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MINIMALOGICO IN MOVIMENTO


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I motivi per praticare l’attività sportiva sono tanti: aumenta le difese immunitarie, riduce il rischio delle malattie cardiache, fa dimagrire, aiuta a prevenire il diabete, aiuta a scaricare la tensione, a vedersi e sentirsi belli, dona quindi un senso di benessere.

Ma nella visione minimalogica siamo ben lontani dal mondo delle palestre, dei fuseau elasticizzati, delle tute rigorosamente firmate e degli anabolizzanti. Lontani dall’ossessiva ricerca di “un corpo perfetto” per assecondare l’imperativo bisogno di “fare bella figura”. Perché volersi bene è anche cercare un giusto equilibrio nelle attività alle quali ci dedichiamo.

È bello muoversi sia in compagnia, condividendo fatica e piacere, sia da soli, allontanandosi dagli altri per ascoltarsi. Come faccio di solito camminando. Cerco di cogliere tutte le sensazioni, viverle, ma anche interpretarle, riflettere sul loro senso. Questo mi aiuta a scegliere la direzione. Come durante la passeggiata, così nella vita:

Cammino. Insistendo nelle salite per sentire ogni singolo muscolo e elogiando i piedi (grazie, Erri, per l’incessante brivido delle tue parole!). Tolgo le cuffie. “Il silenzio fa rumore dentro di me”. Le parole sono ancora quelle altrui e il silenzio e’ quello delle colline intorno a me, ma intanto prendo la direzione della quiete e comincio a cercare le mie parole. Importante e’ il cammino, non la meta. Allora cammino. Senza negare nessun passo, anche quello apparentemente “falso”. Negare una parte di me sarebbe controproducente e pericoloso.

Una volta superata la visione dualistica della scissione corpo-anima, ci rendiamo presto conto che prendersi cura del corpo è prendersi cura di noi. Significa dedicare il tempo a noi stessi, aprire un’ulteriore possibilità alla conoscenza. Partendo dalla domanda sulle motivazioni che ci spingono al movimento.

Anche qui le parole chiavi rimangono le stesse: rispetto e consapevolezza. Consapevolezza del proprio corpo e rispetto dei suoi limiti. Conoscere i propri limiti consente a volte di osare, insistere per superarli, ma anche di rispettarli, non andare oltre. E, come nella vita, trovare il proprio ritmo. Cambiarlo, adeguarlo a seconda delle circostanze e possibilità.

Angelo, che nella corsa ha trovato la propria dimensione, ne parla così:

Anche stamattina ho avuto l’ulteriore riprova che la corsa è innanzitutto una disciplina mentale quasi come la meditazione. Il rapporto con se stessi rivede il concetto di relazione con il “fuori da sé”. La centralità del sé restituisce la responsabilità delle proprie azioni e rivisita ogni “tentativo proiettivo”. 10 km di assoluto piacere. Perché la dicotomia “capacità di soffrire – capacità di provare piacere” trova anche nella corsa la sua veridicità.

Libertà non è quindi solo quella sensazione del vento in faccia che spettina i capelli, ma soprattutto il senso della responsabilità. Ogni passo che facciamo, ogni scelta quindi, ha le sue conseguenze. Quanto è impegnativo, faticoso, ma… quanto è bello! Come la piacevole sensazione del dolore muscolare dopo l’attività fisica.

LEGGI ANCHE: MINIMALOGICO IN MOVIMENTO: PROSPETTIVA PERSONALE

ELOGIO DELLA DIVERSITA’


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(…) se la biodiversità è necessaria alla vita della terra, la diversità culturale è indispensabile alla salute psichica dell’uomo. (Tiziano Terzani)

 

 

Mi sono chiesta come mai chi ha un particolare interesse per la tutela dell’ambiente rimane spesso affascinato dall’orientale, dall’etnico, nel senso proveniente da un’altra cultura. Ci può essere una componente di protesta verso il conosciuto, il quotidiano occidentale, ma mi piace leggere la questione soprattutto nei termini della diversità.

