Monthly Archives: October 2013

VEGETARIANISMO – LA SCELTA DI MONICA


20100131-P1310027Se i macelli avessero le pareti di vetro saremmo tutti vegetariani (Lev Tolstoj)

 

Lev Tolstoj, Franz Kafka, Tiziano Terzani, Umberto Veronesi, Gwyneth Paltrow, Michelle Pfeiffer, Brad Pitt, Robert Redford, Tina Turner, Margherita Hack… Sapete che cosa accomuna questi noti personaggi?

E’ la scelta di abbandonare il consumo di carne e pesce. Scelta condivisa dalla protagonista di questa testimonianza, Monica, che scherza sull’uso delle creme antirughe e dei push-up, ma in realtà porta splendidamente i suoi quarantacinque anni. Sarà proprio grazie alla dieta vegetariana e allo yoga?

Se per la nostra cultura mangiare carne è sinonimo di benessere economico – ci ricorda Monica – e c’è stato un vero e proprio boom dei consumi negli anni sessanta-settanta, quando chi aveva sofferto la fame aveva voglia di mangiare e spendere, esistono culture dove il consumo di carne è impensabile per ragioni culturali e religiose. Induisti e buddisti, ad esempio, sono vegetariani da millenni, in quanto credono che il ciclo delle reincarnazioni a cui è sottoposta l’anima dell’uomo posso includere anche l’animale come contenitore di anima. Pur senza ritenermi buddista o induista, essendo una praticante di yoga, sposo il principio della filosofia yogica che sostiene che siamo il risultato di quello che portiamo all’interno di noi attraverso i nostri sensi: siamo quello che mangiamo e beviamo, siamo l’aria che respiriamo, siamo le parole che ascoltiamo e le immagini che vediamo. Tutto quello che facciamo entrare lascia memoria e traccia dentro di noi. Ecco perché per non intossicare il nostro corpo e la nostra mente è importante alimentarci, in senso lato, di cose belle, sane e pulite.

Monica spiega che la sua scelta, fatta ben vent’anni fa, è una scelta di non-violenza e di rispetto verso la Vita: dentro ad ogni pezzo di carne c’è una storia di morte, c’è il cadavere di un animale morto ammazzato. Non nutrirmi di altri animali è una mia personale azione contro la violenza.

Con il termine “vegetarianesimo”, usato da Monica, il vegetarianismo assume dimensione di una filosofia, quindi il senso più profondo e più ampio di un tipo di dieta. Una così intima e personale maturazione -prosegue Monica – non ritengo possa essere imposta a nessuno, men che meno ai miei figli che, a scuola e anche in casa, mangiano carne. Conoscono e apprezzano da sempre cibi “alternativi”, tipici della dieta vegetariana, come il seitan (glutine) o il tofu (soia), consumano sicuramente meno carne di tanti altri bambini, ma non mi sento di privarli delle amate tagliatelle al ragù della nonna. Saranno loro a decidere in futuro se e quando diventare vegetariani.

E i figli di Monica potranno basare la loro scelta anche sulle ragioni spiegate dalla loro mamma:

20121006-Joanna_untitled253-2

E’ innegabile che gli animali allevati per soddisfare il nostro presunto fabbisogno di carne vivano e muoiano in condizioni atroci: polli e galline allevati in spazi strettissimi e uccisi in maniera cruenta, scrofe che vengono allevate solo per procreare e non hanno nemmeno la possibilità di alzarsi in piedi, mucche sgozzate… esiste, purtroppo, un’infinità di testimonianze, filmati, che, per la loro crudeltà, ci fanno provare un tale orrore da desiderare solo che tutta questa violenza cessi.

 

Alla scelta del vegetarianesimo come scelta d’amore verso gli animali, scelta quindi di tipo ideologico, si sta aggiungendo, in maniera sempre più diffusa, una scelta maturata in ambienti di tipo “scientifico”, dove vengono analizzati sia gli aspetti nutrizionali che quelli legati all’impatto ambientale di questo tipo di alimentazione. Lascerei il dibattito pro e contro il vegetarianesimo, inteso come scelta nutrizionale e salutista, agli esperti, limitandomi a citare un paio di famosissimi sostenitori della scelta vegetariana, come Margherita Hack, vegetariana sin dalla nascita e “prova vivente della possibilità di crescere senza consumare carne” e Umberto Veronesi che, meglio di chiunque altro, ha potuto verificare come il consumo di carne (specialmente rossa) stimola la proliferazione di cellule tumorali e aumenta il rischio di malattie cardiovascolari e tumorali.

