Monthly Archives: March 2014

DECRESCITA: SPEZZARE L’INCENTESIMO DEL PIL

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Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione e della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia e la solidità dei valori familiari. Non tiene conto della giustizia dei nostri tribunali, né dell’equità dei rapporti fra noi. Non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio né la nostra saggezza né la nostra conoscenza né la nostra compassione. Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta. (Robert Kennedy)

 

PIL, non c’è giorno che non ne sentiamo parlare. Si è inserito nella nostra quotidianità e si è impossessato delle nostre menti. Ma cosa si cela dietro questa sigla?

Il prodotto interno lordo (da Wikipedia): è il valore totale dei beni e servizi prodotti in un Paese da parte di operatori economici residenti e non residenti nel corso di un anno, e destinati al consumo dell’acquirente finale, agli investimenti privati e pubblici, alle esportazioni nette.

Il PIL tiene conto solo delle transazioni in denaro, ignorando tutti gli altri tipi di scambio. Inoltre, tratta tutte le transazioni come positive: di conseguenza anche, per esempio, i danni provocati dall’inquinamento, dalla criminalità o dalle catastrofi naturali assumono questa dimensione “positiva” in quanto contribuiscono alla crescita del PIL.

Il PIL espresso in valori pro capite si riferisce a dei valori medi, che come tali sono ingannevoli. In realtà la distribuzione della ricchezza è iniqua: c’è tanta ricchezza concentrata nelle mani di pochi.

Ci sono stati dei tentativi di introdurre degli indicatori alternativi per misurare le “performance economiche ed il progresso sociale”, come “Indicatore del progresso reale”, oppure “Felicità nazionale lorda e indice di sviluppo umano”. Già i loro nomi suonano abbastanza assurdi, in più non escono dal solito paradigma. E poi, dobbiamo proprio quantificare e misurare tutto?

La misurazione del valore non può essere effettuata su una base oggettiva. Cercando di dare sempre un prezzo alle cose, si rischia di perdere il loro senso.

Come si può fare riferimento ad un indicatore che percepisce il benessere solo a livello economico, senza tenere conto delle altre forme di ricchezza pubblica e sociale, come la salute degli ecosistemi, la qualità della giustizia, il grado di uguaglianza, le istituzioni democratiche, il welfare, le relazioni interpersonali? Dove è il vero benessere, la serenità, la felicità…?

Il costante accrescimento del PIL, quindi la crescita economica, non porta a un maggior benessere. Il miglioramento delle condizioni di vita dovrebbe essere ottenuto con il miglioramento dei rapporti sociali, dei servizi, della qualità ambientale, e non con l’aumento del consumo delle merci.

Bisogna rendersi conto che, in quanto indicatore, non è uno strumento neutro, ma ha l’origine in un sistema teorico ben preciso, con tutte le sue implicazioni.

Secondo la teoria neoclassica la crescita economica è fisiologica e regolata dalle leggi del mercato, quindi procede fino al raggiungimento del massimo sviluppo del sistema economico in funzione delle disponibilità di risorse. Ma è davvero quello che stiamo osservando? Non c’è dubbio che la crescita economica non può essere infinita, considerando la non rinnovabilità delle risorse naturali. Ma il limite dov’è, e come si fa a costatare che abbiamo raggiunto “il massimo sviluppo”? E poi, il “massimo sviluppo” in cosa consiste, quali effetti produce?

L’attuale sistema economico dominante con la sua inseparabile obsolenza programmata esige un’incessante incremento della produzione, collegato inevitabilmente al consumo di risorse naturali e alla produzione di rifiuti.

Le implicazioni del modello economico della crescita si osservano a livello sociale e politico sotto forma di capitalismo, a livello culturale come consumismo, e infine a livello ambientale sotto forma di inquinamento, distruzione degli ecosistemi ed eccessivo sfruttamento delle materie prime.

Non si può tornare indietro, ma è possibile mettere in discussione le principali istituzioni socio-economiche e cambiare il paradigma dominante, rendendolo compatibile con la sostenibilità ecologica, la giustizia sociale e l‘autogestione dei territori.

Alla base della civiltà occidentale ci sono non solo dei concetti come l‘aumento dei consumi e la massimizzazione del profitto, ma anche la pretesa universalista di imporre questi valori a tutto il mondo come validi per tutta l’umanità.

