Monthly Archives: April 2014

BAI JIA BEI: QUANDO LE STORIE BELLE FANNO BENE AL CUORE.

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C’era una volta Lei che non era per niente una principessa, però amava leggere storie bellissime e conoscere le vicende di paesi lontani, di personaggi curiosi, le trame di maghi e streghe e anche le incredibili vicissitudini di principesse, nani, fate, esseri strani intenti nelle loro lotte, conquiste, nei loro misteriosi viaggi di vita.

C’era una volta Lui che non era per niente un principe, ma quando si metteva in sella alla sua bicicletta con quel piglio concentrato e un po’ di fantasia poteva sembrare quasi un cavaliere valoroso, sicuramente fiero e onesto, forte e affascinante.

Insomma c’erano una volta un ragazzo e una ragazza decisamente non nobili di origini, ma principeschi nell’animo.

C’era una volta un Desiderio. Quel Desiderio era un sogno, profondo e ben piantato nei loro cuori, denso di futuro (come sono i semi) e con l’ambizione di salire fino al cielo (come le lanterne volanti che piano piano si alzano verso l’orizzonte).

Quel Desiderio, che era nato nel territorio dell’amore di Lei e di Lui, che insieme avevano scoperto, esplorato, coltivato e innaffiato, era un Desiderio semplice e magnifico insieme: era il Desiderio di avere un bimbo.

Il Desiderio di Lei e di Lui era talmente regale (quello sì!), nobile e prezioso, da avere una corona e un trono in quel bel territorio dove Lei e Lui lo avevano scoperto e coltivato. Si affezionò però così tanto al suo posto speciale da non saper più come (e perché poi?) abbandonarlo. Aveva paura. Se avesse ceduto alla sua realizzazione e si fosse trasformato cosa sarebbe successo? Meglio restare così, fermo immobile nella sua bellezza nobile e stupenda: pensava il Desiderio.

Lei e Lui furono molto accoglienti verso quel Desiderio…del resto lo avevano visto nascere, crescere e lo avevano cullato a lungo. Si fidavano di quel Desiderio e lo lasciarono regnare ancora un po’ tra loro…Anche se cominciavano a chiedersi cosa stesse combinando con quella sua corona…

Il Desiderio, del resto, era così leale a se stesso e a loro (che lo avevano investito di tanta importanza), da voler restare al loro fianco inalterato e, ormai, ingabbiato in se stesso!

Lei e Lui si sentivano però schiacciati adesso. Continuavano a vedere la bellezza di quel loro territorio d’amore, del loro Desiderio…eppure si sentivano un po’ traditi da lui che aveva finito per arrotolarsi su di sè, invece che aprirli alla Vita.

Lei a volte piangeva, un po’ triste.

Lui aspettava, in silenzio.

Fino a quando il tempo dell’attesa paziente e triste finì. Lei e Lui infatti vollero capire meglio cosa stava succedendo e -con fatica ma inesorabile cocciutaggine- cominciarono a smantellare la gabbia in cui si era cacciato il Desiderio, che rimaneva Promessa senza trasformarsi più in niente.

Il Desiderio capì di aver equivocato qualcosa: l’unico modo per rispettare il senso della sua comparsa e del suo ruolo era diventare quel Sogno di cui era seme.

Trasformarsi da seme in germoglio.

Ma trasformarsi è difficile, ci vuole coraggio, bisogna prendersi dei rischi. Lei e Lui capirono che la strada per il Desiderio non era facile, così cominciarono a cercare dei modi per rendere la strada bella e ricca di significato nonostante gli ostacoli e le paure. Cercarono aiuto, anzi, diversi tipi di aiuto per loro e per il loro Desiderio.

Trovarono un giorno una storia. Sembrava una di quelle storie che Lei amava leggere.