La diversità culturale è necessaria all’umanità quanto la biodiversità lo è per la natura. Non è solo una grande intuizione di Terzani, è quello che recita l’articolo 1 della Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale (UNESCO, 2001).

La biodiversità, cioè la varietà della vita, con le diverse specie, habitat, ecosistemi e le risorse genetiche è indispensabile per la sopravivenza dell’uomo, che oltre ad essere un fruitore di essa, è una parte integrante dell’ecosistema, ma anche sua parte determinante: è capace di influenzarlo in maniera profonda (nel bene e nel male).

La biodiversità influisce sulla produzione dell’uomo – senza di essa sarebbe impossibile avere delle produzioni con delle caratteristiche specifiche, ad esempio diversi tipi di vino, di formaggio (il sapore particolare di alcuni formaggi si ottiene grazie alla specificità genetica dei microorganismi), l’impasto lievitato (quindi il pane o la pizza) con sapore differente a seconda del luogo. E poi anche i diversi tipi di legno e di fibre tessili. La biodiversità influenza quindi anche la diversità culturale, ovvero la varietà dei valori derivanti dai diversi usi della biodiversità e riferibili alla cultura materiale dei popoli.

Le scelte politiche (“antropocentriche”) dell’Occidente degli ultimi decenni indirizzate verso il miglioramento della qualità di vita hanno portato la progressiva distruzione e il degrado ambientale. La tutela della biodiversità non può più essere vista come un “capriccio” ambientalista, ma è diventata un imperativo. Diventa improbabile ignorare ad esempio i cambiamenti climatici dovuti al fatto che l’equilibrio dinamico della biosfera è stato fortemente compromesso. Il cambiamento climatico a sua volta ha l’effetto negativo sulla biodiversità.

In natura gli organismi riescono a sopravvivere grazie a una rete di complesse relazioni. Mentre la presenza di una ricca varietà di specie in un ambiente aumenta la sua resilienza, ovvero la capacità di tornare “a posto” dopo aver subito uno stress, la presenza di diversi saperi, conoscenze, abitudini culturali aumenta la ricchezza della esistenza dell’uomo.

La diversità culturale (…) è una delle radici dello sviluppo, inteso non semplicemente in termini di crescita economica, ma anche come mezzo per raggiungere un’esistenza più soddisfacente dal punto di vista intellettuale, emotivo, morale e spirituale. (Art. 3 Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale UNESCO).

Nell’Occidente l’esotico si manifesta più che altro nella scelta delle mete per vacanze, quella degli arredamenti, vestiario o accessori, e anche nella, piuttosto superficiale, ricerca spirituale. Corsi di meditazione, yoga, bagni di gong etc. trapiantati nella realtà occidentale e condotti da maestri e “guru” occidentalissimi sono sempre più popolari, ma molto lontani dal loro senso originale.

Mentre nell’Occidente la scelta dell’esotico è più che altro questione di moda, nelle altre parti del mondo si cerca di adottare il modo occidentale di vivere, dimenticandosi che le soluzioni globali non possono risolvere problemi locali e rischiando di far perdere la propria identità a diversi popoli. Ancora diversi nei colori e nei tratti somatici diventiamo spaventosamente standardizzati nelle preferenze e negli scopi, nello stile di vita, e quindi, nel modo di fare e di pensare.

Quanto, in fondo, accettiamo la diversità anche, e soprattutto, nel quotidiano?

Se partiamo dal presupposto che gli altri non sono nati per soddisfare i nostri bisogni e noi, a nostra volta, per rispondere alle aspettative altrui, magari riusciamo a rendere le nostre relazioni più autentiche, ricche e profonde. Definendole e ridefinendo a seconda di quello che decidiamo sia giusto per noi.