Allo stesso modo, pur senza entrare in dettagliate analisi, vorrei citare alcuni semplici dati che rivelano il prezzo che il pianeta terra deve pagare per il nostro hamburger: laddove ci troviamo a nutrire 4 miliardi di animali da allevamento, necessari per fornire la carne ad una minoranza della popolazione, peraltro già ipernutrita. Se quasi 1 miliardo di persone muore di fame nei Paesi in via di Sviluppo, lo stesso numero di persone si ammala e muore nei Paesi Occidentali per l’eccesso di cibo. Il pianeta avrebbe tutte le risorse per sfamare i 7 miliardi di uomini che lo abitano, se non gli sottraessimo tutte quelle risorse (acqua e cereali ad esempio) che utilizziamo per sfamare gli animali destinati alla nostra tavola. Un chilo di carne di manzo necessita di 13-15.000 litri di acqua per essere prodotto, un chilo di grano 1-3.000 litri, un chilo di pomodori 13 litri. Per mettere mano a questa profonda ingiustizia e assumere un atteggiamento consapevole rispetto alle tematiche ambientali, dovremo necessariamente passare attraverso la riduzione del consumo di carne.

 

Anche tu hai fatto una scelta come quella di Monica? Hai, al contrario di lei, deciso di far seguire la dieta vegetariana anche ai tuoi figli? Raccontaci la tua esperienza scrivendo all’indirizzo e-mail: blogminimalogico@gmail.com oppure contattandoci attraverso la nostra pagina Facebook.

LO SCAMBIO DIMENTICATO

3

20121006-Joanna_untitled234-2

 

 

Tu mi dai una cosa e io ho il dovere di ricambiare. Non solo il dovere: è anche una questione di dignità, di onore, di umanità. Nello scambio i rapporti interumani raggiungono la loro forma suprema.(Ryszard Kapuściński, Ebano)

 

 

IMG_4747

Non vi capita di sentirvi a disagio, scocciati, forse addirittura arrabbiati quando qualcuno vi ferma per strada proponendovi l’acquisto degli oggetti pressoché inutili, offrendovi dei servizi da voi non richiesti o, semplicemente, chiedendovi l’elemosina? Nonostante spesso proviamo compassione per la condizione altrui, per vari motivi possiamo scegliere di non esaudire le loro richieste. Ma come mai dopo subentra questo disagio, questo particolare senso di colpa, anche se di colpe non ne abbiamo?

 

Il grande conoscitore della cultura africana (o meglio, delle culture africane, perché ne esistono tante, differenti tra di loro) Ryszard Kapuściński in Ebano la descrive come una cultura di scambio. Partendo da un’unione tra un uomo e una donna, che ha alla base uno scambio tra i clan dove uno dei due offre la donna in cambio dei beni materiali, in questa cultura tutto assume forma di un regalo, di un’offerta che esige la sua ricompensa. Il dono non ricambiato grava su chi non lo ripaga, gli brucia la coscienza, può addirittura provocare disgrazie, malattie e morte. Per questo il ricevere un regalo è come un segnale, il pungolo a contraccambiare ristabilendo l’equilibrio: ho avuto? Devo dare.

La persona che si avvicina ci porta dei doni: ci offre la sua persona e la sua attenzione, fornisce informazioni, ad esempio indicandoci il posto libero nel parcheggio, oppure ci regala la sua arte, suonando la musica. Rifiutando l’offerta e non dando la ricompensa ci dimentichiamo che lo scambio funziona su più piani e i valori simbolici possono essere ricambiati con valori materiali e viceversa. Ed è così anche nelle culture occidentali, anche se ormai siamo abituati a intendere lo scambio come la cessione di un bene o servizio in cambio di moneta, quindi sostanzialmente come compravendita.

 

baratto

Non è sempre stato così. Prima dell’invenzione della moneta si ricorreva al baratto, cioè allo scambio diretto dei beni contro beni e beni contro servizi. Con l’aumento degli spostamenti delle popolazioni e con lo sviluppo del commercio è emersa l’inadeguatezza di questo tipo di scambio, quindi dal baratto semplice (diretto) si è passato al baratto mediato (multiplo, indiretto), con l’uso di una terza merce. In questo tipo di scambio si cede un bene o un servizio ricevendone in cambio un altro bene o servizio che non si desidera avere, ma che si scambia per ottenere quanto desiderato, ovvero il bene ottenuto nello scambio è desiderato per il suo valore di scambio e non per il suo valore d’uso.