 

“Narra la leggenda che l’ultima imperatrice della dinastia Qing, che era l’unica tra le concubine che aveva dato un erede all’imperatore, costretta ad abbandonare il suo bambino, per proteggerlo da ogni insidia pensò di chiedere a cento famiglie tra quelle più in vista dell’Impero di offrire ciascuna un pezzo della seta più bella, con cui confezionò un lungo abito per suo figlio, cosicchè il principino fu simbolicamente rivestito di nobiltà e fortezza e degli auspici dei maggiorenti dell’Impero.
Così in Cina è nata la tradizione del Bai Jia Bei, usanza che perdura tuttora, allo scopo di attirare sul bambino tutte le forze benefiche provenienti dalle persone che gli vogliono bene, in modo che sia protetto per tutta la vita dalle avversità.

Bai = 100 – Jia = Famiglie – Bei = da
Bai Jia Bei = Da cento famiglie.”

Una storia che racconta di doni, di pezzetti di stoffa, di auguri, di protezione, di energie positive, di una corte che partecipa al dolore e alla speranza di una mamma. Lei scoprì che questa usanza si era poi tramandata nel tempo e nel mondo, che si poteva tradurre nella realizzazione di una coperta patchwork fatta delle tante stoffe ricevute durante l’attesa dell’arrivo del bambino.

A Lei e Lui piacque molto questa storia, la lessero e ri-lessero varie volte e decisero di donarla al loro Desiderio. Il Desiderio ascoltò e rimase commosso da quella storia. Così Lei, Lui e il loro Desiderio abbracciarono quella storia e decisero, insieme, di vivere la loro attesa costruendo la loro coperta, la loro Bai Jia Bei.

Il Desiderio trovò così la forza per cominciare la sua trasformazione; invece del trono avrebbe lasciato al suo frutto (il bimbo) un magnifico mantello fatto delle stoffe di tanti amici, amici di una corte non di re e principesse, ma di persone innamorate della Vita!

Lui e Lei non si illusero che fosse un rituale magico, cioè non credettero che certamente il Desiderio si sarebbe trasformato e realizzato, ma pensavano che fosse un po’ “magica” la bellezza che avrebbe portato loro, per l’energia, i colori, la fantasia che li avrebbe investiti e per la partecipazione che li avrebbe accompagnati nella loro attesa, d’ora in avanti ancora più speciale.

Per molti mesi Lei e Lui ricevettero quadrati di stoffe,auguri e biglietti: direttamente da mani amiche, tramite posta, tramite il passaggio di mano in mano…

Chiedere aiuto e cercare, guardar fuori di sè e affidarsi, significa sempre accettare il rischio e l’incertezza di non farcela, di poter sbagliare, di stancarsi di aspettare, di fallire comunque, alla fine.

Lui e Lei impararono a vivere questa dimensione, senza sentirsi soli (quante stoffe stavano arrivando!), ma restando comunque protagonisti di quella loro unica storia.

E impararono così bene a camminare in punta di piedi tra attesa fiduciosa e accettazione del vuoto che…il loro Desiderio trovò il modo, il tempo e lo spazio per tramutarsi in un piccolo esserino speciale, che trovava un’eredità già ricca di voci amiche e colorate: che potenza!

Questa è la coperta che tra pochissimo lo accoglierà, ha preso forma, grazie all’aiuto (un ulteriore aiuto!) che Lei e Lui hanno ricevuto da una futura nonna…del resto solo una nonna poteva cucire i pezzi di questa storia e farli diventare una coperta  con la cura e la saggezza che sa custodire e regalare.

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La nostra coperta, anzi la coperta di tutti coloro che con Lui e Lei hanno partecipato al rituale del Bai Jia Bei, resterà per sempre come segno e testimonianza di una sfida e di un’esperienza speciali, in cui il dolore e la paura di un’attesa difficile e incerta sono diventati i motori per la ricerca di un amore e di una libertà più pieni e più sfaccettati.

Con riconoscenza infinita per la Vita e per l’aiuto che abbiamo trovato lungo la strada…

 

 

 

 

SALVIAMOCILAPELLE: IL PICCOLO GRANDE MONDO DI PATRIZIA

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Perché biologico? Perché è meraviglioso passeggiare in campagna o in un bosco e non sentirsi responsabili di disastri ambientali, ci si sente bene a vestirsi di natura, con filati bio certificati che non sono stati trattati da alcuna sostanza tossica e che sono prodotti nel pieno rispetto di ogni singolo lavoratore, scrive Patrizia nel blog MondoBiologico.

