a scrivere e voi a leggere è perché qualcuno che ci ha preceduto ci ha lasciato un posto in questo mega sistema che è la nostra Terra, liberando così spazio e quindi risorse utili per far crescere altri sistemi biologici. Tutto chiaro, no? Lo sappiamo da tempo immemore che il tutto funziona in questo modo.

E invece no: ci siamo inventati questa storia del PIL infinito per il nostro sistema di civiltà (o meglio, cerchiamo di far passare questa palla a chi ha smesso di osservare, pensare e interrogarsi). Crescita continua del PIL: è per questo che ci scanniamo e danniamo ogni giorno, tutti impegnati a produrre e consumare. Ad un certo punto, però qualcuno si è anche preso la briga di avvertirci: guardate la Terra è un “sistemino” finito, non potete continuare a fare finta di nulla, consumando e consumando e consumando.

Le risorse stanno per finire, incluso il tempo che non si rigenera. Ma noi, niente da fare, continuiamo a voler crescere. Ma poi crescere in cosa e in che modo? Fondamentalmente con un grosso aumento della produzione delle merci e cioè del loro consumo.  Siamo tutti affamati anche quelli che hanno appena finito di banchettare (ora si chiama shopping). Ma questa fame da dove viene? Questo buco nello stomaco (e nella mente che poi prende allo stomaco), cosa lo genera? Un buco nero che dietologi e nutrizionisti non riescono a tappare, e invece  sempre più spesso finisce per essere oggetto di studio di psicologi, psichiatri e psi-vattelapesca. Una fame che ha origine da un bisogno più profondo, fatto di inquietudini, ansie, paure, aggrovigliate e stratificate a malapena individuate e malamente sotterrate sotto strati di strisciate di carte di credito e scontrini da shopping.

Cosa c’è in fondo a quel buco nero? Che sia un antico, ingenuo, tenero e annoso bisogno di felicità? E sì, andiamo sul poetico. Ma per questo non bastavano i soldi in banca, un bel po’ di ricchezze materiali e la possibilità di soddisfare tutti gli appetiti semplicemente comprando ciò di cui abbiamo bisogno? In fondo seguiamo i nostri istinti. Eh no! I nostri istinti ci ingannano, ci mettono alla prova, e noi ci lasciamo abbindolare perché dialogare con essi è molto, molto difficile. Ecco perché finiamo in analisi. Serve un traduttore, là, stesi sul lettino con qualcuno che ci prede per mano e ci fa infilare in quel grande buco nero che abbiamo dentro per esplorarlo con consapevolezza, coscienza profonda, senza paura. E così si scopre che qualche errore l’abbiamo fatto. Mentre la nostra mente, il nostro animo ci chiedevamo delle soluzioni su un livello “differente”, noi abbiamo continuato a riproporre soluzioni inutili, fatta di cose, di materia che ci spingono a isolarci e vivere per noi stessi, mentre ciò che cercavamo era spirito ed anima, relazione e socialità.

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Qui, nella comunità di Melpignano (LE) a cui appartengo, a pochi chilometro da Capo Leuca, la nostra Finibus Terrae d’Italia, in questo Sud che chiede uno sviluppo e una ricchezza chesembra sempre a portata di mano, ma a molti sembra sempre di non riuscire ad afferrare, ci siamo posti delle domande: Essere felici è un sogno riservato a pochi fortunati oppure è una opportunità concreta per tutti? La felicità è sempre e solo denaro, salute, amore e fortuna? Qual è la formula della felicità? 

10717451_10152800265799294_649033616_nNel tentativo di trovare delle risposte plausibili, ci siamo appassionati ad un progetto concepito da BAI (l’Associazione dei Borghi Autentici d’Italia, di cui il nostro Sindaco Ivan Stomeo è attualmente Presidente) che non a caso di chiama “Borghi della Felicità”.
Borghi della Felicità è il nome di un progetto di cittadinanza attiva il cui obiettivo è aumentare il benessere complessivo della comunità mediante azioni sostenibili sul piano ambientale, sociale ed economico. Il progetto invita tutti i cittadini del borgo di Melpignano a confrontarsi collegialmente per definire insieme un nuovo modello di qualità della vita, nella convinzione che il livello di benessere e quindi di “felicità” di una collettività e delle sue persone sia legato non solo alla disponibilità e al consumo di beni e servizi , ma anche e soprattutto alla qualità delle relazioni sociali, alla partecipazione, alla conoscenza diffusa, alla preservazione e valorizzazione dell’ambiente e delle sue risorse, all’uso sapiente delle tecnologie.

