Monthly Archives: March 2013

LEFTOVERS, OVVERO GLI AVANZI CREATIVI

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Leftovers

Siamo abituati a vedere gli avanzi quasi come dei rifiuti: un avanzo è un qualcosa che non è stato utilizzato, un rimasuglio, un residuo, quindi, ci viene da pensare, qualcosa di non voluto e di conseguenza scartato. Spesso, buttando via, non ci rendiamo conto delle dimensioni del danno creato. Bisognerebbe invece tenere in considerazione l’impatto dell’intero ciclo delle merci gettate via: prima di tutto l’energia e l’acqua, poi tutte le altre risorse utilizzate per la produzione, la commercializzazione, il trasporto, la conservazione e infine per lo smaltimento.

Secondo le stime del 2011 fatte dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) nel mondo ogni anno viene sprecato un terzo del cibo prodotto, circa 1,3 miliardi di tonnellate. In particolare lo spreco alimentare in Europa, secondo i dati riportati dalla Commissione Europea, corrisponde a circa 90 milioni di tonnellate, quindi circa 179 kg di cibo pro capite. In Italia, insieme agli alimenti, buttiamo risorse pari allo 0,72 per cento del Pil.

C’è invece chi pensa agli avanzi in modo creativo, come per esempio l’associazione culturale Art Kitchen, che insieme a Nhow Hotel di Milano lo scorso anno ha coinvolto 12 artisti e 9 designer in una mostra insolita e innovativa. Una mostra pensata soprattutto come un percorso, uno spunto di riflessione sulla possibilità di reinterpretare frammenti del mondo in modo originale e creativo.

Art Kitchen, che nel suo nome richiama il concetto di cucina come luogo di creazione, ci da un messaggio preciso partendo dal titolo della mostra: Leftovers – left (lasciato) e over (andare oltre) -quindi avanzi e frammenti del passato non buttati ma reinterpretati, reinventati e serviti il giorno dopo in piatti creativi e più gustosi. Leftovers dunque come selezione delle rimanenze di senso e di pratiche che caratterizzano la società, lasciate a disposizione di chi saprà raccoglierle, comporle e ripresentarle in modo nuovo, inedito.

Infatti, se pensiamo ai significati del verbo “avanzare”, scopriamo che oltre a “essere in più, in sovrabbondanza”, significa “muoversi e andare innanzi”, “progredire”, “ espandersi” e in fine “presentare, proporre domande, suggerire proposte e idee”

Idee come quella nata a Parigi sotto il nome “AU PAIN DE LA VEILLE”, di vendere il giorno dopo a metà prezzo il pane e i dolci invenduti, appunto il giorno prima. Oppure come quella lanciata nel 2010 da Last Minute Market, una società creata da docenti dell’Università di Bologna, grazie alla quale le merci menomate nell’aspetto o vicine alla scadenza, invece di diventare la spazzatura da smaltire vengono messe a disposizione di chi ne ha bisogno. L’iniziativa prevede la collaborazione tra le ditte private che mettono a disposizione gli alimenti buoni ma invendibili, il volontariato che si occupa della logistica e il settore pubblico che attraverso i servizi sociali fa arrivare i prodotti alle famiglie bisognose. Il progetto è partito da Casalecchio di Reno e ha in previsione l’espansione in circa 300 comuni. Anche con una campagna di sensibilizzazione che parte dagli asili e che ha come pensiero di base la convinzione che per cambiare bisogna riflettere sulle nostre abitudini quotidiane nonché sul fatto che le risorse sono limitate e usarle male significa compromettere il futuro.

In questo contesto è da segnalare anche il libro Di necessità menu. Mangiare da re in tempi di crisi (Anteprima-Radio Capital edizioni), nel quale le conduttrici della trasmissione Ladies and Capital , Silvia Mobili e Betty Senatore insieme allo chef Sergio Maria Teutonico dimostrano come creare degli ottimi piatti con un po’ di invettiva. Utilizzando solo tre ingredienti (rigorosamente avanzati) preparano delle portate da re, come la frittata di risotto, la carbonara di carciofi o dei chips di zucchine.

Ci aiutate a pensare agli avanzi in modo creativo? Aspettiamo le vostre riflessioni, storie, idee e ricette!

ELEGANTEMENTE PORTAPENNE


Carta e penna sono ancora per me un modo per mettere nero su bianco oltre alla lista della spesa, idee, bisogni e buoni propositi.

Dove mettere allora le penne?

portapenne azzurro

Avevo dei vasetti di vetro che avevano conservato i pelati e ora necessitavano di un nuovo utilizzo. Con un po’ di filo da pacchi colorato, pannolenci residuo da lavoretti natalizi e un bottone ecco fatto il portapenne.
Ma, il portapenne si è ben presto sentito solo. Ho deciso quindi di accompagnarlo ad una portapenne semplice ma glamour che gli tenesse compagnia.

portapenne rosa

Con una vasetto identico, colore acrilico, pailettes colorate e un finale di tenda ecco fatto.

Tutto materiale di riciclo…non troppo minimal ma molto ecologico e funzionale.