Patrizia è sempre stata orientata verso il naturale, tant’è che si è laureata in scienze naturali, ma si è immersa pienamente in questo mondo solo dopo aver aperto il negozio Salviamocilapelle a Imola. Un mondo fatto di vita in campagna con il marito e due cani, di gruppi di acquisto solidale e di autoproduzione degli alimentari. Ecco come racconta gli inizi: eravamo due soci entrambi informatori medici di un’azienda di prodotti omeopatici che, stufi delle continue pressioni aziendali e della mancanza dei riconoscimenti dovuti, decidiamo di tuffarci in un mondo inesplorato e di nicchia. Sfidiamo la sorte all’inizio della crisi economica lasciando entrambi un contratto a tempo indeterminato per un salto nel buio!

Patrizia definisce Salviamocilapelle un “Piccolo Grande Mondo”, un mondo che racchiude tutto ciò che poniamo in contatto con la pelle: la nostra idea ha funzionato forse proprio perché si rivolge ad una necessità terapeutica oltre che di mercato, necessità che soprattutto ultimamente coglie ancora più sensibilità perché la scelta è stata quella di offrire una vasta gamma di prodotti bio: dalla detergenza per la casa a quella per la persona, biancheria intima uomo donna bambino e bebè in fibre naturali, pannolini lavabili, assorbenti in cotone, coppette mestruali, tra poco anche una linea di abbigliamento. Insomma, offriamo tutto quello che in qualche modo può evitare di creare qualsiasi tipo di allergia, sensibilità o intolleranza.

Non va dimenticato che la nostra pelle è una sorta di spugna – spiega Patrizia – assorbe tutto quello che vi poniamo a contatto, è l’organo più esteso di cui disponiamo e anche la nostra prima barriera verso l’ambiente esterno e necessita, quindi, di tutta la cura e attenzioni possibili! La parola d’ordine è comunque biologico e certificato! Solo questo Mondo con cui convivo da sempre, è in grado di garantirci il benessere e solo le certificazioni possono tutelare me e il consumatore che diventa cliente ma soprattutto amico. Infatti, Patrizia cerca di ricordarsi tutti i clienti, i loro gusti, i particolari bisogni dei loro familiari. Io mi fermavo sempre a parlare con Patrizia e le sua colleghe: ci scambiavamo le nostre “scoperte”: impressioni, consigli e suggerimenti.

Quindi ci sono rimasta malissimo vedendo il negozio di Imola chiuso. Per fortuna questo non significa la fine di Salviamocilapelle! Rimane aperto il negozio a Bologna e l’avventura imolese continua grazie al Mercolbio, il mercatino biologico che si tiene al Centro Sociale “La Stalla” tutti i mercoledì.

Patrizia ne è entusiasta: Si è in contatto con i produttori, quelli veri che la mattina si svegliano alle 4 o alle 5 per raccogliere frutta e verdura, per fare formaggi, farine e pane e che poi nel pomeriggio caricano furgoni e furgoncini e si trasformano in venditori! È fantastico avere un contatto con persone vere, pure, non so come spiegare meglio, ma so che sicuramente sono 5 anni che frequento il mercolbio con il mio banchetto e che proprio mai penso di lasciarlo!

Ed è proprio lì che posso, come gli altri affezionati clienti di Salviamocilapelle, continuare a fare le mie ricariche dei prodotti per l’igiene che uso abitualmente: faccio sapere a Patrizia di cosa ho bisogno entro il mercoledì alle 12, lei mi porta le confezioni piene e io le mie vuote che riempirà per la prossima volta. Comunque le confezioni non si pagano (a meno che uno non prenda un prodotto ex novo) e continuano a circolare, quindi non finiscono nelle discariche. Perché non basta – quelli che di minimalogico se ne intendono, lo sanno bene – scegliere il biologico, bisogna anche porre attenzione a produrre meno rifiuti possibile.

BIRRA CLATERNA: IL SOGNO DI QUATTRO AMICI AL PUB


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Claterna. Rimane ancora tanto da scoprire di questa antica città posta sulla via Emilia fra le colonie romane di Bologna e Imola. È rimasta sepolta e dimenticata quasi intatta sotto i campi a cavallo tra i comuni di Castel San Pietro Terme e Ozzano Dell’Emilia. A scoprirla e rispolverarla sono stati gli archeologi. Ma non solo.

