Monthly Archives: December 2013

(R)EVOLUZIONE VEGANA DI ANGELA


VEGAN

Gigi e Angela sono giunti a un grande compromesso: in casa niente sigarette e niente animali, morti ovviamente. Gigi, un salutista e frequentatore di palestra, seppure non vegano, ha sostituito volentieri il latte vaccino con quello di riso e di soia. E non puoi immaginare a quante cose strane abbia assistito Gigi da quando ci siamo conosciuti – racconta Angela – dal restituire alla terra un uccellino morto investito andando ad una cena romantica, al trovare sotto il letto maglie da buttare, ma conservate (non si sa mai dovessimo aver a che fare con animali feriti o devastati dal freddo) o raccogliere il cibo avanzato da buttare nel fiume per i pesci e avere sempre una scorta di cibo per i randagi.

Dal 1994 il 1° novembre si celebra la Giornata Mondiale Vegan. Quest’anno, ascoltando la radio, ho avuto l’impressione che il tema fosse stato trattato in modo superficiale, con molta chiusura verso il mondo vegano e senza un reale interesse di capire cosa c’è dietro una scelta così “estrema”.

Ho chiesto quindi ad Angela di raccontarmi la sua esperienza e ho capito che dietro c’è tanta sensibilità, tanto amore per la Vita nelle sue diverse forme e tanta coerenza nel portare avanti il suo pensiero.

Angela, poco più che trentenne, di origine pugliese, è diventata vegetariana nei primi anni delle scuole superiori suscitando stupore in un ambiente nel quale questo stile di vita era quasi sconosciuto. Nel 2008, con la diffusione dei social network, è venuta a contatto con delle nuove realtà e si è sentita “illuminata” da nuovi punti di vista.

Per Angela quindi diventare vegana non è stata una scelta, bensì un’evoluzione. Un’evoluzione – dice – dettata da nuove scoperte che mi hanno permesso di ridurre la totale ignoranza che non mi permetteva di avere una visione lucida e oggettiva del mondo produttivo di cui usufruivo e usufruisco adesso in modo più consapevole.

Sono stata circa per dieci anni vegetariana – racconta Angela– credevo nella fantasia collettiva di “Heidi”: grandi pascoli, mucche felici di regalare il latte, galline giocose che ti lasciano le uova sparse sul territorio, come quasi per giocare alla caccia al tesoro, la lana tagliata perché in estate le pecorelle soffrono il caldo… quindi credevo sinceramente che eliminando la carne eliminavo la sofferenza gratuita nei confronti di innocenti… Ma non è così.

Così Angela ha capito che aveva bisogno di fare un ulteriore passo: passo verso il veganismo. Nel suo caso si tratta di veganismo etico (da distinuguere dal veganismo dietetico, o vegetalismo, una pratica alimentare basata sull’esclusione di tutti i cibi di origine animale). Il veganismo così inteso è una filosofia di vita basata sul rifiuto di ogni forma di sfruttamento degli animali.

Ecco come Angela descrive il momento della svolta:

Il giorno della mia rivoluzione ero talmente povera di alternative (in realtà non credevo neanche esistessero) e il mio unico pensiero era che non mi sarei mai più truccata. Iniziai proprio dai cosmetici che iniziai a distribuire tra le amiche. Continuai con l’armadio: togliere di mezzo tutto ciò che riportava nell’etichetta lana o seta, e per ovviare il problema di pellicciotti veri o finti, con l’accendino in mano strappavo i peli, li bruciavo e annusavo per valutare se bruciavano come capelli o come plastica. Naturalmente anche per i vestiti dopo alla selezione segui la distribuzione a chi volesse usufruirne al posto mio.

Alla base sempre e comunque con il pensiero di non sprecare nulla, perché tutto in una maniera o nell’altra può essere riutilizzato in modo ottimale. Anche questo è un aspetto importante del veganesimo: ridurre i consumi-sprechi. Dovremmo solo uscire da una mentalità malfatta in cui siamo nati… aprire gli occhi e vedere quanta roba abbiamo in casa e renderci conto che non abbiamo bisogno di comprare molto, ma piuttosto di riciclare tutto ciò che ci circonda.

