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FRAMMENTI DI POSSIBILITA’: Budget di salute in riabilitazione


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Non si può mai distaccare la propria intenzionalità e la propria passione dalla trasformazione concreta di quel pezzo di mondo che ci è dato da trasformare. (Angelo Righetti)

 

 

Nel video “Impazzire si può” Angelo Righetti parla dei budget di cura in salute mentale come via di uscita dalla nuova forma di istituzionalizzazione basata sull’idea che ogni cosa si può comprare e vendere, compresa la vita delle persone, le loro aspettative, le loro speranze.

L’ideologia del consumo, la società del consumo ha già fatto i danni che doveva fare. Si reggono sostanzialmente sulla costruzione degli individui come tali, come soli. Il miglior consumatore è un consumatore che non ha bene relazionale da investire. Cede all’ideologia dell’autonomia, dell’individualismo sfrenato.

Occorre rimettere in discussione nella cultura dominante il concetto di individuo singolo, desocializzato, egoista, che è l’eroe della modernità liberista e ripartire da un recupero e una rivalorizzazione della persona, della famiglia, della comunità.

Bisogna diminuire l’iperconsumo che ha avvelenato noi e il mondo. La via delle banche, della finanza, dei soldi, degli appalti, del potere non è quella giusta. Oggi dobbiamo fare per forza quello che ieri volevamo fare per amore. Si può continuare a farlo per amore, che è più produttivo e felice.

Ci siamo svegliati, adesso bisogna ricominciare. Le persone con disabilità hanno avuto poco accesso al consumismo e sono diventate la nostra riserva di umanità. Ci stanno indicando l’unica strada buona perché sono rimasti emarginati. Hanno conservato gli antichissimi valori di umanità, sono il nostro tesoro. Nei budget di salute si parte da loro.

I progetti cogestiti volti alla ricostruzione dei diritti concreti delle persone tradizionalmente escluse mettono insieme il pubblico (ASL), il privato (le cooperative sociali) e il paziente. La centralità della persona deve orientare il progetto individuale e le risorse verso alcuni obiettivi di carattere generale, valutabili come aree di carenza su cui investire.

Budget di salute prevede risorse economiche, professionali e umane e dà la possibilità di formazione, vita culturale e sociale, di avere una casa, un reddito, e un’affettività.

Budget di salute innesca un ciclo virtuoso all’interno della società costruendo capitale sociale. Si parte dalla persona con disabilità e insieme a lei si costruisce un’impresa che è valida per la sua famiglia, per tutti coloro che vogliono organizzare il lavoro.

Secondo Righetti solo l’economia sociale reggerà all’urto spaventoso della finanza globale che rende i territori espropriati di ogni potere. Noi un potere ce l’abbiamo, quello di tirarci su le maniche, di cambiare i sistemi, di modificare, di rovesciare questo sistema largamente lesivo dei diritti delle persone più deboli e di utilizzare tutti i denari che utilizziamo per opprimere, controllare, “assistere” a vita queste persone, per investire sulla comunità civile, sull’impresa, sulla possibilità di trasformare il territorio, di fare autocostruzioni, di fare fattorie sociali auto produttive, di fare housing insieme agli altri.

Modello di welfare da difendere è quello famigliare e di comunità, che attinge dalle risorse di tutti per costruire un percorso di capacitazione delle persone, un welfare che includa i giovani, la loro operosità, i loro sogni e i loro desideri. Un welfare che si metta come obiettivo fondamentale quello di custodire, di coltivare l’ambiente, di non accettare nessun livello di degrado e di fare di questa cosa impresa, frammento di possibilità per le altre persone.

Noi abbiamo scelto da che parte stare. Noi stiamo con le persone che hanno disabilità e con loro lavoriamo per potere essere contenti e felici, dice Righetti. Ma, in pratica, di cosa si tratta, in cosa consiste questo lavoro? Come si traducono questi concetti nella fatica e nella gioia quotidiana di un educatore che lavora in una cooperativa sociale?

C’è chi vede la bellezza nelle vetrine scintillanti, nei posti e negli oggetti “di lusso”, nei personaggi costruiti della tv e nei corpi scolpiti “alla perfezione”. C’è chi la vede nell’umanità per quello che è, nell’uomo triste e sofferente, nei suoi limiti, nelle sue insicurezze, nel dolore e nella malattia. È lì che nasce quello che chiamo la “meraviglia nonostante tutto”, che sceglie percorsi non scontati e non facili.