Claterna ha dato nome al marchio di una birra artigianale, proprio per sottolineare il legame con il territorio, dal quale provengono sia i produttori che gli ingredienti.

Abbiamo scelto di creare birre artigianali agricole – racconta Riccardo, uno dei soci – perché vogliamo curare tutti gli aspetti della produzione: dalla coltivazione delle materie prime fino all’imbottigliamento. Il nostro obiettivo è il miglioramento continuo del gusto delle nostre birre. A noi di Birra Claterna piace la buona birra. Creiamo birre che vorremo ordinare noi stessi. Con la birra non si scherza mica!

La missione è dunque quella di offrire un prodotto di qualità, utilizzando gli ingredienti naturali provenienti dal territorio di appartenenza. Una birra non pastorizzata e non filtrata.

Il costo delle birre artigianali è più alto rispetto a quelle industriali. Perché?

Perché sono più curate, più sane, più buone – ci risponde Riccardo – Non usiamo stratagemmi per incrementare la produzione, perché vogliamo bene alle nostre birre.

Tutto è nato in un pub. Davanti ad una birra, rigorosamente artigianale. Dovremmo farla noi, la birra artigianale! – un po’ allegrotti, hanno pensato Ric e Gio. Con un piccolo problema: non avevano la più pallida idea di come si faccia la birra. Hanno dunque chiamato in aiuto Alessio, un ragazzotto coi capelli sparuti ma la testa sulle spalle che se lo senti parlare ti prendi paura e ti fai i conti in tasca, e Pierpi, che faceva il birraio in Finlandia, ma, un po’ stanco del freddo, si è fatto convincere a tornare a casa.

Così il sogno è diventato realtà: A noi emiliano-romagnoli è meglio non sfidarci. Perché se ci dici che non siamo capaci di fare le macchine, facciamo la Ferrari e la Lamborghini. Se ci dici che non siamo capaci di far da mangiare, ti prepariamo le lasagne, i tortellini e il ragù. Se ci dici che il nostro mare fa schifo, ti inventiamo la Riviera Romagnola. Come? Non riusciamo a far la birra? ‘Spetta un attimo, valà. Siamo artigiani, siamo artisti. Anche nel fare la birra.

La prima birra prodotta da Claterna è stata chiamata “Nonno Gualtiero”. È il nome di mio nonno- spiega Riccardo – volevo dedicare a lui la prima birra, perché mi ha insegnato a non arrendermi mai, a credere nelle cose che durano. E poi, mi ha insegnato a bere la buona birra!

Non ci rimane che assaggiarla!

CECILIA E IL SUO DIVANO: L’ESPERIENZA CON COUCHSURFING


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Immaginate la delusione degli utenti del sito www.couchsurfing.org quando hanno appreso la notizia che il fondatore, Casey Fenton, ha deciso di vendere una quota – anche se minoritaria – della società, trasformandola in una benefit corporation. Perché era proprio lo spirito di CouchSurfing a renderla unica. Nata come un’organizzazione non profit, con un programma totalmente gratuito, andava avanti con le donazioni, avendo scelto di non accettare ne le sponsorizzazioni pubblicitarie, ne alcun tipo di guadagno.

L’idea di Fenton, partita dalla sua passione per i viaggi, si basava sul principio di ospitalità e su una condivisione reale. Con lo spirito dei membri che ci trasmette Cecilia:

“E’ arrivato un gigante olandese!”, queste erano le parole di mia madre al telefono quando al cancello si è trovata di fronte l’ospite che proprio in questi giorni ha soggiornato nella mia casa di Imola. Per qualcuno sono una pazza, io invece ci guadagno in esperienza e vita tutte le volte che apro la porta di casa a nuovi ospiti. E quando vedi due settantenni che fanno conversazione con olandesi, statunitensi, sudafricani o islandesi pur non parlando una sola parola di inglese capisci che è di sicuro una bella cosa, perché viene da sé, senza affanno.