Secondo Serge Latouche di fronte ad una globalizzazione che rappresenta il trionfo planetario del tutto-è-mercato, bisogna concepire e promuovere una società nella quale i valori economici smettano di essere centrali (o unici). L’economia deve essere rimessa al suo posto come semplice mezzo della vita umana e non come fine ultimo.

L’alternativa è costituita dall’economia sostanziale che consiste nell’attività in grado di fornire i mezzi materiali per il soddisfacimento dei bisogni delle persone. Le tecnologie efficienti non devono essere finalizzate all’aumento di produzione delle merci, ma devono rispondere a reali bisogni delle persone, essere semplici e a basso costo.

Queste idee si inseriscono nella decrescita – una corrente di pensiero politico, economico e sociale favorevole alla riduzione controllata, selettiva e volontaria della produzione economica e dei consumi, con l’obiettivo di stabilire relazioni di equilibrio ecologico fra l’uomo e la natura, nonché di equità fra gli esseri umani stessi. (da Wikipedia)

A livello individuale sostenere la decrescita significa scegliere stili di vita di semplicità volontaria.

È una corrente che unisce la ricerca teorica alle esperienze concrete e comprende, oltre alla sfera ecologica, politica, sociale e culturale, una serie di “buone pratiche”- delle quali vi abbiamo già paralato o parleremo – come risparmio energetico, agricoltura biologica, permacultura, consumo critico, cohousing, car pooling.

Quindi basta con l’imperativo della crescita, della produzione di ricchezza, della massimizzazione del profitto – per dare spazio alla sostenibilità ambientale e sociale. Decrescita non è però sinonimo di sviluppo sostenibile, in quanto quest’ultimo non mette in discussione il perseguimento della crescita economica.

Incentrata sul senso del limite, sulla sobrietà, sul “programma delle 8 R” (rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare), la decrescita può costituire una risposta a chi non si sente a proprio agio in questa realtà economica e cerca un pensiero e un modo di vivere alternativo. A chi crede che si può, o si deve, spezzare l’incantesimo del PIL.

Erri De Luca (“Casa Naturale”, n 43, Dicembre/Gennaio 2012) sostiene invece che la decrescita non sarà una scelta volontaria, ma una necessità imposta. Sarà un riadattamento, riusciranno meglio quelli che si saranno preparati in tempo. Bisogna fare provviste di umiltà.

Mi piace molto l’idea: fare provviste di umiltà.

Consiglio anche di visitare i sito del Movimento per la Decrescita Felice.

Leggi anche: DECRESCERE FELICEMENTE? A MELPIGNANO SI PUO’!

PLASTICA: RICICLARE NON BASTA


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Il Parlamento Europeo nota che la ripresa economica passa anche dalla tutela dell’ambiente e punta allo sviluppo di un’economia circolare. Dagli eurodeputati parte dunque l’invito al riciclo: si prospetta di ridurre in modo significativo la quantità dei rifiuti di plastica nelle discariche dei paesi membri entro il 2020, creando tra l’altro nuovi posti di lavoro nel settore del riciclaggio.

Anche la Commissione Europea è attualmente impegnata nella revisione della politica sui rifiuti, con la richiesta di rivedere la legislazione comunitaria introducendo l’obbligo di separazione dei rifiuti e la formulazione di regolamenti specifici sui rifiuti di plastica.

Purtroppo riciclare non basta.

L’impatto della plastica sull’ambiente e sulla nostra salute è devastante. La plastica non solo non viene riciclata tutta, ma è riciclabile solo in parte. Ci sono dei tipi di plastica difficili da riciclare, particolarmente inquinanti e tossici. Questo tipo di rifiuti spesso finisce in Asia, dove avviene la segregazione e lo smaltimento in condizioni di lavoro ad alto rischio e con sfruttamento del lavoro minorile.

Se i riciclaggio non è una soluzione, cosa possiamo fare? La soluzione è semplice: bisogna comprare meno. Se non ti serve, non comprarlo.

