Monthly Archives: November 2013

ADOTTARE A DISTANZA PER CRESCERE INSIEME


20120925-Joanna_untitled9-2

Pet Therapy – un termine anglosassone che, come minimo, ci fa venire il dubbio su chi sia il fruitore della terapia. In realtà si tratta di un approccio molto interessante e utile. Precisamente la pet therapy comprende due aree di intervento: AAT (animal-assisted therapy), quindi “terapie effettuate con l’ausilio di animali” e AAA (animal-assisted activities) – “attività svolte con l’ausilio di animali”. Le prime vengono applicate in integrazione alle terapie “tradizionali” e costituiscono vere e proprie terapie dirette effettuate per ottenere miglioramenti al livello comportamentale, fisico, cognitivo, emotivo e psico-sociale in caso di pazienti affetti da diverse patologie, come, per esempio, autismo o depressione.

Le AAA consistono invece in interventi di tipo educativo-ricreativo e di supporto psico-relazionale e vengono svolte con l’obiettivo generale di migliorare la qualità di vita di alcune categorie di persone, come anziani, portatori di handicap, malati terminali o pazienti psichiatrici.

E’ interessante osservare l’effetto che il rapporto con un animale produce nel mondo interiore della persona e nella lettura simbolica della realtà e dei rapporti con gli altri. In particolare la comunicazione tra gli operatori, gli utenti e i loro familiari viene facilitata dalla presenza dell’animale e quindi, con il tempo, fa migliorare le relazioni.

Spesso risulta più facile esporsi con un animale: non ci sentiamo giudicati, abbiamo meno paura di essere rifiutati. In tanti casi osserviamo che le persone con difficoltà nelle relazioni sociali riescono con facilità a comunicare con gli animali. Comunicando con l’animale e attraverso l’animale apriamo la strada del dialogo tra le persone. Lo stesso vale per l’affetto che scambiamo con l’animale per poi pian piano estenderlo alle persone. Ci mettiamo in gioco e ci “esercitiamo” nelle relazioni.

Grazie al mio lavoro in riabilitazione psichiatrica ho cominciato a frequentare il canile di Imola dove gli utenti dei servizi presenti sul territorio, come per esempio il Centro Diurno, incontrano e portano a spasso i cani affidati a loro.

Un cane ricambia l’affetto, è fonte di allegria, stimola al movimento, al gioco. E in fin dei conti incrementa lo stato del benessere. Ci fa (ri)scoprire che apparteniamo al mondo animale e allo stesso tempo, che siamo umani.

Trovo molto bella l’iniziativa delle adozioni a distanza, della quale beneficia sia il canile e i suoi animali, che i “proprietari a distanza”.

Per chi non ha la possibilità di adottare un cane in modo definitivo, esiste la possibilità di diventare – con un contributo annuo di 70 euro – “proprietario a distanza” di un cane ospite del canile. Il cane continua a vivere nel canile, ma può essere portato a spasso durante gli orari di apertura al pubblico, o anche tenuto a casa per brevi periodi da parte del proprietario a distanza.

Questo mi ha fatto venire in mente un’idea.

Mia figlia chiede di continuo dei “regalini”, specialmente ai nonni che non riescono a dire di no. Così la casa si riempie di oggetti inutili, ingombranti, che finiscono presto nel dimenticatoio. Pretende di avere tutto e subito, e quando lo ottiene, perde l’interesse. La gioia dura giusto un attimo e il circolo vizioso dell’usa e getta continua.

Mi ha colpito molto un passaggio del libro Ascolta la mia voce, nel quale Susanna Tamaro paragona i bambini alle piante. In fondo le regole di prendersi cura delle piante e dei figli, e di farli crescere sono poi le stesse: troppo nutrimento non arricchisce, ma fa ammalare. Le piante viziate, così come i bambini, hanno un’unica strada davanti, quella del loro ego. Invece una privazione ragionevole fa bene alle piante come ai figli: bisogna rinunciare a qualcosa per poi sentire il desiderio di averlo.

Così ho proposto a mia figlia di rinunciare a comprare dei giochi e di mettere da parte i soldi per arrivare alla cifra che le avrebbe consentito di adottare un cane. Per vedere il suo sogno realizzarsi doveva non solo rinunciare a qualcosa, impegnarsi a risparmiare, ma doveva anche aspettare, dare valore all’attesa, cioè sentire veramente di volerlo. Per mettersi in viaggio, c’è bisogno della nostalgia di qualcosa. (S.T.)

L’impegno che abbiamo preso richiede costanza, una caratteristica alla quale do molta importanza e la quale voglio insegnare ai miei figli. Vorrei vedere la loro vita piena di impegni portati avanti con regolarità e perseveranza e non fatta di capricci del momento.

Bisogna essere inoltre preparati all’eventualità che un’altra persona richieda l’adozione definitiva del cane e pronti a separarsene, tenendo conto che qualcun altro offrirà al cane quello che noi non gli possiamo dare. Sarà probabilmente dura, ma forse questo servirà a insegnare ai miei bambini un’altra importante lezione: vorrei che capissero che amare non significa possedere.

yuri 2 and co 005E così abbiamo intrapreso quest’avventura. Non so cosa rimarrà ai miei bambini, a tutti noi, di quest’esperienza, ma se non altro, ci fanno bene le passeggiate con Yuri. E mi sembra piuttosto contento anche lui!