Cecilia, che tanti imolesi conoscono per la sua attività nella libreria per ragazzi, vive a Castel del Rio, ma ha una casa anche a Imola e in entrambe mette una stanza a disposizione degli ospiti. La mia esperienza è cominciata per caso – racconta – circa 3 anni fa con l’esperimento Couchsurfing. Lo “scambio di divano” è un modo semplice e gratuito di viaggiare che, se fatto nel modo corretto, arricchisce chi viaggia e chi ospita in egual misura, aprendo gli occhi e la mente verso nuovi luoghi e culture. Fin qui niente di nuovo, si viaggia gratis, zaino e sacco a pelo… facile, roba da giovani!

CouchSurfing rimane comunque tutt’ora un servizio gratuito e il sito web dedicato allo scambio di ospitalità con il maggior numero di utenti attivi. Funziona in modo semplice – basta iscriversi e completare il proprio profilo. Per trovare un alloggio ci sono due possibilità: cercare la località che ci interessa, vedere le schede delle persone che offrono l’ospitalità e contattarle, oppure inserire il proprio itinerario di viaggio e aspettare di essere contattati. In ogni caso non c’è alcun obbligo di ricambiare l’ospitalità. E c’è solo da “guadagnare”, non solo soggiornando gratuitamente in varie località del mondo, ma conoscendo la gente del posto, la vita locale, la lingua e le usanze.

Oltre al CuochSurfing, Cecilia ha scoperto il sito www.airbnb.com che permette – come ci riferisce – di viaggiare in tutto il mondo a prezzi vantaggiosi proponendo la propria casa o parte di essa come alloggio per turisti ed ecco che ho pubblicato l’annuncio. Dal 2011 ho ospitato tantissime persone, da tutto il mondo, in viaggio per piacere, per lavoro, in coppia, con la famiglia, tutte estremamente semplici ed educate, perché scegliere di soggiornare in casa di altri vuol dire entrare silenziosamente in un mondo non tuo, senza pretese, seguendo regole di altri e, con grande meraviglia dell’imolese medio, spesso abitudinario e un po’ banale, tutte speciali e ricche di esperienze e spessore perché viaggiare con airbnb non è banale e quindi non può essere banale chi la sceglie.

Potrebbe essere un’idea per la prossima estate!

SÍ VIAGGIARE – MINIMALOGICO


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Sì viaggiare
evitando le buche più dure,
senza per questo cadere nelle tue paure
gentilmente senza fumo con amore
dolcemente viaggiare
rallentare per poi accelerare
con un ritmo fluente di vita nel cuore
gentilmente senza strappi al motore.
E tornare a viaggiare
e di notte con i fari illuminare
chiaramente la strada per saper dove andare

Con l’arrivo della bella stagione aumenta anche la voglia di viaggiare, alla scoperta dell’Italia o all’avventura nei paesi più o meno lontani. Tenendo prosaicamente conto del budget familiare, magari ridotto.

Ma viaggiare minimalogico non è solo viaggiare in modo poco dispendioso, preferendo soluzioni low cost e poco lussuose. Lontano dalle realtà finte dei villaggi turistici.

A volte penso che la vita sia una citazione di Mogol e Battisti. Bisogna solo fare attenzione ai diritti d’autore.

Il viaggio come metafora della vita. Metafora usata spesso, ma mai banale. Soprattutto se ad usarla sono, appunto, Mogol e Battisti. E che dire di quel gran genio dell’amico che capirebbe molto meglio; meglio certo di buttare, riparare? Qui entriamo nello spirito minimalogico per eccellenza!

Ognuno cerca nel viaggio, come del resto nella vita, qualcosa di diverso. E ci sono quindi diversi modi di viaggiare. Il punto sta nell’esserne consapevoli. Cosa ci spinge verso certe realtà, verso certe esperienze?

Il Vecchio saggio in Un altro giro di giostra di Tiziano Terzani dice: Ciò che è fuori è anche dentro; e ciò che non è dentro non è da nessuna parte. (…) Per questo viaggiare non serve. Se uno non ha niente dentro, non troverà mai niente fuori. È inutile andare a cercare nel mondo quel che non si riesce a trovare dentro di sé.