Per me la meraviglia è la faccia sorridente di D. affacciato dalla finestra del condominio al limite dello squallore che ci augura buon lavoro e ci fa notare quanto bello è il tramonto. Sono D. e S. che si tengono per mano, si guardano negli occhi e sognano di avere un bambino. Un sogno tanto assurdo quanto meraviglioso! È T. con probabilmente solo pochi mesi davanti a sé, che continua a preoccuparsi per noi e ci offre un tè o un’arancia quando ci vede stanchi, vestiti troppo leggeri o dimagriti. Ed è M. che ci fa sentire tutti belli. È M., che si è alzata dalla sedia a rotelle (nella quale era finita dopo il secondo tentato suicidio), che esce col moroso, che canta e che ha tanti sogni da ragazzina. È D. che ci accompagna con lo sguardo per assicurarsi che raggiungiamo la macchina sani e salvi. È S. con le sue mollette colorate e gli outfit improbabili. È A. che commenta: “Qua non è cosa” (e come non dargli ragione?!). È il silenzio ritrovato con B. in biblioteca. È la sete di vita di L. uscito da casa dopo sette anni di chiusura. Sono le vacanze sarde di MC. Sono le passeggiate intorno al canile con PP e il cane preso in adozione a distanza. I pocket coffee offerti da G. È M. che ci sorride nonostante la sua angoscia, A. che si fa convincere ad uscire senza la mamma. È S. che dopo avermi urlato addosso e insultato, si calma e dice: “So che daresti la vita per me, e io la darei per te.” Mi viene da pensare al delirio di un pazzo e da riportarlo alla realtà, ma mi fermo e rifletto sul senso profondo di queste parole. E custodisco il messaggio di affetto e di riconoscimento.

C’è dunque la parte della riflessione e della progettazione e poi c’è la quotidianità vissuta con professionalità, ma anche tanto “di pancia”. Perché lavoriamo per le persone, con le persone, e diventa impossibile fermarsi al livello formale e/o superficiale delle cose e delle situazioni. Con il tempo diventa tutto personale, intimo.

Non è facile mediare con il contesto sociale, a volte poco aperto con un costante impegno contro lo stigma, le etichette, persino contro le diagnosi. È un intreccio di sistemi e di equilibri precari. Ci troviamo a dover negoziare continuamente con gli altri e con noi stessi, cercando di capire fin dove può arrivare il compromesso, quale limite non possiamo e/o non vogliamo oltrepassare. Tanti sono i dubbi, tante le perplessità. Come guidare gli altri in una realtà dove spesso noi in primis ci perdiamo? Come spiegare il labirinto delle istituzioni e delle regole che spesso non condividiamo? Infinite sono le risorse delle “persone con disabilità” : spesso sono loro a indicarci la strada.

Tante volte è una corsa contro il tempo. Da una casa all’altra, da un “utente” all’altro, cercando di soddisfare le esigenze di tutti e di aiutare a risolvere piccoli o grandi problemi quotidiani. È un po’ come avere tanti figli. Li accompagni in varie situazioni della vita, nella gestione della propria salute e della propria casa, della propria quotidianità. E sogni di vederli autonomi, sereni e felici.

È il nostro lavoro, non una forma di volontariato, questione di scelta (più o meno) consapevole. Non c’è possibilità di arricchirsi o di “fare carriera”, il “successo” non viene misurato nei termini economici ne di status sociale. E comunque è un dare e un avere. Insieme costruiamo dei percorsi: percorriamo insieme un pezzetto di strada e insieme cresciamo. E a volte siamo anche vicini di quartiere, frequentiamo gli stessi luoghi, le stesse persone. Insieme costruiamo il nostro contesto sociale.

Impariamo a non dare nulla per scontato. In fondo è un sollievo sapere che si può anche essere tristi durante il proprio compleanno o non voler festeggiare l’ultimo dell’anno con fuochi d’artificio e bollicine.

Dichiariamo guerra al proprio ego e cerchiamo di smussare gli angoli. E magari lavando i piedi altrui ci sentiamo in pace con noi stessi. È bello sentirsi liberi di cantare anche se siamo stonati come delle campane e persino nelle lingue che non conosciamo.

Le persone che accompagniamo nei loro percorsi ci insegnano a parlare tenendo conto di chi abbiamo di fronte, percependo e restituendoci ogni emozione, ogni sentimento. Ad un certo punto ci riconosciamo nelle fragilità, nelle imperfezioni altrui, notiamo la nostra umana bellezza, così imperfetta, così autentica. I nostri frammenti di realtà, di possibilità e di umanità.

Per amore, solo per amore
Dei miei gesti, delle mie parole
(Per amore mio (ultimi giorni di sancho p.)
, Roberto Vecchioni)

 

 

Angelo Righetti: è medico specializzato in psichiatria, neurologia, epidemiologia e farmacologia. È stato fra i principali collaboratori di Franco Basaglia. Attualmente riveste la carica di Responsabile di salute mentale della Conferenza Permanente Partenariato Euromediterraneo ed esperto del Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’ONU.