RICOMINCIARE DELLA PIANTE


vaso

“Mia madre ha sempre ricominciato dalle piante, e anche il nostro rapporto ricominciò da lì: tutto il mondo da cui l’avevo esclusa, tutto quello che avremmo potuto condividere, diventò quell’aiuola dove il tributo che io dovevo all’infanzia e quello che lei doveva alla botanica si incontrarono e si piacquero”
Valeria Parrella in Mosca più balena

Anch’io solitamente ricomincio dalle piante. Nipote di persone che hanno vissuto dei frutti della terra e figlia di chi ha portato la natura dentro un appartamento, amo le piante e me ne prendo cura. Avendo la possibilità di un bel giardino e una casa ben illuminata le mie piante trascorrono l’inverno al caldo dell’interno e l’estate al caldo dell’esterno. L’inverno per le mie piante è una prova di sopravvivenza per “agenti esterni” che mettono continuamente in pericolo la loro incolumità; i gatti e il bambino. Se sopravvivono per loro da aprile a settembre/ottobre è veramente vacanza!

Anche nello studio in cui lavoro e passo molte delle mie giornate ho portato delle piante; tutte grasse. È stato per me un ricominciare. Da diversi anni coltivavo piante grasse, cresciute e sviluppatesi da pezzettini che avevo raccolto in ogni posto in Italia in cui fossi andata in vacanza e che in fazzoletti umidi avevo portato a casa. In particolare dalla Sicilia e dall’isola di Pantelleria. Avevo creato due serre per tenerle all’esterno d’inverno, ma non esposte direttamente al freddo. Nel gennaio 2009 durante una mia assenza di quindici giorni si è verificato un freddo gelido e tutte le mie piante grasse a causa dell’eccessiva differenza di clima tra dentro e fuori la serra sono morte. Ebbene solo quest’anno sono riuscita a ricominciare a curare le piante grasse e le ho messe proprio nel mio studio dove mi occupo di aiutare le persone a crescere e svilupparsi in tutte le loro potenzialità.

Le piante sono cresciute e hanno bisogno di un vaso più grande che le contenga e il mio CORNER era il posto giusto deve crearlo.
Ho preso un vecchio vaso di terracotta e con il colore acrilico, del pannolenci rimasto da lavoretti precedenti, bottoni di scarto e bastoncini per spiedini ho reso un semplice vaso un bel vaso per una delle mie piante grasse dello studio.

E questo è solo l’inizio…

I SEGRETI DEL PANE: IL LIEVITO MADRE


Vi siete mai chiesti qual è il segreto del pane che riporta alla mente i ricordi dell’infanzia? Quello dal sapore buono e genuino, che oltretutto mantiene la freschezza a lungo. Questo segreto non è sicuramente custodito dalla produzione industriale e dai composti chimici da essa utilizzati!

Lo scorso 2 febbraio si è festeggiato il “Pasta Madre Day 2013”, la festa nazionale del lievito madre organizzata dalla Comunità del Cibo Pasta Madre, un’associazione composta da consumatori, agricoltori, mugnai, panificatori e pizzaioli. Il Pasta Madre Day è stato pensato come una risposta al momento storico che viviamo e di reazione nei confronti di “un’economia che ci vuole sempre più (e solo) consumatori, e non produttori. Come ci spiega la Comunità del Cibo Pasta Madre: “Ogni spazio si trasforma in un luogo di cultura, di ricordo, di risposta e di reazione alla crisi, di amore e di speranza verso un futuro di riappropriazione della propria identità e sovranità alimentare.”

Tra i diversi metodi tradizionali per ottenere un ottimo lievito naturale io ho scelto quello che prevede l’uso della farina di segale intergale. Si comincia mischiando – meglio se in un recipiente di terracotta – una manciata di farina (circa 100 grammi) con un po’ di acqua tiepida, fino ad ottenere una consistenza simile a quella della panna acida. La temperatura dell’acqua dovrebbe essere superiore ai 30, ma inferiore ai 40 gradi . Dopo aver coperto la miscela, la lasciamo in un luogo caldo. Dopo 24 ore aggiungiamo un’altra manciata di farina e un altro po’ di acqua per arrivare alla stessa consistenza ottenuta precedentemente. Ripetiamo questo procedimento per 4-5 giorni. Si consiglia inoltre di miscelare il composto ogni 12 ore in modo da far formare delle bollicine d’aria. Utilizziamo il lievito madre così ottenuto per fare il pane lasciando circa 100 grammi per le preparazioni successive.

Il lievito madre si può conservare in frigorifero per una decina di giorni. Non vi fate spaventare dall’odore forte e acidulo, così deve essere! Se avete bisogno di conservarlo più a lungo, lo potete congelare o essiccare. Tenete presente che nel congelamento il lievito rischia di perdere le sue proprietà, quindi vi consiglio di essiccarlo: spalmatelo sulla carta da forno e lasciate a temperatura ambiente, una volta secco, trasferitelo in un barratolo e conservatelo in un luogo buio e asciutto. In qualsiasi momento il lievito può essere ravvivato, basta aggiungere della farina e dell’acqua e lasciarlo “lavorare” in un posto caldo.