 

 

 

 

 

 

Cito Susanna Tamaro da Ascolta la mia voce, Rizzoli, Bergamo, 2007.

PER UN PARTO DOLCE: LA NASCITA COME INCONTRO D’AMORE


20121006-Joanna_untitled205-2

Perché parlare di nascita e parto qui, su Minimalogico?

Potrebbe apparire strano, ma non è poi così bizzarro occuparsi di stili di vita consapevole, scelte sane e ecologiche e rispetto per l’ambiente e decidere di soffermarsi sull’origine della vita. Continue reading

Category: BENESSERE

TAG , ,

FLANERING – E’ SOLO GIROVAGARE?


088digarttttbis“O città! Mentre attorno a noi tu canti ridi e urli, innamorata atrocemente della voluttà, io, vedi, così mi trascino.” (Charles Baudelaire)

 

Pagina Facebook Warszawski “flanering” attraverso le foto racconta le passeggiate nella mia città natale alla scoperta dei luoghi poco frequentati, al di fuori dagli itinerari turistici.

Flanering – per qualche ragione incomprensibile si è voluto dare alla parola di origine francese questo suono “all’inglese”. Ma cerchiamo di capire di cosa si tratta, mettendo da parte i dubbi linguistici. Vagare per la città (soprattutto per la propria città) senza uno scopo preciso ci permette di guardarla con occhi diversi, più attenti, di (ri)scoprirla e di viverla appieno. Ed è quello che ci suggerisce il significato della parola francese flâner: bighellonare, gironzolare senza una meta e -per estensione – rilassarsi, distendersi, distrarsi compiendo attività “futili”.

Come nell’ozio stesso, c’è una finalità paradossale nella flânerie: camminare piano potrà forse sembrare una perdita di tempo all’uomo d’affari, ma per uno spirito creativo è un’attività fertile, poiché è quando cammina che il flâneur pensa e concepisce idee. (Tom Hodginson)

Il concetto di flâner è presente per esempio nelle opere di Charles Baudelaire (secondo alcuni è stato proprio lui ha introdurre questo termine), Walter Benjamin, Edgar Allan Poe e Rainer Maria Rilke.LUBLIN 12-13.07.2008 368

Già nella Parigi del XIX secolo era presente il principio della frenesia moderna. L’industrializzazione con i suoi cambiamenti sociali portò Baudelaire ad immergersi nella metropoli, ad esplorarla, analizzarla e a trarne l’ispirazione per le sue poesie.

Walter Benjamin nel concetto di flânerie con la sua disposizione riflessiva, oltre allo strumento analitico, ha trovato un vero e proprio stile di vita, così da diventare lui stesso l’esempio principale del flâneur . Durante le lunghe passeggiate per le vie di Parigi raccoglieva le osservazioni sociali ed estetiche che portano alla riscoperta dei tempi e spazi trascurati.

Secondo Tom Hodginson l’atto di camminare senza fretta è un atto di rivolta. E’ una presa di posizione contro una vita incentrata sugli obiettivi da raggiungere.

Questo pensiero è condiviso da Pierre Sansot che parla dell’avanzare liberamente, lentamente, in una città indaffarata, dare valore solo alla meraviglia dell’istante in una società schiava del mercato e sostiene che: Andare a spasso non significa fermare il tempo, ma adattarlo a noi senza lasciare che ci metta fretta. Implica una certa disponibilità, e in fin dei conti, significa che non vogliamo più ispezionare il mondo intero. Guardiamo le merci esposte senza aver necessariamente voglia di comprarle. Seguire, quindi, ma non assecondare, lasciando aperta la possibilità di una “distrazione”.

Spesso non ci accorgiamo che l’eccesso di stimoli in realtà non ci fa godere appieno della città e della vita ma ci fa perdere il contatto con ciò che ci circonda, con noi stessi e con gli altri. Siamo frastornati, saturi, storditi e poco attenti. Camminiamo svelti, concentrati sulla meta, sulle cose da fare, sugli appuntamenti e le commissioni, sugli impegni e gli obiettivi da raggiungere. Se qualcuno ci osservasse, avvertirebbe vibrazioni che dicono: occupato, importante, cose da fare, posti dove andare. (T.H.)

I ritmi standardizzati e frenetici riguardano anche il passo. Il tragitto è solo uno spreco di tempo, una scocciatura. In più nasconde in sé il pericolo di una distrazione, di un incontro. Siamo quasi incapaci di vederci e di sentirci a vicenda. Sembra che dobbiamo dimostrare sempre e comunque di avere fretta, come se ammettere di non avere delle commissioni importanti da sbrigare ci facesse paura. Non possiamo semplicemente camminare, abbandonarci al momento. Passeggiare lentamente recuperando il ritmo biologico del nostro corpo, prestando attenzione al dettaglio. Non possiamo permetterci di essere fermati, anche se in fondo non desideriamo altro. Essere fermati.

 

 

 

Cito Charles Baudelaire da I fiori del male, Crescere Edizioni, Varese, 2012, Tom Hodgkinson da L’ozio come stile di vita, Rizzoli, Milano, 2010 e Pierre Sansot da Sul buon uso della lentezza. Il ritmo giusto della vita, il Saggiatore, Milano, 2010.

Per approfondire consiglio Il sognatore ozioso di Alessandra Campo e Il flâneur: autori ed esperienze di flânerie di Pietro Pisano .

Articoli simili: IL RITMO LENTO DEL BUON VIVERE, DOWNSHIFTING COME STILE DI VITA