Il progetto “Porta la Sporta” propone di ridurre l’usa e getta in sette mosse:

  1. Bevendo l’acqua del rubinetto evitiamo di produrre 3,5kg di plastica l’anno pro capite;
  2. Le sporte riutilizzabili permettono di ridurre i rifiuti di plastica di 3kg;
  3. Utilizzando detersivi e detergenti alla spina eliminiamo circa 4kg di plastica;
  4. Bibite fai da te e latte alla spina significano 2kg di plastica in meno;
  5. Evitando l’uso delle stoviglie e bicchieri usa e getta eliminiamo 1kg di plastica;
  6. Usando saponette e detergenti per il corpo sfusi o in ricarica evitiamo 1kg di rifiuti;
  7. E last but not least: un atro po’ di plastica sparisce se ricorriamo agli spazzolini e rasoi con testine intercambiabili.

Porta la Sporta è un progetto di educazione e sensibilizzazione ambientale promosso dall’Associazione Comuni Virtuosi che diffonde un messaggio importante: sono i piccoli gesti compiuti quotidianamente da tanti in individui che possono fare la differenza, trasmettendo nuovi valori, modelli e stili di vita alternativi a quelli consumistici, espressione di ingordigia e causa di sprechi enormi che stanno portando il nostro pianeta al collasso ambientale.

Secondo l’associazione se saremo capaci di uscire dagli schemi attuali rispondendo con grande capacità di adattamento, con nuovi progetti economici e sociali, con nuovi comportamenti consapevoli capaci di dare una possibilità di futuro sulla terra anche alle prossime generazioni, la crisi si rivelerà un’incredibile opportunità di miglioramento.

Un pensiero e un’iniziativa bella, giusta e minimalogica! Per saperne di più visitate il sito www.portalasporta.it.

L’OPPORTUNITA’ DEI SENSI

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Spesso, dando uno sguardo veloce intorno, diamo per scontato che il nostro modo di vedere le cose sia l ‘unico possibile. Vi propongo un altro invito ad abbandonare la fretta, a tornare a viaggiare lentamente, rimanendo a contatto con le persone e con i luoghi. Un invito a scoprire il mondo attraverso il tatto, i suoni e gli odori.

A Bologna tutto questo è possibile grazie all’associazione La Girobussola, che propone itinerari non convenzionali e personalizzati per i non vedenti. Bologna si può toccare, ascoltare, annusare. Con una prospettiva multisensoriale e con supporto degli ausili specifici, come e mappe tattili, si parte alla scoperta sia del patrimonio storico e architettonico, sia delle abitudini locali, con una particolare attenzione ai piaceri della cucina bolognese.

Il progetto della Girobussola mette a disposizione strumenti di esplorazione non convenzionali e la prospettiva che adottano ci permette di renderci conto dell’importanza delle esperienze non-visive. Dovunque ci si trovi, in una chiesa, in una piazza, in un palazzo, il primo passo è prendere le misure con lo spazio. Percorrerlo tutto con la mano, disegnarsi attorno un perimetro immaginario. (C.Giusberti). Farsi guidare attraverso l’esperienza sensoriale, raccontarla, condividerla, dandole un senso nuovo.

E così anche alcune strutture che non prevedevano percorsi specifici per i non vedenti si sono attrezzate di conseguenza, mostrando così un’apertura nuova a delle realtà esistenti, ma finora forse ignorate.

Sempre a Bologna si trova “Senza Nome”, il primo e unico locale gestito da ragazzi sordi. Un posto che ci costringere a cercare un sistema alternativo per comunicare. La comunicazione diventa più personale, perché per parlare bisogna guardarsi. E’ un posto dove gli udenti si possono mettere in gioco e, abbandonando le proprie sicurezze, sperimentare una sensibilità diversa.

Per ordinare da bere si può tentare di farsi capire attraverso i segni della LIS – un mini-vademecum è stampato persino nelle bustine dello zucchero. Con un incentivo, nel caso del successo nella ordinazione, dello sconto di 50 centesimi.

A “Senza Nome” si può gustare il silenzio, ma è possibile anche apprezzare un concerto d’archi senza concentrarsi sulle note oppure assistere ad una performance dei rapper sordi.

Queste realtà mostrano come un deficit permette di scoprire le risorse, sia al portatore del deficit, sia a chi gli sta intorno. Il deficit viene così integrato in una dimensione pubblica e porta al cambiamento, dei punti di vista in primis. Per ricordarci che, in fondo, le nostre fragilità sono la parte migliore di noi.

“LA CADUTA. I RICORDI DI UN PADRE IN 424 PASSI.” Un libro che mi ha stregata!