In arrivo la ricetta dell’ottimo pane fatto in casa!

DOWNSHIFTING COME STILE DI VITA


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Vi ricordate gli Yuppies degli anni ottanta?
Young Urban Proffessionals, i giovani professionisti in carriera che trovano realizzazione nel mondo capitalista, partecipando alla rat race per poter investire (o almeno lavorare) in borsa, abitare in un appartamento di design e divertirsi nei locali e nelle feste esclusive. Questo modello implicava un ritmo di vita veloce, un alto livello di stress e, in fin dei conti, poca soddisfazione. In alcuni è nato quindi il bisogno di rallentare il ritmo della vita per passare il tempo in modo più consapevole.

E’ stato necessario cominciare ad interrogarsi sulla qualità della vita nell’epoca del consumismo e sulle conseguenze dello stile di vita dominante in Occidente. In particolar modo negli ultimi anni si sono evidenziati i dubbi: ragionare nei termini di produttività, crescita economica e successo personale legato a loro ci porta nella giusta direzione? Così quella che viene definita una “crisi economica” si presenta come una crisi di valori e di lifestyle, e tra i molti cambiamenti sociali e di costume degli ultimi decenni, downshifting è uno dei più rilevanti.

Semplicità volontaria?
Il termine “downshifting” viene tradotto in italiano con il neologismo ”semplicità volontaria” assumendo così il significato di una decisione ragionata e consapevole. Invece in questo termine potrebbero rientrare anche alcune situazioni nelle quali si tratta di una scelta- anche temporanea, non necessariamente definitiva – dettata dai cambiamenti da affrontare, come la perdita del lavoro, problemi di salute o la nascita di un figlio. In ogni caso l’accento viene posto sulla voglia di prendersi cura del proprio benessere e del benessere della famiglia, sul bisogno di passare tempo di qualità con persone per noi significative e dedicandosi alle attività piacevoli, lo sport, gli hobby.

Nel mondo anglosassone il termine “downshifting” originariamente indicava la scelta dei lavoratori di ridurre le ore di lavoro, quindi il salario, per avere più tempo libero da dedicare alla famiglia e al relax. Con il passare degli anni questa innovazione all’interno delle industrie divenne un vero e proprio movimento di pensiero che oggi possiamo osservare in diverse forme.

Il downshifting che riguarda il lavoro e il reddito prevede il reorientamento delle priorità economiche, quindi la riduzione delle ore di lavoro e dello stipendio. Non si vive più per lavorare, ma si lavora per vivere. Ma ci sono dei downshifter che compiono delle scelte più drastiche, lasciando il posto di lavoro, abbassando le aspirazioni di promozione, di status sociale e scegliendo di lavorare in comunità, in proprio o da casa.

Vi sembra una scelta da ricchi?
Certo, non deve essere difficile decidere di lasciare il posto in una multinazionale avendo un conto in banca pieno e godersi la vita in una villa con piscina, dalla quale si può ammirare la vista sul Lago di Garda. Certamente le persone benestanti, che hanno raggiunto un alto status professionale e sociale, hanno più possibilità di licenziarsi e cercare un’occupazione alternativa, meno stressante, ma anche meno retribuita. Ma il downshifting è praticabile anche da chi non ha raggiunto questo livello di sicurezza economica.

Siamo abituati di vedere la vita in una chiave consumistica e di misurare lo status sociale e la felicità con gli averi economici. Invece cambiando le proprie abitudini di consumo e riducendo i consumi si può lavorare e guadagnare meno semplicemente perché si spende meno. Anziché comprare per momentanea soddisfazione personale, si compra solo il necessario, valutando l’utilità e la qualità delle cose, senza considerare la loro marca o il trend della stagione.

Se il valore assoluto è il tempo, perché perderlo nei consumi frenetici e inutili?
Riconoscendo il reale valore dei soldi e optando per un consumo consapevole e per le forme alternative di consumo si rispolverano vecchi oggetti e si riscopre l’arte di dargli una nuova vita, riparandoli, riciclando, scambiando e donando. Si impara ad apprezzare la bellezza degli oggetti fatti a mano, quindi il fai-da-te, il bricolage.

Grazie al ritmo di vita meno frenetico si possono abbandonare i fast food ritrovando il piacere nel cibo e nella condivisione dei pasti con gli altri. Questo tipo di consumo prevede anche la scelta di comprare i prodotti locali e, specialmente in caso di persone che si spostano fuori dai grandi centri, magari in luoghi rurali, la coltivazione di frutta e verdura e l’allevamento degli animali per proprio conto. Downshifting diventa così uno stile di vita non solo più salutare ma anche più sostenibile, con maggiore considerazione per i temi dell’ecologia e della salute.

Spesso porta verso un maggior impegno civico (avendo più tempo al di fuori del lavoro, si dispone di maggior tempo da dedicare alla comunità) e aiuta a – parafrasando il titolo del libro di Christoph Baker – recuperare i valori del passato, a riscoprire l’ozio e la lentezza.

Ci vuole però tanta volontà, disciplina e autocontrollo per proseguire sulla strada del downshifting mentre gli altri continuano la corsa…