Monthly Archives: June 2014

L’INQUIETUDINE DEI (MODERNI) MODI DI COMUNICARE


IMG_6544_2-5

Quanta nostalgia pensando all’amico d’infanzia che per vedermi scavalcava il recinto del giardino e bussava alla finestra della mia stanza! Adesso, non ricordandomi il suo cognome, non so come rintracciarlo. Peccato, lo potrei trovare su un social network, una “rete sociale” salutare e curiosare nella sua vita.

I social network danno la possibilità non solo di sbirciare le vite altrui, ma di essere guardati, con la speranza di essere visti, di essere ascoltati. C’è chi li usa quasi come un diario “segreto”, chi come una vetrina pubblicitaria, ma alla base c’è comunque il bisogno di comunicare.

Già le impostazioni della privacy dei social network dicono tanto su di noi, cosa vogliamo far sapere a chi (c’è da chiedersi anche: perché?). Da chi vogliamo essere visti e sentiti? Da una persona specifica? Da un gruppo di persone? Un po’ da “tutti e da nessuno”?

E quando ci dedichiamo di più all’uso di internet: quando siamo meno impegnati e più rilassati o al contrario, quando diventiamo più irrequieti?

Lo smartphone, svolgendo molteplici funzioni, ci accompagna in quasi tutti i momenti della giornata. Essendo così smart, astuto e intelligente, finisce per creare una vera e propria dipendenza. Non dall’oggetto di per sé, ma da quello che consente e da quello che rappresenta. Qua troverete un interessante articolo sulle funzioni psico-sociali del telefonino e sulla dipendenza che può creare.

Lo smartphone offre diverse possibilità, ci tiene compagnia e ci fa divertire. Ci consente di interagire più spesso con le persone rendendole, se no più vicine, più presenti. Ci consente tante interazioni altrimenti impossibili, grazie all’uso di internet, dei social network e delle molteplici applicazioni permette di rimanere costantemente in contatto con gli amici e di fare nuove conoscenze.

Usando questi nuovi modi di comunicare, non possiamo non porci la domanda sui possibili effetti sugli altri di ciò che inviamo e sull’effetto che produce in noi quello che essi a loro volta ci mostrano. Come, del resto, avviene durante un incontro, in una conversazione faccia a faccia – solo che in quel caso abbiamo di solito un’immediata reazione dell’interlocutore, il suo feedback sia verbale che non verbale.

La comunicazione non verbale, che prevale su quella verbale (anche se inconsciamente, tendiamo a dare più peso ai segnali non verbali che alle parole), facilita l’interpretazione e lascia meno spazio all’inquietudine. Quando viene a mancare, ci possiamo facilmente confondere e non riuscire a dare il giusto peso ai contenuti ai quali ci esponiamo.

E dobbiamo essere anche pronti alle emozioni che ci procureranno alcune “scoperte” – può far male venire a sapere di un avvenimento importante nella vita di una persona per noi significativa, da un post su Facebook, mentre ci aspettavamo, come minimo, una telefonata. Lo stesso per esempio per gli auguri di compleanno: in alcuni casi un post in bacheca ci fa tanto piacere, in altri ferisce. Dipende dal carattere, dall’importanza e dall’intensità della relazione – tante relazioni vengono in questo modo ridefinite.

I social network vanno usati in modo consapevole e responsabile: possiamo benissimo pubblicare le foto dei nostri figli, ma rendendoci conto delle possibili conseguenze e dei rischi.

A volte facciamo fatica a dedicarci a chi abbiamo di fronte: guardando il telefono rischiamo di perdere di vista chi ci sta vicino. La comunicazione mediante i dispositivi tecnologici può essere autentica e soddisfacente, l’importante è che non sostituisca le altre interazioni.

Il segreto sta probabilmente nel riuscire a prendere le distanze da questi moderni modi di comunicare, pur continuando a praticarli. Sfruttare la loro praticità e utilità senza dimenticare che chi ci vuole davvero incontrare non scrive su Facebook, ma è già sotto casa nostra e sta per citofonare.

RADICI DI CONSAPEVOLEZZA: TROVARE IL PROPRIO ALBERO


032digartmaly

Chi si accosta a un albero sa di essere abbracciato dalla sua ombra
(Erri De Luca, E disse)

Dopo due anni di lontananza sto per tornare nella mia terra natale, alle mie radici. Mi sono già stati anticipati i cambiamenti: “Non la riconoscerai…”. Ma quello che mi turba di più non è la trasformazione della città. Ho paura dell’effetto che mi farà tornare nella casa di campagna dove da bambina passavo le estati spensierate e felici, lontano dal frastuono quotidiano della città. Il bosco dietro la casa non esiste più. Anche lì è intervenuto l’uomo, concependo il pianeta come un insieme di risorse a disposizione dello “sviluppo” e giustificando la strage con la necessità. Senza la consapevolezza della finitezza delle risorse naturali e dell’effetto della progressiva distruzione degli ecosistemi.

Noi umani abbiamo strappato le nostre radici di consapevolezza del fatto che siamo interconnessi ad ogni forma di vita, per cui la morte di tutte quelle forme di vita (…) è anche la nostra morte. Non solo dal punto di vista fisico, ma anche psicologico.

Penso che tutti abbiamo visto le immagini degli ambientalisti legati ad un albero in segno di protesta. E magari tanti di noi si ricordano di Julia “Butterfly” Hill, nota perché è rimasta per 738 giorni nella foresta di Headwaters, su Luna, una sequoia a circa 55 metri di altezza per impedirne l’abbattimento da parte della Pacific Lumber Company. Scese solo dopo aver raggiunto l’accordo che metteva in salvo una parte della foresta.

Nell’intervista di Andrea Bizzocchi (“Vivi Consapevole” nr 24 2011) Julia Hill dice: Il paesaggio esterno è uno specchio fedele di quello interno. La devastazione e la distruzione dell’ambiente accadono solo perché c’è qualcosa dentro di noi che non è a posto, che ci fa soffrire. Non lo faremmo se sentissimo una profonda connessione con la Terra e con ogni vivente.

Secondo lei siamo afflitti dalla malattia della separazione, cioè dal modo di vedere le cose divise, prive di armonia tra loro, che è di per sé molto distruttivo, perché ci porta anche alla separazione da noi stessi. “Trovare l’albero della nostra vita” significa per la Hill scoprire il senso, la forza e la passione che ci spinge ad agire, a cambiare le nostre vite – a livello personale, di comunità e globale. Vivere in un certo modo è una scelta da perseguire con costanza, impegno e dedizione. Riportando un modo di dire inglese, Ci sono solo due emozioni nella vita. Una è la paura e l’altra è l’amore, esprime la sua convinzione che vince quella che nutriamo quotidianamente.

Penso agli alberi che c’erano già, come se ci fossero sempre stati, a quelli cresciuti insieme a me e a quelli che crescono insieme ai miei figli. Compagni dei giochi d’infanzia, generosi donatori d’ombra e dell’ossigeno. Simboli della nostalgia del passato e della promessa del futuro.

Non trovando più gli alberi della mia infanzia, riuscirò a ritrovare la gioia genuina di essere in quei luoghi così cari? Vincerà la paura o l’amore?