E non parlo di “tolleranza”, che per me è un concetto sbagliato. Perché non si tratta di tollerare – atteggiamento che presuppone una certa “superiorità”, non lascia spazio alla curiosità, all’ascolto e mette le distanze – ma di cercare di comprendere e accettare la diversità e di incontrarsi nonostante e grazie ad essa. Cercando di essere, se non altro, consapevoli che reagiamo alla base del vissuto, del conosciuto, dei nostri pregiudizi e cliché.

La nostra vita quotidiana è piena di piccole luci che impediscono di vederne una più grande. Il campo della nostra mente si è ristretto in maniera impressionante. Come si è ristretta la nostra libertà. Quello che facciamo è soprattutto reagire. Reagiamo a quello che ci capita, reagiamo a quello che leggiamo, che vediamo alla TV, a quello che ci viene detto. Reagiamo secondo modelli culturali e sociali prestabiliti. E sempre di più reagiamo automaticamente. Non abbiamo il tempo di fare altro. C’è una strada già tracciata. Procediamo per quella. (Tiziano Terzani)

Cito Tiziano Terzani da Un altro giro di giostra,TEA, 2004.

COLTIVARE POMODORI SUL TERRAZZO – SI PUO’!


Che bello poter mangiare gli ortaggi freschi dal proprio orto! Ma come fare se si abita al quinto piano di un condominio? Quest’anno abbiamo deciso di “esagerare” e di seminare, oltre alle solite piantine aromatiche, anche dei pomodori. L’esperimento riuscito!

Li abbiamo seminati in un vaso di terracotta, divertendoci insieme ai bimbi. In pochissimo tempo sono cresciute le piantine.
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Abbiamo assicurato loro l’appoggio con le canne di bambù.
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Che gioia vederle crescere, fare i fiori e poi… notare i primi pomodorini!
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E poi bastava l’aspettare il tempo della raccolta. Buoni!!!
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LA SCOPERTA DELLA COPPETTA MESTRUALE


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Mio marito la chiama “il Santo Graal”. Probabilmente ha bisogno di collocare in qualche modo questo oggetto sconosciuto, “esorcizzarlo”, addomesticarlo. Come la maggior parte delle persone che ne sentono parlare per la prima volta: quanta diffidenza, quante smorfie, versi, proteste! Per fortuna però sempre più donne la provano e poi se ne innamorano! Ma di cosa stiamo parlando? In realtà di una cosa “profana”: la coppetta mestruale.

È estremamente minimalogica! Consente di eliminare i prodotti usa e getta inquinanti. Può durare fino a 10 anni. Costa circa 20 euro, quindi già dopo circa 4 mesi si ammortizza la spesa.

Esiste di varie marche, dimensioni e spessore. Io ho scelto quella “made in Italy”. Fatta in morbido silicone medicinale platinico non provoca né allergie né irritazioni. Raccoglie il sangue mestruale all’interno del corpo, quindi è igienica e permette inoltre di eliminare il cattivo odore, la scomodità degli assorbenti esterni e i problemi provocati da quelli interni. Non servono nemmeno i proteggi slip, perché, se inserita bene, non perde nemmeno una goccia.

Alle donne che hanno una certa confidenza con il proprio corpo basta di solito un solo ciclo per imparare ad usarla. Va inserita meno in profondità rispetto all’assorbente interno e aderisce alle pareti della vagina. Va tolta ogni 4-8 ore, alla base dell’intensità del flusso, risciacquata (c’è chi usa del sapone neutro, ma basta l’acqua corrente – abbiamo a che fare con un ambiente non esattamente sterile!) e reinserita. Al primo utilizzo e a fine ciclo basta sterilizzarla facendola bollire in acqua per circa 5-10 minuti. Aspetta il prossimo ciclo riposta nel suo sacchettino in cotone.

Per scoprire qualche curiosità leggete qua e provatela, ne vale veramente la pena! Per l’ambiente, per la vostra comodità e salute, e last but not least, per il vostro portafogli!