Il “borgo felice” è quindi la comunità che responsabilmente si attiva e partecipa alla progettazione del proprio futuro, sforzandosi di renderlo sostenibile per sé e le generazioni future, secondo parametri che  fattivamente valorizzano i bisogni e le aspirazioni di benessere della persona e della collettività.

Come si progetta un Borgo Felice? Il progetto Borghi della Felicità ha coinvolto tra il 2013 e il 2014 le comunità di Melpignano (LE) e Saluzzo (CN) attraverso laboratori partecipati tematici, aperti a tutti i cittadini e le loro organizzazioni. Nei laboratori i cittadini, guidati da un facilitatore, i cittadini si sono incontrati, confrontati e partecipato fattivamente allo sviluppo della propria comunità. Obiettivo finale di ogni laboratorio era di generare concretamente uno o più piani di progetto utili allo sviluppo del benessere della Comunità, da consegnare alle rispettive amministrazioni comunali per sollecitarne una possibile realizzazione.

I Laboratori hanno focalizzato la loro attività sui seguenti temi:

  • Coesione e vita di comunità;
  • Paesaggio urbano ed extraurbano;
  • Cultura e identità;
  • Città intelligenti (Smart Cities);
  • Economia dell’esperienza e ospitalità;
  • Saper fare (impresa) e auto imprenditorialità.

In particolare, il lavoro svolto all’interno del progetto “Borghi della Felicità” ha consentito ai partecipanti di:

-          di esprimere le loro percezioni in ordine ai fatti della comunità locale e le loro gerarchie di valori rispetto alle politiche locali, proponendo idee progettuali;

-          di fare scaturire proposte strategiche condivise di miglioramento improntato su valori quali la coesione sociale, lo sviluppo sostenibile e la tensione verso la costruzione di una diffusa relazionalità;

-          di individuare “Progetti Integrati di Comunità” e le loro prime declinazioni operative in “progetti pioniere” da realizzare,  per testare questa nuova modalità di progettazione partecipata del presente e del futuro della vita della città.

Per proseguire e stabilizzare il metodo partecipativo sperimentato nel progetto “Borghi della Felicità”, sempre attraverso una iniziativa ideata e sponsorizzata da BAI, a partire da giugno 2014 i Comuni di Melpignano e Saluzzo hanno istituito  la “Comunità di Cambiamento”, un nuovo spazio istituzionale autogestito, aperto a tutti i cittadini, con l’obiettivo di continuare a progettare e costruire insieme un più alto livello di benessere per la comunità e il suo territorio. A tal fine, la Comunità di Cambiamento si propone come un luogo vero e riconoscibile per valorizzare l’impegno, le capacità e le intelligenze dei soggetti che vi prenderanno parte. Inoltre, mediante un processo di progettazione e attuazione partecipata la Comunità di Cambiamento affiancherà l’Amministrazione Comunale nella costruzione e concreta esecuzione del suo Piano Generale di Sviluppo Quinquennale.

Tutti i cittadini sono stati invitati a partecipare e proporre, incontrare e ascoltare, discutere ed elaborare, per meglio comprendere il presente e collettivamente ridisegnare il futuro, con l’idea di un agire comune verso un fine comune: lo sviluppo sostenibile e il benessere diffuso di tutti i cittadini.

