Monthly Archives: September 2013

ONORE ALLE SOFFERENZE E AI LIMITI!

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Quando una società è orientata al consumismo più sfrenato e anche in tempi di crisi diffonde l’imperativo dell’apparire sempre e comunque, c’è poco posto per ciò che non è successo e splendore.

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Category: BENESSERE, LIFESTYLE

GREENWASHING – IL VERDE INGANNO


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Vi siete mai accorti, scegliendo tra vari prodotti di uso quotidiano, di essere più propensi ad acquistare quelli nella confezione di colore verde, o comunque di un colore naturale, o magari con disegnata sopra una foglia, un albero e con un’invitante scritta “naturale” (magari in una lingua straniera)? A me è capitato diverse volte di essere stata attirata da queste caratteristiche e di essermi accorta solo in seguito di essere stata ingannata. Già, sono anche io una vittima del greenwashing.

Questo termine unisce il concetto di green (colore associato al “ecologico”, “ambientalista”) con il whitewashing, cioè con la pratica di dissimulare, nascondere, riabilitare, e può essere tradotto come “lavare col verde” (to wash = lavare). E’ stato usato per la prima volta nel 1986 da Jay Westerveld per descrivere il comportamento notato in un albergo, dove si chiedeva agli ospiti di cambiare meno spesso gli asciugamani, motivandolo con la attenzione per l’ambiente. Il vero scopo di questa richiesta era semplicemente risparmiare sulla lavanderia.

Non è ancora chiaro se si tratti di un trend del momento oppure di un vero e proprio cambiamento di stile di vita, ma l’uso dei prodotti “eco”, “bio” e “solidali” è in crescita. Di conseguenza è cresciuta anche l’offerta delle industrie. Diverse aziende, ma anche entità politiche e organizzazioni, hanno deciso di guadagnare sfruttando questo fenomeno. Visto che rispettare le regole e ottenere le certificazioni è costoso e impegnativo, tante di loro preferiscono prendere una scorciatoia, ovvero creare un’immagine green, non corrispondente ad un vero e proprio impegno e a reali virtù ambientaliste. Sia che si tratti di aumentare i profitti o di ottenere il consenso politico, il greenwashing può essere usato per manipolare l’opinione pubblica a sostenere obiettivi altrimenti discutibili.

Dal 2007 Terra Choice, un’agenzia canadese di marketing ambientale, prepara i rapporti che riguardano le attività di greenwashing nel mercato nord-americano. Secondo il rapporto del 2010 (che potete trovare in versione integrale su sinsofgreenwashing.org) oltre il 95% dei prodotti analizzati “ha sulla coscienza” almeno uno dei sette peccati di greenwashing:

  • Occultare caratteristiche negative – si suggerisce che il prodotto è eco fornendo un elenco ristretto di attributi e tralasciando gli aspetti del suo impatto negativo sull’ambiente;
  • Mancanza di prove – il prodotto è presumibilmente naturale, ma non esistono i certificati che lo confermano;
  • Poca chiarezza – quando il messaggio è scarsamente dettagliato o talmente generico che il suo vero significato può essere equivocato da una parte dei consumatori, come “naturale”. L’arsenico, l’uranio, il mercurio e la formaldeide sono tutte sostanze naturali, ma velenose;
  • Irrilevanza – per esempio quando si sottolinea l’assenza di una particolare sostanza nociva, che in realtà è stata da tempo vietata dalla legge;
  • Male minore – quando ciò che si afferma è vero solo nel contesto limitato ad un punto di vista sul prodotto, ma che rischia di distrarre il consumatore da conseguenze ambientali ben più gravi se valutate nel complesso, ad esempio “sigarette biologiche”;
  • Menzogna – quando ciò che si afferma è semplicemente falso;
  • False etichette – eco label false o di fantasia su annunci o confezioni.

Come ci possiamo difendere da greenwashing?

Esistono dei siti internet che riportano i casi di greenwashing, per esempio il sito di EnviroMedia. EnviroMedia ha sviluppato Greenwashing Index – un sito web interattivo nel quale i consumatori possono votare e valutare quali annunci con un “messaggio verde” sono fuorvianti e ingannevoli. Purtroppo questi siti non sono diffusi in Italia.

Però ci possiamo sempre difendere facendo attenzione, informandoci, rivolgendoci alle organizzazioni dei consumatori, scambiando opinioni nei social network o semplicemente usando il senso critico. In particolare, valutando la pubblicità, ci dobbiamo ricordare che ci può ingannare sia attraverso il testo (quindi quello che si dice), che attraverso gli elementi grafici (per esempio l’uso del colore verde). Le affermazioni dei messaggi pubblicitari possono essere vaghe o prive di fondamento, alcune informazioni possono essere omesse, altre enfatizzate in favore “all’azione verde” del prodotto.

Il compito non è facile. C’è persino chi sostiene che la stessa Terra Choice nel suo rapporto non è libera dai peccati di greenwashing: a chi conosce l’inglese consiglio questo articolo. In alternativa potete cominciare con un simpatico gioco.