Dopo la fase di selezione è iniziata la ricerca di alternative e la scoperta dei marchi vegan dei cosmetici, dei vestiti e delle scarpe. Esiste la cioccolata calda vegana, i cornetti, le frittate -fatte usando l’olio o la margarina e sostituendo le uova con la farina di ceci.

Non bisogna concepire questo stile di vita ne come sacrificio ne come uno stile per élite – dice Angela – sicuramente certi prodotti sono molto più cari di altri, ma pasta con sugo, legumi e salse fatte in casa sono alla portata di tutti. Non è necessario puntare a farine costose – aggiunge – la pasta integrale, se gradita, si trova anche nei discount.

Angela ci ricorda che dietro tante industrie, come per esempio quella farmaceutica c’è la sperimentazione sugli animali. Secondo Angela durante le ricerche per introdurre i nuovi medicinali di frequente si ricorre a vivisezione, e tutto questo spesso senza aggiungere niente di nuovo alle scoperte già esistenti da tempo. Quindi è molto importante riscoprire il valore delle erbe, spezie, semi e frutti, che sono le più valide medicine esistenti sulla nostra terra.

Angela è particolarmente sensibile al problema dei prodotti per l’infanzia: secondo lei il messaggio che passa nella pubblicità è molto diverso dalla realtà, in quanto in alcuni di questi prodotti sono presenti delle componenti non solo di scarsa qualità, ma anche dannose per la salute. Fa notare inoltre che secondo alcune ricerche i vaccini possono essere alla base dell’autismo nei bambini.

Riguardo i prodotti per l’igiene e la pulizia basta leggere attentamente le etichette per capire con cosa abbiamo a che fare. In più, tanti prodotti, come saponi o detersivi, possono essere – come nel caso di Angela e Gigi – autoprodotti.

Od ho la fortuna di riuscire a trovare gente sensibile – conclude Angela – oppure vengo vista come un personaggio svitato da cartoni animati. Sicuramente per quanto riguarda il compagno e la sua famiglia, è stata fortunata: basta pensare che la mamma e la sorella di Gigi preparano per lei i dolcetti rigorosamente vegan!

 

 

Leggi anche IL VEGU’ DI ELISABETTA

LAVORO – L’ILLUSIONE DELLA MERCE RARA


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Christoph Baker (Ozio, lentezza e nostalgia) chiede: Perché dobbiamo lavorare per quarant’anni aspettando la pensione per andare a fare le cose che volevamo fare quarant’anni prima? A voi non capita mai di farvi questa domanda?

Non abbiamo tempo per fare le cose che ci piacerebbe fare, il tempo libero è un lusso. Lavoriamo tanto, arriviamo a casa stanchi, ci mettiamo davanti alla tv dalla quale ci passa il messaggio “fai schifo”, allora corriamo a fare shopping per sentirci meglio. Per permettercelo però dobbiamo lavorare ancora di più. E poi di nuovo la tv, lo shopping, e così via. La pubblicità ha lo scopo di farci sentire infelici di quello che abbiamo: fa vedere lo shopping, nascondendo tutto il resto. Non ci chiediamo nemmeno se alla griffe corrisponde un prodotto reale.

Non tutti sanno che tutto questo è stato progettato. Dopo la Seconda Guerra Mondiale si è seguito il pensiero di Victor Lebow sulla crescita economica: La nostra enorme economia produttiva ci domanda di fare del consumismo la nostra scelta di vita, di convertire l’acquisto e l’uso di merci in rituali, di cercare la nostra soddisfazione spirituale, la soddisfazione del nostro ego, nel consumo… La misura di status sociale, di accettazione sociale, di prestigio, ora si trovano nei nostri modelli consumistici. Il significato della nostra vita di oggi è espresso in termini consumistici. (…) abbiamo bisogno di consumare cose, consumarle, sostituirle e smaltirle ad un ritmo incessante.

L’obsolenza percepita ci porta a gettare cose perfettamente funzionanti solo perché non più attuali nel design o semplicemente perché ne è uscito un modello nuovo. L’obsolenza pianificata significa invece che le cose sono state progettate per la discarica, cioè progettate per essere inutili prima possibile ma lasciando al consumatore abbastanza fede nel prodotto in modo da indurlo a comprarne un altro.