In diverse popolazioni il baratto è ancora vivo in varie forme. Secondo Isabel Allende (Il quaderno di Maya) in alcune isole cilene tra le quali l’isola di Chiloé il baratto è un meccanismo essenziale dell’economia. Si scambiano i prodotti della terra con altri beni e servizi e nessuno mette un prezzo alle cose, ma tutti sanno qual è il loro giusto valore e tengono i conti a memoria. Il sistema fluisce con eleganza, non si citano i debiti, ciò che si dà, né ciò che si riceve. In più non è indispensabile ripagare il debito direttamente al creditore, ma si può fare una carambola, anche doppia o tripla. Esiste comunque la certezza che ogni favore e ogni dono prima o poi verrà ricambiato.

 

Osservando la vita del mio quartiere noto che anche qui è presente il baratto in carambola: ci scambiamo i vestiti dei bimbi, condividiamo il cibo, accompagniamo i bambini dei vicini a scuola, ecc. senza mai esigere una ricompensa, ma comunque con la certezza che il favore verrà restituito, magari da un’ altra persona. E ci scambiamo pure le ricette, i consigli, le informazioni, dunque le idee, seguendo il motto: Se tu hai un’idea ed io ho un’idea, e decidiamo di scambiarcele, dopo ognuno di noi avrà due idee. Se io ho un dollaro, e tu hai un dollaro, e ce li scambiamo, dopo lo scambio abbiamo sempre un dollaro a testa. Quello che più conta in queste situazioni è il valore relazionale e l’aspetto solidale dello scambio.

Inoltre con la “crisi economica” che ha provocato la diminuzione del potere di acquisto, il baratto può costituire in parte una risposta alle crescenti difficoltà delle famiglie. Come tale è sempre più presente nei quartieri e nelle città ad esempio sotto forma di swap party, le “feste del baratto”, dove si scambiano soprattutto i vestiti e gli articoli per bambini. Anche in internet sono in crescita i portali o forum che promuovono il baratto non solo come filosofia solidale, ma anche come forma di circolazione sostenibile o riciclo di oggetti, quindi come necessità ecologica. Sono spesso gratuiti e offrono un servizio di scambio tra gli utenti, come ad esempio www.coseinutili.it, che si propone come il sito di baratto online asincrono per lo scambio, il riuso e il riutilizzo di oggetti usati, nonché banca del tempo.

Una forma particolare di baratto è costituita dallo scambio di appartamenti e dalle reti di ospitalità internazionali, associazioni che offrono alloggio e pernottamento a prezzi vantaggiosi o addirittura gratuito ai loro membri. Per saperne di più potete consultare ad esempio i siti www.couchsurfing.org o www.airbnb.com.

Andrea Segrè, Presidente del Last Minute Market Spin-Off Accademico, del quale ho parlato nel post LEFTOVERS, OVVERO GLI AVANZI CREATIVI condivide su Facebook questa preziosa riflessione: Non è dunque la crescita la soluzione, quanto quale tipo di crescita scelgo di incoraggiare. Costruendo per esempio un mondo dove si può sostituire quando serve, il denaro (mercato) con l’atto del donare, e non soltanto perché si tratta di un anagramma: il dono, la gratuità, che porta alla relazione e alla reciprocità. È possibile allora far funzionare i mercati in modo da promuovere maggiore uguaglianza, e/o quindi farli funzionare meglio, creando ad esempio le condizioni per una “maggior uguaglianza di opportunità” . Possiamo quindi sommare al valore d’uso e di scambio dei beni, che denotano il mercato così come lo concepiscono i più, il valore di relazione e aumentare dunque il capitale relazionale. Che poi si consuma tutto e non si spreca. È uno scambio anche questo, soltanto che ce ne siamo dimenticati.

Già, ce ne siamo dimenticati. Lo scambio non è sinonimo di compravendita.

 

Cito Ryszard Kapuściński da Ebano, Feltrinelli, Milano, 2007 e Isabel Allende da Il quaderno di Maya, Feltrinelli, Milano, 2013.