IL RITMO LENTO DEL BUON VIVERE


Il ritmo lento del buon vivere

Brisighella è un borgo medievale immerso nel verde dell’Appennino Romagnolo, situato sulla via che porta da Faenza a Firenze. E’ conosciuta per la sua ospitalità, attenzione alla qualità della vita e al turismo sostenibile. Questo le ha consentito di ottenere, oltre alla Bandiera Arancione del Touring Club Italiano e al prestigioso posto tra i Borghi Più Belli d’Italia, un’altra importante certificazione, quella della Città Slow.

Siamo abituati a pensare al “lento” come quello che si muove con scarsa velocità, che impiega molto tempo nel fare qualcosa, trascurando l’altro significato, cioè di “lento” come quello che dura a lungo, che si consuma a poco a poco. Pensandoci, non vi sembra bello far durare le cose a lungo, consumarle a poco a poco? I momenti di svago, di divertimento e relax, i momenti passati in piacevole compagnia, il piacere di gustare del buon cibo… Lo stesso vale per i rapporti umani: non è bello conoscersi a poco a poco, concedersi del tempo per guardare negli occhi e ascoltare chi abbiamo di fronte? E, perché no, darsi del “lei” prima di prendere confidenza, per poi apprezzare di più quel “tu” che con il tempo acquisisce un altro significato? Far crescere pian piano, coltivare e far durare a lungo le nostre relazioni?

La frenetica corsa quotidiana, oltre a metterci sotto pressione e provocare tanta stanchezza, ci fa perdere di vista ciò che è per noi davvero importante. Non abbiamo tempo ne spazio per una riflessione sui nostri bisogni, per l’ascolto e per la condivisione. Chi vive di corsa pretende un rendiconto immediato nei rapporti umani e non sapendo aspettare, spesso si perde qualcosa di nuovo, di profondo e di arricchente.

Solo rallentando si possono cogliere i veri significati delle cose, dando spazio all’intuizione, alla nostalgia e al mistero”, ci vuole convincere Christoph Baker (Ozio, lentezza e nostalgia). Notando un stretto rapporto tra velocità e arrabbiatura ci propone “il divorzio dal mito della velocità”. Secondo lui, solo rallentando potremo ritrovare un po’ di calma e rilassarci, diventando così più attenti e più disponibili a quello e a quelli che ci stanno intorno. “La lentezza permette di riscoprire gesti, odori e suoni che l’accelerazione e la velocità ci avevano rubato.

Non dimentichiamoci poi dei sapori! Il ritmo frenetico della vita e la conseguente mancanza di tempo da dedicare al cibo, ci hanno portato all’orrore dei fast food e dei coffee shops in stile Starbucks (quest’ultimo – per fortuna, direi – assente in Italia), con l’impatto disastroso sulla nostra salute e sull’ambiente.

In opposizione a questo trend è nata Slow Food, un’associazione internazionale non-profit fondata da Carlo Petrini nel 1986. Come si legge sul sito: “Slow Food opera per promuovere l’interesse legato al cibo come portatore di piacere, cultura, tradizioni, identità, e uno stile di vita, oltre che alimentare, rispettoso dei territori e delle tradizioni locali”. Slow Food cerca quindi di ridare piacere, qualità, varietà e umanità alla produzione e al consumo del cibo. Tom Hodgkinson (L’ozio come stile di vita) vede nella filosofia dello Slow Food una protesta contro l’abbruttente meccanizzazione della vita. Come non dargli ragione leggendo la spiegazione del motto slow (buono, pulito e giusto): “Tre aggettivi che definiscono in modo elementare le caratteristiche che deve avere il cibo. Buono relativamente al senso di piacere derivante dalle qualità organolettiche di un alimento, ma anche alla complessa sfera di sentimenti, ricordi e implicazioni identitarie derivanti dal valore affettivo del cibo; pulito ovvero prodotto nel rispetto degli ecosistemi e dell’ambiente; giusto, che vuol dire conforme ai concetti di giustizia sociale negli ambienti di produzione e di commercializzazione.

Nel 1999 è nato il Movimento Cittaslow con l’obiettivo di allargare la filosofia di Slow Food alle comunità locali e al governo delle città, applicando i concetti dell’ecogastronomia alla pratica del vivere quotidiano. E’ una rete internazionale delle città del buon vivere, tra le quali ci sono 45 comuni italiani (qui potete trovare la lista). A luglio si è tenuto il Festival Cittaslow dei Cibi di Strada, che ha avuto il riconoscimento di Ecofesta e proponeva di riscoprire l’identità di un luogo raccontando delle sue radici attraverso il cibo.

Nel sito del movimento troverete le caratteristiche dei comuni che aderiscono all’associazione, tra le quali il rispetto della salute dei cittadini, della genuinità dei prodotti e della buona cucina, delle tradizioni e la gioia di un lento e quieto vivere. Così dopo aver trascorso una giornata slow a Brisighella all’insegna del piacere della lentezza, e dopo aver gustato del cibo locale, potrete costatare se merita davvero il titolo della Città Slow!

 

 

Per approfondire questa riflessione:
• Christoph Baker, Ozio, lentezza e nostalgia. Decalogo mediterraneo per una vita conviviale, EMI, Bologna, 2006;
• Tom Hodgkinson, L’ozio come stile di vita, Rizzoli, Milano, 2010;
• Pierre Sansot, Sul buon uso della lentezza. Il ritmo giusto della vita, il Saggiatore, Milano, 2010.