Oltre al tempo, per fare le cose che vogliamo, servono i soldi. (Non parlando della semplice sopravvivenza: il cibo, le bollette, le spese sanitarie…!) E quindi serve il lavoro.

Ma il lavoro, questa merce preziosa e sempre più rara, esiste davvero?

Viviane Forrester già nel 1996 ci invitava a notare la più grande illusione del mondo occidentale, quella del lavoro, lavoro sul quale si fonda – in teoria – la civiltà occidentale. L’illusione dei posti di lavoro che non ci sono e non ci saranno, perché i potenti non ne hanno più bisogno visto che abbiamo a che fare con il mercato fondato sulla speculazione delle “lobbies della speculazione”. Lobbies davvero potenti, se riescono a convincerci, tra le altre cose, che l’effetto serra non esista. Tutto si svolge in un mondo virtuale, che va avanti senza bisogno di infrastrutture, e che la Forrester descrive in modo molto suggestivo:

Si negoziano senza fine queste garanzie sul virtuale, si traffica su queste negoziazioni. Una quantità di affari immaginari, di speculazioni senza altro oggetto o soggetto che se stesse e che formano un immenso mercato artificiale, acrobatico, fondato sul niente, se non su se stesso, lontano da qualsiasi realtà che non sia la sua, in un circuito chiuso, finto, immaginato e incessantemente complicato da ipotesi sfrenate a partire dalle quali si traggono deduzioni.

Secondo gli ultimi dati dell’Istat in Italia il tasso di disoccupazione nel 2013 è salito al 12,2 %, mentre secondo i dati dell’Eurostat il tasso di disoccupazione medio nei 17 paesi della zona euro con il 12,1% ha raggiunto il suo massimo storico. Per l’Unione Europea il tasso di disoccupazione medio è di 10.9%.

Dietro questi numeri ci sono persone, e quello che accomuna la maggior parte di loro è che il loro tempo libero non è un lusso. Tempo libero dei disoccupati non consente niente. Solo una vita legata al salario e dipendente da esso viene vista come una vita “utile”. In più adesso che siamo diventati consumatori più che produttori, il nostro valore viene misurato con quanto consumiamo. E non avendo la possibilità di consumare diventiamo dei “consumatori difettosi” (Z.Bauman). Così si fanno evidenti i paradossi di una società fondata sul lavoro, vale a dire sul posto di lavoro, laddove il mercato del lavoro non soltanto vacilla ma scompare. (V.F.)

I media trasmettono e mantengono il pensiero unico dell’impero globalizzato. Se analizziamo la struttura e i contenuti dei telegiornali, oltre ai contenuti della maggior parte dei programmi tv, ci appare chiaro ed evidente che non ci vogliono pensanti.Perché niente è capace di mobilitare come il pensiero. Ed è nella capacità di pensare che Viviane Forrester vede la nostra unica salvezza: Lungi dal rappresentare una triste rinuncia, è invece l’azione nella sua quintessenza. Non esiste attività più sovversiva. Più temuta. Anche più diffamata, e non è un caso, né una cosa strana: il pensiero è politico. E non solo il pensiero politico. Tutt’altro. Il fatto di pensare è politico.

Oggi sono evidenti più che mai le crepe nel mondo progettato da Lebow: il consumismo non può costituire una risposta a tutti i problemi. Non è in grado di garantire abbastanza posti di lavoro. Non è in grado di consentire una vita dignitosa a un gran numero di persone. Non dà nemmeno un valore al tempo libero.

Quindi forse è ora di progettare un cambiamento. Partendo dal pensiero. Dalla consapevolezza dell’illusione del lavoro. Si può cominciare scoprendo cosa c’è di nascosto oltre la pubblicità.

 

 

 

Per approfondire: Viviane Forrester, L’orrore economico. Lavoro, economia, disoccupazione: la grande truffa del nostro tempo, Ponte alle Grazie, Cuneo, 1997.