Nello specifico il progetto della Comunità di Cambiamento di Melpignano si propone di generare processi partecipativi “dal basso” finalizzati a:

  • allargare la platea delle persone che vogliono influenzare attivamente e in prima persona (quindi senza intermediazione) la  governance della loro comunità e del loro territorio
  • generare in modo collaborativo azioni ad impatto sociale basate sul rispetto dei criteri di sostenibilità per la vita della comunità
  • supportare e accompagnare a livello locale l’azione di amministratori e portatori di interesse istituzionali per rafforzare i meccanismi di trasparenza e di partecipazione attorno alla programmazione e all’impiego delle risorse
  • coinvolgere portatori di interesse e leader di opinione locali nei processi di pianificazione strategica per contribuire al ricambio e miglioramento della classe dirigente locale

Forte di tale impostazione e visione, il progetto della Comunità di Cambiamento di Melpignano ambisce alla dimensione di “laboratorio collettivo e permanente del cambiamento” e, in tal senso agisce validamente agire in sinergia con l’azione del progetto “Lecce2019 -  Capitale Europea della Cultura”. In particolare, nell’ambito delle “otto utopie per Lecce2019”, la CDC è espressione locale di “DEMOCRAtopia”, cioè di quel modello per la partecipazione democratica, l’amministrazione e la governance che valorizza l’esperienza e il sapere collettivo dei cittadini di una comunità e pone il cittadino al centro dello sviluppo, rispettandone i bisogni e i sogni.

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L’ECOLOGIA DEL SILENZIO


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Tutti abbiamo bisogno del silenzio. Invece continuiamo a sprecare questo bene prezioso. Come sprechiamo l’acqua e le altre risorse della terra. Forse anche il linguaggio rischia di esaurirsi con il nostro “bla-bla” quotidiano. Ma come si fa a dare un peso alle parole avendo perso la consapevolezza del silenzio?

Ormai siamo abituati allo spreco e abbiamo perso l’abitudine del silenzio. Mettiamo le cuffie, alziamo il volume della radio ignorando il rischio di spaccarci i timpani. L’inquinamento acustico è un fedele compagno dell’inquinamento dell’aria. I rumori molesti dall’esterno ci violentano non solo le orecchie, ma anche l’anima. Le auto, i treni, gli aerei. I bambini con i loro giocattoli rumorosi per farsi ascoltare pensano di dover urlare. Ci ritroviamo saturi e con i nervi a fior di pelle. E ci mettiamo a urlare pure noi.

Chi è cresciuto a pane ed esistenzialismo sa che ogni silenzio, come ogni parola, ha conseguenze. E non per forza devastanti. Ma le viviamo come tali. Ogni persona è un silenzio, dice José Saramago. Ma noi pensiamo di esistere solo facendo e ricevendo il rumore. Tutto e subito. Servono le risposte immediate, perché non siamo più capaci a leggere i silenzi. Non sopportiamo i silenzi altrui, perché in essi ci sentiamo sparire.

Il silenzio ci uccide, ma senza il silenzio non si vive. Come uscire da questo paradosso? Io non ho la risposta, ma intanto come il “bandolero stanco” mi chiedo dov’è silenzio, dov’è silenzio, dove e vado alla ricerca nella natura. E a volte mi trovo in uno “stato di grazia” descritto nel sito Selvatici: Mi è capitato dentro a boschi dell’Appennino ligure e toscano, piccole valli alpine, torrenti infrascati … è capitato di camminare tra i rumori, i colori e gli odori di un bosco, di quelli fitti e selvaggi dove la presenza umana da tempo non lascia le sue tracce … camminare e a un tratto accorgersi che i rumori sono cessati, l’aria è immobile e persino il tempo sembra sospeso … in questo silenzio quasi irreale persino i miei passi leggeri e attenti sono fuori posto, superflui. Mi siedo con la schiena appoggiata ad un albero, ficco le mani nel tappeto di foglie fino a ficcarle nella terra umida e scura … anche la mente si svuota, il respiro rallenta … mi sento come una parte di quel luogo per un tempo indefinito e indefinibile.

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VITE (STRA)ORDINARIE


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Non è possibile dire tutto quello che accende
Tutte le deboli e forti simmetrie
Che lasciano nell’anima le poesie
E quella parte di noi che l’infinito nasconde
Che ci modifica e vuole verità
E sa comunicare quello che sarà
Se guardi dentro puoi vederlo già

Noi donne raccontandoci reciprocamente scopriamo di condividere diverse sensazioni e pensieri. Nonostante differenza di età, provenienza, titolo di studio, professione o altre caratteristiche superficiali, a tante di noi accomuna una strana inquietudine.