Per approfondire: A. Righetti, I Budget di Salute e il Welfare di Comunità. Metodi e pratiche di costruzione.

 

L’INQUIETUDINE DEI (MODERNI) MODI DI COMUNICARE – CONFESSIONE


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Confesso. È capitato anche a me. Ho preso in mano uno smartphone è mi si è aperto un mondo. Solo che non ho saputo limitarmi, ho perso il controllo e da questo mondo sono stata risucchiata.

Il telefono “ultratecnologico” consente l’accesso a Internet con la marea di informazioni di ogni tipo, con il frastuono di immagini e suoni. Sempre, in qualsiasi situazione della vita. Sì, anche al bagno.

Presa da una smania incontrollabile di guardare e farmi guardare, condividere sempre di più, fino a renderlo banale, sono diventata la caricatura di me stessa. Basta un click per fare la foto, un click per condividerla. Più condividi e più notifiche ti arrivano. Allora stai sempre di più con il telefono in mano. Tra i toc toc dei messaggi, i commenti su Facebook, le considerazioni su WhatsApp… Mi sentivo al centro, non so bene di che cosa, ma al centro. Con il gruppo su WhatsApp non staccavo più dal lavoro. Una stimolazione continua che mi ha portato a perdere il sonno, l’appetito, che mi ha fatto diventare distratta, nervosa e irascibile. Certo, in mezzo ci sono diverse situazioni personali e professionali, ma il fatto sta che nel giro di pochi mesi ho perso la serenità conquistata negli anni.

Sono arrivata a farmi dire da mia figlia: Mamma, stai sempre con il naso nel tuo cellulare! E invece di fermarmi, mi sono solo irritata con lei. E mi ricorderò per sempre le parole di mia madre che mi hanno scosso (e poi nemmeno lì sul momento, solo diverse ore dopo!): Ti sto dicendo che A. ha le metastasi ovunque e tu, che fai? Guardi Facebook, rispondi ai messaggi su WhatsApp? Già. E non la guardavo nemmeno in faccia. Non c’ero. Ne per A., ne per mamma, ne per me.

Parlo tanto di consapevolezza, ma adesso mi è chiaro che la consapevolezza a volte non basta per evitare lo schianto. Non basta quando in un momento della tua vita diventi una di quelle persone che non si fermano finché non vedono il fondo della bottiglia, continuano ad alzare il volume fino a spaccarsi i timpani, sbattono la testa contro il muro finché non vedono il sangue. Va be’, credo di aver reso l’idea.

Dopo essermi resa conto di aver toccato il fondo, ho chiesto aiuto e ho subito seguito il consiglio: staccati dallo smartphone. Ho rimesso la carta sim nel vecchio telefono, molto poco tecnologico. Subito, perché bastava un attimo di esitazione per farmi ricadere “nelle braccia del diavolo”. Non ho avvisato nessuno, nemmeno la mamma; solo dopo un po’ ho “rilasciato un comunicato” su Facebook.

Per il mio bimbo era il primo giorno della scuola dell’infanzia. E io, persa nel mio mondo virtuale avevo sottovalutato alcuni aspetti, non ho preso in considerazione il peso che potesse avere per lui questo cambiamento. Ma se non altro, sono stata presente durante l’inserimento. Con il cellulare che mi comunicava “Solo chiamate d’emergenza” – già, così “tecnologica”, non riuscivo a inserire la sim correttamente!

Poco dopo sono arrivate le prime reazioni. Kate non puoi fare così – mi scrive Roberta dopo aver letto la news su Facebook– io con chi condivido pensieri e parole?? Poi mi chiede dell’inserimento e racconta i suoi programmi per la giornata. Anche se era tra le persone con cui interagivo di più su WhatsApp, non lo ha vissuto come un affronto personale. Ha capito – senza tante spiegazioni – e rispettato la mia scelta. E a breve faremo una passeggiata per condividere pensieri e parole.

Ho iniziato a uscire dal labirinto della vita virtuale godendomi il pomeriggio al parco, con i miei figli, senza il telefono in mano e vivendo appieno l’entusiasmo di mio figlio: Che bello questo laghetto, ci sono le papele anche lì!!!. Ho sentito un gran senso di leggerezza mentre il mio piccolo cantava Volale, cantale, oooooo… dipinto di blu!

In tutto questo ho una grande fortuna: la pazienza, la comprensione e il sostegno delle persone più importanti. Proprio quelle che ho privato della mia presenza.

Non so quando riaccenderò quel “diavolo” di telefono. Ancora mi sento troppo fragile. Non so nemmeno se riuscirò ad evitare la ricaduta, da drogata da manuale. Ho solo la certezza di avere una gran voglia di ritornare a riconoscermi nelle facce altrui.

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