Cito Christoph Baker da Ozio, lentezza e nostalgia. Decalogo mediterraneo per una vita conviviale, EMI, Bologna, 2006.

Il pensiero di V. Lebow in originale si trova in Price Competition in 1955 del 28 luglio 2008: Our enormously productive economy demands that we make consumption our way of life, that we convert the buying and use of goods into rituals, that we seek our spiritual satisfactions, our ego satisfactions, in consumption. The measure of social status, of social acceptance, of prestige, is now to be found in our consumptive patterns. The very meaning and significance of our lives today expressed in consumptive terms. The greater the pressures upon the individual to conform to safe and accepted social standards, the more does he tend to express his aspirations and his individuality in terms of what he wears, drives, eats- his home, his car, his pattern of food serving, his hobbies.

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IL NATALE MINIMALOGICO

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Natale MinimalogicoE’ Natale, da fine ottobre. Le lucette si accendono sempre prima, mentre le persone sono sempre più intermittenti. Io vorrei un dicembre a luci spente e con le persone accese.(Charles Bukowski)

 

Dicembre. Si sta avvicinando il Natale. I centri commerciali sono ancora più pieni del solito, di cose e di persone che comprano cose. E’ cominciata la gara dell’acquisto. Forse tanti di noi non si ricordano nemmeno il perché di tutto questo. Il Natale conserva la sua dimensione spirituale per pochi, mentre il consumismo sfrenato appartiene a tanti.

Lasciando da parte l’aspetto religioso delle Feste, c’è una riflessione che possiamo fare tutti, credenti e non.

Perché vivere in modo minimalogico non vuol dire non scambiarsi i regali. E il Natale può essere un’ottima occasione per farlo. Basta solo dare un senso a questo gesto. Evitando tristissime confezioni regalo già pronte – standardizzate e impersonali – e senza spendere delle cifre esorbitanti! Scegliere il regalo pensando alla persona, tenendo in considerazione sia i suoi gusti e i suoi bisogni sia quello che le vogliamo trasmettere. Far diventare il regalo un modo per dire: “ti penso”, “ti voglio bene”, “grazie per la tua presenza nella mia vita”.

Possiamo anche assecondare la voglia di condividere dei frammenti della nostra vita, far conoscere quello che ci piace, che ha per noi un valore. Anche questo è un messaggio importante della voglia di aprirsi all’altro, della condivisione. Certo, questo atteggiamento è rischioso, perché l’altro potrebbe non avere poi così tanta voglia di conoscere il nostro mondo… ma a volte vale la pena tentare!

Io per esempio, adoro ricevere e regalare dei libri. Un’ottima idea per evitare di regalare un libro che uno possiede già, o che per qualche motivo non apprezzerà, è di regalare un buono regalo da utilizzare in libreria. Ovviamente il buono regalo è un’ottima scelta non solo per i libri. Di solito i buoni durano diversi mesi, così danno il vantaggio di poter acquistare quello che uno vuole e quando vuole.

Trovo particolarmente preziosi i regali “fai da te”. Basta usare la fantasia e un piccolo “talento” che si possiede e preparare, per esempio, dei biscotti, delle conserve fatte in casa, dei cosmetici naturali (qui troverete dei suggerimenti interessanti), degli addobbi di Natale o semplicemente dei biglietti di auguri. Sotto tanti punti di vista la bigotteria fai da te è molto più preziosa dei gioielli, specialmente se fatta con i materiali recuperati – guardate qua!

E sapevate che con i biglietti natalizi si può anche fare beneficienza? Potete consultare, tra le altre, la proposta dei Medici Senza Frontiere . E’ bella anche l’idea di chiedere, invece del regalo, di fare una donazione a proprio nome. Perché se ci pensiamo, noi in fondo non abbiamo bisogno di tante cose e questi soldi possono essere spesi in modo molto utile.

Quando si dice che è il pensiero che conta, non è, o per lo meno, non deve essere solo una frase fatta. In questi giorni ascolto spesso L’anima vola di Elisa: Non mi comprare niente, sorriderò se ti accorgi di me fra la gente… In fondo non è quello che vogliamo (non solo a Natale)?

 

 

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