E non parlo di donne che corrono dietro l’apparenza, che vogliono piacere a tutti i costi, ma di donne consapevoli, belle nella loro imperfezione. Che non hanno bisogno di accessori firmati e di un corpo perfetto scolpito in palestra e “aggiustato” con le “magie” della chirurgia plastica o qualche iniezione “miracolosa”.
Forse proprio da lì nasce quel senso di inadeguatezza? Quella sensazione di non appartenere del tutto a questo mondo, a questo modo di vivere. Un forte desiderio di vedere, sentire, provare qualcosa di diverso.

E l’occasione di vivere fantasie
E di nascondere piccole malinconie
Ma la paura e la noia ritorna piano
La solitudine porta così lontano.

Racchiuse nei nostri ruoli sociali di madre, figlia, compagna, moglie, amante, amica, lavoratrice dipendente o libera professionista, ma anche sorella, nuora o suocera, diventiamo bravissime a interpretarli. Instancabili organizzatrici della quotidianità, eroiche mediatrici tra il possibile e l’impossibile, tra tutti gli attori presenti sulla scena, equilibriste temerarie. Sempre alla ricerca di nuovi equilibri, per definizione precari.

Ma al di fuori da questi ruoli… smettiamo di esistere?

E non si tratta nemmeno della voglia di “fare bella figura”. Tante di noi non hanno paura di mostrarsi per quello che sono, nel bene e nel male. Il problema è che desideriamo non solo essere guardate, ma essere viste. Ma chi riesce a cogliere la nostra essenza? Forse neppure noi stesse.

Tante di noi hanno un compagno meraviglioso, dei figli impegnativissimi sì, ma stupendi, e poi l’appoggio dei genitori, della rete sociale, tanto amore, vita sociale piena e diverse soddisfazioni. La vita che desideravamo, insomma. Ma tutto si perde nella dimensione del “troppo e non abbastanza”.

È normale dover fare la spesa, pulire, lavare, stirare, cucinare. I figli si ammalano, il marito torna tardi dal lavoro, i nonni sono assenti o troppo presenti. Ci si mette in conto anche le esigenze del lavoro, i cambiamenti, i problemi. Tutto così ordinario, ma sembra a volte una missione impossibile.

E quel dolcissimo male ci accarezzerà
Ma non avremo parole per dire dov’ è
E l’abitudine porta così lontano

E poi ci sono anche le notti in bianco. F. si sveglia per allattare il cucciolo di pochi mesi, E. non riesce a dormire pensando alla salute della mamma, F. non dorme componendo nella mente la lettera al nuovo capo al quale vuole raccontare di sé. R. è in ansia per la tesi da scrivere. E poi c’è il marito che russa, la pipi che scappa, il bambino che tossisce. Infine arrivano i desideri e le aspettative che nel silenzio della notte si scontrano tra di loro. E la consapevolezza di non poter avere “la botte piena e la moglie ubriaca” non basta: continuiamo a volere le cose che non possono coesistere, come il bisogno della stabilità di una famiglia e la voglia di liberarsi dai legami. In ogni caso tanti sono i desideri, i sogni, tanti ancora i progetti. Tanta è la voglia di trovare la propria dimensione.

Tenere il cuore lontano dalla nostalgia
E questa voglia di caldo che arriva piano
E questa sete di vita che prende la mano

Spesso ci alziamo già stanche e dobbiamo affrontare la giornata con la stanchezza addosso che ci fa sembrare ogni cosa una montagna da scalare. Ci facciamo accompagnare dalla stanchezza e continuiamo a cercare di soddisfare tutte le richieste. Perché dare ci piace tanto, è gratificante. Però rischiamo di trovarci prive di risorse, svuotate, esaurite. Ma è la società a chiederci troppo o siamo noi a chiedere troppo a noi stesse e agli altri? Può aiutare l’accettazione del fatto che non tutto dipende da noi, che non possiamo controllare tutto?

Tante sono le domande, poche le risposte.

E non passa la voglia di stare da sole, di ascoltarci, di sentire la saudade, la nostalgia di quello che non c’è e non ci sarà. Qualsiasi cosa sia.

Ascolta l’infinito

 

 

Cito la canzone cantata da Fiorella Mannoia L’infinito di Enrico Ruggeri e Piero Fabrizi

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