Intanto consiglio di leggere il libro, invece di fermarsi alle citazioni preconfezionate dei social network. È profondo, affascinante, travolgente. Perché non racconta solo il viaggio tra l’Italia, gli Stati Uniti, l’India, la Thailandia, l’Himalaya e Hong Kong. È un viaggio nel male e nel bene del nostro tempo, dove la ricerca di una cura per il tumore diventa la ricerca di una spiritualità che va oltre la fede e le religioni. Raccontato con l’immancabile ironia e spiccata intelligenza di Terzani.

Viaggiare, dunque, non serve, se non lo facciamo con lo spirito giusto, cioè non mettendo in chiaro le motivazioni che ci spingono a muoverci, ad andare più o meno lontano. È la semplice curiosità o forse l’irrequietezza che ci conduce alla scoperta, all’esplorazione, alla conoscenza? È la voglia di evadere, di scappare dalla quotidianità? Semplicemente il bisogno di svago e di riposo? O quella strana inquietudine, la speranza della diversità, il suggestivo ronzio del nuovo, sconosciuto, irraggiungibile?

Basta esserne consapevoli. Certo è che per alcuni sia impossibile rinunciare al viaggio, come sia impossibile rinunciare alla vita.

Stimo molto chi si prepara scrupolosamente prima di partire: studiando le guide, informandosi, preparando gli itinerari nei minimi dettagli. Io, confesso, mi annoio a morte nei musei, confondo gli stili architettonici, mi scordo immediatamente le date. Però cerco comunque di raccogliere delle informazioni sulla mia destinazione, per poter rispettare la sua particolarità

Ammiro i paesaggi, respiro l’atmosfera, osservo le persone e le loro abitudini, assaggio il cibo locale. Perché i posti, come le persone, vanno vissuti. Bisogna per questo aprirsi al nuovo, al diverso, adattarsi, farsi affascinare. A prescindere dal posto, cerco l’autentico e non l’esotico, e questo fa sì che io non ami particolarmente dei viaggi organizzati, dei pacchetti viaggio confezionati da altri.

L’importante è viaggiare in modo consapevole, responsabile e sostenibile; rispettando i luoghi, la cultura e le persone.

L’Associazione Italiana Turismo Responsabile definisce il turismo responsabile il turismo attuato secondo principi di giustizia sociale ed economica e nel pieno rispetto dell’ambiente e delle culture.

Il turismo responsabile riconosce la centralità della comunità locale ospitante e il suo diritto ad essere protagonista nello sviluppo turistico sostenibile e socialmente responsabile del proprio territorio. Opera favorendo la positiva interazione tra industria del turismo, comunità locali e viaggiatori.

AIRT raggruppa decine di associazioni che promuovono questa modalità di pensare il turismo, organizzando viaggi, corsi di formazione, svolgendo attività di informazione e sensibilizzazione.

Vi propongo la carta per viaggiatori responsabili che mi piace particolarmente:

  • Chiediti perché viaggi.
  • Informati sulla storia e sulla cultura del Paese di destinazione.
  • Fatti spiegare qual è la sua etica.
  • Metti in valigia lo spirito di adattamento.
  • Scegli di conoscere in profondità poche località, non avere fretta.
  • Lascia a casa le certezze.
  • Rispetta le persone, l’ambiente e il patrimonio storico culturale.
  • Non chiedere privilegi o pratiche che causino impatto negativo.
  • Scegli, se possibile, guide locali.
  • Scegli prioritariamente la gastronomia locale e i trasporti pubblici.
  • Se possibile, arrangiati con la lingua locale senza imporre la tua.
  • Non ostentare ricchezza stridente rispetto al tenore di vita locale.
  • Prima di effettuare scatti fotografici o riprese video chiedi il permesso.
  • Non assumere comportamenti offensivi per usi e costumi locali.
  • Non cercare l’esotico, cerca l’autentico.
  • Non accontentarti delle diapositive o del filmino: pensa ai rapporti umani.
  • Coltiva le relazioni allacciate una volta rientrato.
  • Mantieni le promesse fatte in viaggio.

C’è da aggiungere solo: leggi Un altro giro di giostra di Tiziano Terzani, TEA, 2004.