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La caduta

 

“Tito ha una paralisi cerebrale.”

Comincia così il racconto di Diogo Mainardi sulla sua esperienza di padre di Tito, affetto da paralisi cerebrale a causa di un errore medico durante il parto.

Diretto, trasparente, puntuale.

Poi, dalla frase successiva, si sviluppa una narrazione assolutamente originale, inedita, circolare, la cui struttura si costruisce su una serie di aneddoti ed episodi legati a personaggi della storia, dell’arte, della letteratura, della medicina che Mainardi intreccia alla vicenda di suo figlio Tito.
Queste associazioni, le analogie e i nessi causali che l’autore traccia tra la storia particolare della sua famiglia e la Storia del mondo rendono unico e appassionante questo libro.

Me ne sono innamorata: lo dichiaro!

Il grande valore della scelta di Mainardi risiede in una delle caratteristiche di suo figlio Tito: come comunica Tito, che linguaggio utilizza?

Tito non ha uno sviluppo del linguaggio corrispondente a quello dei suoi coetanei “normali”: Tito si serve (almeno all’inizio) di un comunicatore per inviare messaggi. Si tratta di uno strumento dotato di bottoni. Ciascun bottone corrisponde ad un simbolo che a sua volta corrisponde ad una frase o ad una parola.

Diogo Mainardi adotta il linguaggio di Tito e lo fa proprio per raccontare la loro storia, lo eleva a forma narrativa dell’intero libro.

Un libro che si compone di 424 punti.

Anzi passi. Fondamentale: passi.

E così passiamo dal linguaggio alla motricità, dalle parole alle gambe. Ma anche le gambe, così come il linguaggio, non hanno un funzionamento “normale” e Tito cade. Suo padre conta i passi di Tito.

“La caduta”. Quando la forma è anche totalmente sostanza.
La forma narrativa del libro è anche la forma comunicativa di Tito.
Il titolo del libro è anche l’inevitabile evidente destino di Tito: cadere. Il suo modo di procedere, crescere e stare nel mondo.

La caduta. Diventa il perno della vita di Tito, di Diogo, della mamma di Tito e di tutta la loro famiglia.

Diventa il perno di una riflessione preziosa sulla vita, sulle sue cadute, difficoltà, bruttezze, imperfezioni, sugli incidenti che incontriamo nella vita, gli spigoli duri che ci riserva.

Mainardi raccontando di Tito, racconta la normalità dell’imperfezione, l’intimità di ciò che abbiamo “di più ordinario, di più domestico, di più familiare”.

Mainardi con estrema originalità e scchiettezza ci propone una riflessione sulla felicità che anche un “bambino deforme” (così definisce suo figlio Tito) con i suoi passi barcollanti, incerti eppure così valorosi e carichi di festa, regala al suo papà e alla sua mamma.

La caduta come metafora della vita di ogni individuo che è fragile e precaria al di là del funzionamento delle gambe, del suo modo di comunicare, dei ritmi di sviluppo. Anche quando ogni aspetto del nostro organismo funziona perfettamente e non presenta imperfezioni, invalidità, ritardi.

La caduta come simbolo di un modo rovesciato di guardare il mondo: dal basso. Con tutti i significati che implica.

La caduta come insegnamento che Tito consegna a suo padre. La caduta come insegnamento che Diogo trae dalla sua esperienza al fianco di Tito, passo dopo passo e caduta dopo caduta. La caduta come insegnamento che questo racconto straordinario mi lascia in eredità e che, oltre a trovare un posto speciale in me, mette a posto tante cose dentro di me.

Così:

“Come i genitori di Christy Brown, Anna e io imparammo a ignorare tutte le prognosi da bestioli dei medici, ottimistiche o pessimistiche. Come i genitori di Christy Brown, Anna e io imparammo a festeggiare ogni passo in avanti di Tito, per quanto barcollante.

A partire da un determinato momento, imparammo a festeggiare perfino i suoi capitomboli. Nei primi anni, Tito si sfracellava cadendo. Con il tempo andò sviluppando sempre nuove tecniche per attutire le cadute.

Saper cadere ha molto più valore che saper camminare.”

Da: “La caduta. I ricordi di un padre in 424 passi.” Diogo Mainradi, Einaudi, 2013.